Il Tirreno

Toscana

La speranza tradita di Lina Merlin. I bordelli sparirono, la prostituzione no

Stefano Adami
Lina Merlin
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Lina Merlin

Sessant'anni fa entrava in vigore la legge sulle "case chiuse" che metteva la parola fine a un fenomeno controverso

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L'onorevole Lina Merlin era stata forse troppo ottimista. Presentando alle Camere, nel 1958, la legge per chiudere le cosiddette case di tolleranza, i bordelli, e sancire l’illegalità della prostituzione in Italia, infatti, sperava di risolvere definitivamente il problema.

Chiuse le "case" - successe il 20 settembre di 60 anni fa - le ragazze sarebbero uscite ed avrebbero finalmente trovato una vita onesta, una professione dignitosa. I gestori, in genere donne anch’esse, si sarebbero dedicati finalmente ad organizzare commerci legali. Di oggetti, non di persone. I frequentatori si sarebbero fatti finalmente l’esame di coscienza. E avrebbero capito che il loro era il peggiore degli sfruttamenti.

Angelina Merlin (così all’anagrafe) da giovanissima militante socialista negli anni subito dopo la Grande guerra, era sempre stata colpita dell’ipocrisia delle "case". Quell’invenzione borghese in cui rispettabili padri di famiglia, professionisti, proletari, sacerdoti, andavano a dar corso ai propri rivolgimenti profondi scegliendo le ragazze come in una macelleria. Portandoci il figlio al compimento della maggiore età. E la Merlin alla fine riuscì a chiuderle, quelle case.

Le ragazze ne uscirono, ma non trovarono la vita onesta che meritavano. Quella non stava certo ad aspettarle. La vita onesta, infatti, in Italia, non è certo pronta lì, in un banco. Per essere presa e indossata. Prima ci sono tante cose. Troppe. La voce popolare, per esempio. Le ragazze delle case chiuse erano marchiate a fuoco. Chi le avrebbe assunte, con quel curriculum? Chi le avrebbe sposate?

Molte, quindi, dopo vari tentativi, erano tornate alla prima professione. Ma stavolta per strada, la notte. Oppure in altre case gestite da loro, illegali. Ed erano finite nelle mani di criminali, protettori. Della mafia. La legge che chiudeva i bordelli aveva trasformato, suo malgrado, tutta l’Italia in un bordello all’aperto, notturno.

Nel 1960, solo due anni dopo la legge, un film di Antonio Pietrangeli, "Adua e le compagne", racconta la storia di quattro di loro. Costrette dalla legge a cambiare vita, e innanzitutto a cambiare indirizzo. Le quattro pensano di aprire insieme una trattoria. All’inizio, non è un vero tentativo di costruirsi una esistenza nuova: la trattoria dev’essere infatti una comoda vetrina dietro la quale continuare la professione. Indicate alle autorità dalla voce popolare, le quattro non riescono ad avere i permessi necessari. Si rivolgono ad un personaggio ambiguo, che in cambio di soldi e di partecipazione agli utili futuri, fa da prestanome. La trattoria apre, ha successo, e le quattro scoprono di essere felici. Non vogliono tornare alla professione. Il prestanome s’infuria. Chiude la trattoria. Le quattro, per risposta, la distruggono. A questo punto, per loro, non resta che fare le "lucciole".

La "casa" si è rivelata materia troppo difficile, complicata, contorta. Nel 1965 un piccolo editore di Roma, Canesi, pubblica un libro sulla materia, con un titolo divertente e azzeccato. "Quando l’Italia tollerava". Il volume, arricchito da numerose illustrazioni originali e da foto, non costava poco: diecimila lire. Raccoglieva sedici racconti di scrittori italiani dedicati alle "case". Ci sono interventi di narratori di razza come Giancarlo Fusco, Buzzati, Comisso, Zavattini. Insomma, uno dei problemi era proprio quello. Nei bordelli non s’incontrava solo l’umanità fangosa. Ma anche la migliore intelligenza italiana. Che ora, in qualche modo, li rimpiangeva.

Ma il libro più bello dedicato alle "case" è "Notizie dagli scavi", di Franco Lucentini. Il protagonista, il Professore, è un uomo ritardato che vive in un bordello: è il tuttofare. Una vecchia ragazza della casa gli chiede di visitarla in ospedale, per un aiuto. Ha tentato il suicidio. Il Professore torna più volte. Le racconta degli scavi di villa Adriana. Che sono anche gli scavi dentro di noi, nel fango umano, nel cuore.

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di Redazione web