Italia
Battuto dalla Lega, ora l’ex sindaco Pd fa il paninaro felice - Video
Alessio Antonelli fu sconfitto da Susanna Ceccardi a Cascina e da lì prese il via l’assalto del Carroccio alla Toscana rossa
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PISA. Che poi si fa presto a dire la Susy l’ha spedito a lavorare, a vendere panini con la trippa. Sembra un gioco da ragazzi, anzi ragazzetti, sostenere che così adesso l’insurrezione ruspista è davvero compiuta con questa Ape, metafora e parabola perfetta della retorica gentista e anti-casta, bramosa di vedere un giorno tutti gli spocchiosi e sussiegosi uomini d’apparato, grattachecche e fichetti del Pd a respirare un po’ di polverosa e ruvida realtà. La strada, la gente, la fatica, mica il palazzo e i salotti dei comunisti col cachemire. Il lavoro, il mitologico lavoro.
Ecco, il fatto è che Alessio Antonelli è un tipo furbo, e mica s’è presentato qui, davanti alla facoltà di Ingegneria a Pisa, con la casacca bianca unta e straunta e un camioncino da paninaro qualsiasi. No, s’è messo il cappotto, una sciarpa sulla cravatta regimental e dal suo Apino Piaggio bianco e rosso (rosso, tenetelo a mente) l’ex sindaco di Cascina ci ha fatto servire un piattino di carta, su cui è appoggiata una tartare di Chianina scovata da un allevatore di Coltano condita da una virgola di salsa ai porri prodotta in una «azienda bio» di Cecina, il tutto accompagnato da una «ricottina» della Garfagnana, da gustare con «forchettina» di legno. «Perché se vuoi fare street food di qualità, non è che puoi usare posate di plastica», dice lui, proprio lui, l’uomo icona di una transizione epocale per la politica in Toscana. Ormai è storiografia, Antonelli è il codice zero dello tsunami che ha travolto la Toscana rossa, la tessera numero uno del domino di sconfitte collezionate dalla sinistra negli ultimi quattro anni dalla consacrazione di Susanna Ceccardi. Ecco, uno dice Antonelli e pensa a tutto questo. Ma, arrendetevi, lui se ne frega.
«È paleozoico. Questa è una nuova vita. E io non faccio i panini, fosse così saremmo già falliti. Anche alla festa dell’Unità mi spedivano alla libreria, convinti che fossi inabile in cucina. Ho messo su una azienda con tre soci e due dipendenti. Un progetto nato da una idea, quella sì, sbocciata proprio un anno dopo le elezioni perse: fare street food ma promuovendo i migliori prodotti del territorio. E da luglio siamo partiti con tre apini. Giriamo la Toscana, i festival, le piazze. Quest’estate siamo stati a Marina di Pisa, poi Carrara, Empoli, Castelfranco, facciamo catering, ci hanno chiamato anche al museo della Piaggio. Se volete li noleggiamo pure gli apini...».
Insomma, ragazzi, Antonelli ha svoltato. Certo, «è stato un investimento, non sai quanto costino sti trabiccoli» tutti addobbati come mini osterie ambulanti, ma insomma qui i consensi son decollati. A prezzi pop ma non popolari: 4,5 o 5,5 euro un panino, 6 euro la trippa o un piatto freddo. Altro che penuria di voti e fiducia, qui il rosso delle insegne con la scritta Tuscan Street Food va a meraviglia. Gli studenti ormai disertano la mensa.
Tant’è che della vita precedente conserva perfino un buon ricordo, alla faccia vostra di inossidabili e micragnosi uomini e donne di partito: «Eh sì, io le ho toccate per tutti. Dopo Cascina, son cadute le fortezze, la Toscana rossa è crollata. Ma via, sarà solo per la mia sconfitta?». Ma se proprio ci tenete, se agognate uno scalpo politico, Antonelli si sacrifica. «Mi costituisco, lo ammetto, è tutta colpa mia - ironizza paraculandoci un po’ l’ex sindaco. «Mi vien da citare Benjamin Malaussène con cui il grande scrittore francese Daniel Pennac ha raffigurato il capro espiatorio nell’azienda. Se volete io mi costituisco: eccomi, je suis Antonellì, il capro espiatorio del centrosinistra in Toscana». Ma una qualche ammissione, un peccatuccio, un errorino da confessare, Antonellì, lei ce l’ha? «Ho perso le elezioni per 100 voti, un soffio, ecco, ma nessuno se lo ricorda. Via, le ragioni della sconfitta le ho già dette. Non si può dire non abbia fatto ammissioni: mi sono subito dimesso, rinunciai ai voti, al consiglio, lasciai il partito senza sbattere la porta». Ma chi incolpa di più per averla mandata a fare panini, il Pd o la Ceccardi? «Ma no, è una pagina chiusa. E per me i 5 anni a Cascina sono stati una bella esperienza, gli obiettivi che ci eravamo dati e con cui avevamo preso i voti sono stati raggiunti. Poi la gente ha voluto cambiare». Tace Antonellì un dettaglio stranoto, e cioè che a tradirlo sono state le divisioni fra renziani e i vecchi giaguari della ditta bersaniana all’epoca non ancora tramutata in ala scissionista. «La politica? Sì, me ne interesso, sono in Leu, ogni tanto vado alle riunioni», sbuffa come improvvisamente investito da un’ondata di spleen.
Sorride sornione a chi ricorda le lamentazioni collettive per quell’immagine grigia da sindaco chiuso nel palazzo, recalcitrante al rapporto con la gggente. «Ma nel palazzo il sindaco ci deve stare, la gente monta le scale del Comune sa. E non sa quanta ne ho incontrata io». Anzi è il suo lavoro, quello originario, l’assicuratore, che l’ha aiutato: «Lì ti confronti con il commercialista e la casalinga, alto-basso».
Popolo vero, altro che popolo populista. «E poi io nelle fantomatiche periferie ci sono stato, due anni prima delle elezioni organizzai nelle frazioni la scrivania in piazza, dalle 7 alle 9 incontravo i cittadini sulla strada. Certo, ora sono un uomo da marciapiede». Adora le citazioni Antonelli. «Non sa che emozione, mi son quasi commosso quando il 14 novembre, arrivando qui, ho visto la fila dei ragazzi davanti all’Apino. Funziona!». Ma un rimorso, nemmeno per quel «ragazzetta» con cui bollò la Ceccardi? «Eh no, io ragazzetta non l’ho mai detto. La chiamai ragazzotta. Significa donna di giovane età, era una constatazione non un giudizio». Solo che la ragazzotta ora governa Cascina, è commissaria della Lega in Toscana, è consigliera di Salvini... «Io a Cascina ci sto poco, per fortuna. Una cosa la dico». Spari. «Sono onorato di avercela fatta con le mie mani senza uno di quegli strapuntini d’apparato. Ecco, posso dirlo: io no».
Ora gira la Toscana, Antonelli, per «scovare prodotti locali da aziende locali». Insomma, fa il sovranista del cibo. Ma gourmet. Sia mai.
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