Gioco
Caro Mauro, nessuno ci toglie la sigaretta che vengo a fumare dove te ne sei andato
Giovanna Carboni di Cerreto Guidi e le altre madri toscane (ma non solo) scrivono ai figli o alle figlie perdute «perché altrimenti li facciamo morire due volte. Io indosso anche le sue magliette, così le posso lavare: mi dà sollievo vederle stese»
Gli parla ogni giorno. La mattina si alza e si smarrisce, per un attimo. «Mauro non c’è più. Un’altra giornata senza di lui». Il calendario fissato al 27 ottobre 2017. Vietato strappare i fogli. Quella è la data del prima. Il dopo ancora non c’è. Per la mamma rimasta senza il figlio esiste un durante che galleggia. Al di fuori del tempo ordinario. Esiste «perché io parlo a Mauro ogni giorno. Inizio dopo che mi sono ripresa dal fatto che non lo vedrò. Allora gli parlo. È l’unico modo per non farlo morire un’altra volta». Per questo Giovanna Carboni di Cerreto Guidi gli ha scritto. Una delle lettere senza confini raccolte in un libro dalla giornalista fiorentina Gaia Simonetti. I colloqui di madri rimaste senza figli. Non si possono definire orfane. Neppure vedove. È così innaturale la condizione che non esiste una parola per definirle.
E' stato presentato giovedì 13 dicembre nella sede Rai di Firenze, piazzale Alcide De Gasperi 1 "Lettere senza confini", raccolta di lettere di madri che scrivono ai figli (e alle figlie) persi, per incidenti stradali, per femminicidi, perché mai nati.Questo libro, un percorso nella convivenza con il dolore, è curato dalla giornalista fiorentina Gaia Simonetti, responsabile della comunicazione della Lega Calcio Professionistico, finalista e vincitrice di vari premi letterari. In ricordo dell’ex ct del ciclismo, Franco Ballerini, con Alfredo Martini, ha scritto "Azzurra è la notte. Franco Ballerini, l’uomo" (Pagliai Editore).
L’inganno del lutto
Sono in lutto queste mamme. Un lutto che non passa. Si può solo provare a ingannarlo. Ciascuna a modo proprio. Giovanna si è inventata nuove abitudini. Per sé e per il figlio. Abitudini e divieti. Non pronuncia la parola “morto”. «Volato via”. In seguito a un incidente stradale la sera del suo compleanno: 27 anni, in auto, in via delle Cerbaie a Fucecchio. «Almeno una volta a settimana vado sul luogo dell’incidente, mi fermo. C’è un tronco di legno, su cui ho messo una sua foto. Mi fumo una sigaretta con Mauro. Una la fumo io, una la lascio a lui. Mauro non era un grande fumatore, ma una ogni tanto gli andava. In questo periodo gli ho fatto anche l’albero di Natale. Vero: non gli piacevano le cose false». Infatti in casa ci sono sempre fiori freschi. Di preferenza rose. «Quando mi voleva fare un piccolo regalo, mi portava una rosa, il suo fiore preferito. A volte blu, a volte bianca, anche rossa. E ora in casa, gli tengo sempre i fiori freschi». Rose, appunto, in prevalenza.
La pesca svicolata
Giovanna va anche a passeggiare in padule, come quando faceva quando Mauro era bambino. Nella lettera gli promette che presto andrà anche a pesca «ma ancora non l’ho fatto». Non ci riesce. Anche se è passato più di un anno dall’incidente. Quello - andare a pesca - forse, la dovrebbe far mettere di fronte all’ineluttabile: Mauro non c’è più. L’ammissione definitiva. Più della ricerca delle persone alle quali ha donato gli organi di suo figlio. «Mi sono messa in cerca delle persone che sono vive grazie a mio figlio quasi subito dopo che Mauro è volato via. Quindici giorni dopo. La dottoressa a Careggi quando mi ha vista all’ospedale mi disse: “Signora cosa ci fa qui? È troppo presto. Non ci deve stare qui”». Invece, Giovanna sente che quello è il suo posto.
Non ho potuto dire no
Quando Mauro ha l’incidente la portano di corsa all’ospedale. I carabinieri, alle quattro del mattino, quando le bussano alla porta, le dicono che suo figlio non è morto. «Ma io sapevo che non c’era più. Anche se era steso nel letto, con la testa fasciata, il braccio ingessato. Il cuore batteva, ma lui se n’era già andato». Una mamma lo sa, lo sente. Non ha bisogno delle conferme dei medici. Anche se le parole sono chiodi sparati quando ti dicono: «Fra due ore dovremo dichiarare la morte cerebrale. Vuole donare gli organi di suo figlio?. Lì per lì non ti senti pronta. Ma poi ho pensato a Mauro. Alla sua generosità. Sarebbe stato impossibile dire di no. Ha vissuto per gli altri. L’ho riscoperto anche attraverso i racconti degli amici. Dire di sì è stato ovvio». Così Mauro diventa un dono. E già dopo 15 giorni, Giovanna incontra Anna una ragazza alla quale un rene di Mauro salva la vita. «Incontrerò anche gli altri. Li incontrerò, lo so. Come so per certo che Mauro, nel letto di ospedale non era Mauro».
Mi è venuto a trovare
Le mamme lo sanno. Hanno canali di comunicazione speciali. Inaccessibili a chiunque altro. «Io non riesco a sognare Mauro. Ma una settimana dopo che era volato via, l’ho visto. Era sul luogo dell’incidente. Appoggiato all’ambulanza: seguiva il medico che tentava di rianimarlo. Si è fatto vedere, per rasserenarmi. Per rassicurarmi che avevo fatto la scelta giusta sull’espianto». Una confidenza diretta. Giovanna non vuole considerarla l’ultima. La considera l’ennesima. Perché lei con Mauro aveva una speciale confidenza. Di parole, di gesti: da bambino in su gli aveva anche insegnato a ballare. Perfino il valzer che poi ballano insieme alle nozze di Giovanna. Che continua a parlare a Mauro. «È il motivo per cui ho scritto anche questa lettera che non ha confini. Voglio dire agli altri genitori che non ci dobbiamo chiudere in noi stessi. Se ci chiudiamo, facciamo morire i nostri figli due volte. Invece, ce manteniamo vivo il ricordo, allora non muoiono mai». Anche se non sempre è facile. Per Giovanna, anzi, è difficile parlare di Mauro con Simona, l’altra figlia. «Riusciamo solo a ricordare i momenti felici di Mauro. Non parliamo del lutto». Per ingannarlo, però, Giovanna ha un altro modo. Ogni tanto indossa le magliette di Mauro. Così lo sente vicino. «Poi le posso lavare. E vedere i suoi panni stesi, sul filo, me lo rendono presente». Almeno per un po’. —
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