Pitti a tutto export per compensare il calo in Italia La Cina a + 27%
La moda uomo crescerà ancora nel mondo ma non qui «Consumi interni giù, scontiamo un calo di fiducia»
La moda maschile mondiale parte da qui. Dall’edizione 95 di Pitti Uomo, in corso alla Fortezza da Basso di Firenze fino a venerdì. Oltre venticinquemila i buyers che alla fine dei quattro giorni si attendono gli organizzatori. Questi i numeri della scorsa edizione che presumibilmente verranno superati.
Acquirenti provenienti da tutto il mondo a caccia delle tendenze lanciate appunto a Firenze, 9200 dei quali arrivati da Giappone, Germania, Regno Unito, Cina (dove nell’ultimo anno hanno richiesto il 27, 7% in più di capi moda uomo made in Italy), Giappone e gli altri Paesi che negli ultimi anni mostrano un interesse crescente verso l’evento più atteso per la moda maschile.
Sono 1. 230 i brand che hanno scelto ancora una volta questa vetrina per lanciare le collezioni invernali dell’anno prossimo, 568 dei quali stranieri. «La moda rappresenta lo stile del Paese, quello stile italiano che il mondo ci invidia – ha detto il presidente di Confindustria Vincenzo Boccia durante l’inaugurazione di Pitti Immagine Uomo 95 – Il nostro Paese deve quindi puntare su un’industria ad alto valore aggiunto e in questo sulla formazione, a partire dagli istituti tecnici specializzati, passando per le università». E Pitti è in assoluto l’appuntamento di riferimento per la moda maschile. «Un evento irrinunciabile per chi vuole essere aggiornato su come si svilupperà il mercato – commenta Raffaello Napoleone, amministratore delegato di Pitti Immagine – Tanto è vero che continuano ad aumentare gli espositori internazionali e gli acquirenti. I primi sanno infatti che qui si intrecciano le relazioni da concretizzare in ordini nei mesi futuri. L’anno scorso abbiamo registrato il 43% di espositori internazionali, quest’anno sono aumentati al 46%».
Segno che è un salone che funziona, in un comparto economico che quest’anno, in Italia, ha registrato sì un incremento di circa il 4% nell’export, a fronte però di una riduzione dei consumi nazionali pari al 4, 6%. Segno che il Paese è comunque in sofferenza. Perché? «La motivazione nasce da una generale mancanza di fiducia. C’è incertezza, il quadro economico italiano è indubbiamente in difficoltà – analizza Napoleone – la crescita del Pil è bassa, c’è paura rispetto al futuro e dunque si tende a spendere meno». La soluzione? «Ridare fiducia al Paese, con prospettive di sviluppo e progetti raggiungibili, comprensibili e concreti – taglia corto il numero uno dell’azienda italiana che organizza il salone – Non abbiamo bisogno di prospettive per fare tornare i conti ma di fatti per crescere». E in mancanza di politiche che diano respiro all’economia nazionale, si guarda fuori confine.
«È l’export il driver dell’economia in genere e non solo nella moda. Per questo – conclude Napoleone – mettiamo in atto strategie per attirare più buyers stranieri e raggiungere così i compratori fuori dai confini nazionali. Ad oggi è troppo presto per fare previsioni su questa edizione del salone, gli esiti si cominceranno a quantificare a marzo, con gli ordini degli acquirenti. È certo però che da qui parte la stagione e si potrà capire cosa accadrà in futuro per la moda italiana». Che a quanto pare ha scarsa concorrenza altrove, dato che il grosso della materia prima utilizzata dai principali competitors, vedi Francia e Stati Uniti, è nostra.
Resta purtroppo l’annoso problema del calo dei consumi interni. Dal 2013 ad oggi infatti il fatturato dei consumi del comparto moda maschile è in calo, passando dagli allora 7 miliardi e 700mila euro ai 6 miliardi e mezzo del 2018. «Il 2019 sarà un anno delicato – ha aggiunto il numero uno di Confindustria, Vincenzo Boccia – Abbiamo un rallentamento dell’economia con cui dobbiamo fare i conti, occorre una capacità di reazione dall’interno dell’industria italiana e dall’esterno con la manovra economica. Intercettare mercati, ricchezze, per attrarre nel Paese vendendo prodotti e servizi italiani. È questa una delle missioni da perseguire, riportando l’attenzione all’emergenza occupazione che abbiamo detto da tempo, a partire dall’apertura dei cantieri. È evidente che la moda come l’agroalimentare storicamente hanno sempre reagito meglio rispetto alle crisi, quindi ci aspettiamo molto da loro, che sono la finestra sul mondo dell’Italia». —
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