Gioco
Befana al contrario, il rito di Aulla: si restituiscono le armi-giocattolo e si distruggono
In Lunigiana il parroco pacifista chiede a mamme e bimbi di rinunciare alle pistole e di spaccarle davanti alla chiesa
AULLA. Qualcuno l’ha nascosta tra le mille cose dentro la borsa di mamma. Qualcuno la tiene in mano e lascia le braccia lunghe perché nessuno tra la folla la noti. Qualcuno, invece, la esibisce quella pistola di plastica con cui ha rincorso gli amici a suon di “bang bang”. Armi giocattolo. Simbolo. Di un modo di crescere i nostri figli maschi, di un modo di interagire, di un mondo in cui la guerra si fa ancora e di un altro che, meno consapevole, la guerra la fa credere gioco.
Don Roberto Turini le armi in mano ai suoi bimbi, i bambini di Quercia, non le vuole. Non le vuole neanche nei grandi cestoni in cui raccolgono i giochi, in cameretta. Non vuole vederle nel suo paese, nella sua parrocchia. E chiede a loro, i bambini, di consegnarle la vigilia dell’Epifania. E di distruggerle. Con forza, con decisione: con il martello, con i piedi, fino a ridurre la plastica in piccole briciole. Non violenza a violenza - assicura il parroco - ma un insegnamento: l’arma non si nasconde, non si cela, si distrugge. O il suo potere lo conserva tutto. Simbolo di un mondo che la violenza non riesce a vincerla.
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A Quercia, nel cuore della Lunigiana, sabato sera, dopo la messa e la processione, l’intero paese si raccoglie in piazza. Si fanno avanti i più piccoli: la pistola esce dalla borsa di mamma, il braccio risale dal basso e rivela l’arma nascosta dalla calca. Le pistole finiscono a terra, pezzi di plastica nera inermi alla luce gialla dai lampioni: i bambini aspettano il via poi quelle armi giocattolo le prendono a martellate, le schiacciano, le spezzano. Si muove lenta, al vento, contro luce, la lunga calza che scende dal campanile e il rumore di plastica spezzata rompe il silenzio. Quando le pistole diventano briciole si torna in chiesa e il parroco saluta i fedeli.
Distruggere le armi per riscoprire - nella parole di Don Turini - la vera Epifania, la cultura del dono, per dire no alla violenza in ogni sua forma, «la guerra, la fame, l’inquinamento, la rivalità personale». Potere del simbolo.
Sabato la riflessione, domenica la festa. Ieri, in paese, è infatti il giorno della tradizione, della calza, delle maschere, della vecchietta che se ne va a zonzo con la sua scopa.
La lunga calza non “osserva” più, ma diventa protagonista: quasi lambisce terra con i suoi mille colori. Quercia apre le porte e da tutta la Lunigiana - e non soltanto - arrivano decine, centinaia di bambini. E prima di entrare in paese - eccolo il dono - a tutti la Befana regala la calza. Sono 550 le calze preparate dalla parrocchia e dalla pro loco. Tutte e due insieme. A Quercia i confini sono labili: case e campanile, Pro Loco e parrocchia. Ci si conosce, ci si vede. Si organizza. Dalla sagra delle focaccette, alla feste della Befana. Don Roberto Turini, 82 anni - e mezzo, aggiunge lui con orgoglio - anima parrocchia e pro loco. Da 51 anni. Una storia alle spalle, l’impegno continuo per la sua Quercia e la voglia di guardare avanti. Al futuro, ai bambini perché «se ne fanno pochi dovunque, ma a Quercia ce ne sono ancora. Piccoli e grandicelli».
È soprattutto per loro che 30 anni fa è nata l’iniziativa “La Befana di Quercia”. Cinque anni fa quell’iniziativa è cambiata e il sabato alla messa e alla processione si è aggiunto anche il rito della distruzione delle armi.
Una iniziativa che è esperienza collettiva e coinvolge un intero paese. È quel paese che ieri sera, a festa finita, quando chi a Quercia è venuto per un giorno già è andato, si riunisce. Sono le 19 e 45 e il riso fumante arriva nei piatti: gli organizzatori cenano perché solo quando si mangia insieme si è davvero famiglia. Ai fornelli c’è Roberto Paganini: ora in pensione, è stato chef di Paracucchi e dell’hotel Byron a Forte. A Quercia ci è nato e cresciuto. E ci cucina. A tavola tutti quelli che hanno organizzato la festa. Si mangia riso di mare - sì anche in Lunigiana il pesce piace - , ma non possono mancare le focaccette nei testi perché passi il mare, ma la tradizione va rispettata. A cena c’è anche Alessandro Giovannoni, assessore ai lavori pubblici di Aulla che una mano ad organizzare l’evento la dà dal 1989 quando aveva meno di 20 anni. E c’è lui, don Roberto. Perché se è a tavola che nasce una comunità, è lì che lui deve stare.
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