Il Tirreno

Toscana

Sindaci e onorevoli, è fuga da Renzi: «Se fonda un partito non lo seguiamo»

Mario Neri
Matteo Renzi all'ultima Leopolda
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Matteo Renzi all'ultima Leopolda

Barnini, Biffoni, Del Dotto, perfino il fedelissimo Parrini pronti a mollarlo. «Cambiamo il Pd, basta parlare di lui» 

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FIRENZE. C’è chi fa il finto ingenuo, pur stando immerso nel caos. O forse è vittima dello «stordimento» che, racconta un deputato della truppa, da ore immobilizza tutti i fedelissimi in Parlamento. Tipo Lucia Ciampi, sindaca di Calcinaia planata su un seggio alla Camera da un listino bloccato nonostante la disfatta del 4 marzo. Per lei che Matteo Renzi fondi un nuovo partito o un movimento di Ciudadanos renzianos «non è un’ipotesi sul banco», sebbene ormai nessuno sembri più disposto a mangiarsi la foglia, tanto che quel «non farò mai il capo di una corrente» scoccato in un post mattutino e poi in una diretta Facebook dal senatore semplice di Scandicci ieri è suonato come un tana libera tutti.

E non è un caso se al Tirreno, il portavoce Marco Agnoletti risponda: «Un nuovo partito? La risposta ufficiale è vedremo». Così, fra gli ex renziani ci sono gli scafati. Tipo Alessandro Del Dotto, sindaco di Camaiore, veterano di infinite Leopolde. Ecco, il versiliese di foglie dice di averne ingoiate troppe: «A me non sono mai piaciuti quelli che, di fronte ad una sonora sconfitta, scappano dal campo con la palla in mano. Io voglio ribaltare il risultato restando in campo. Matteo sta facendo una cazzata. Io resto nel Pd». E sarà anche vero che l’ex premier s’è deciso ad andarsene in solitaria e a mollare perfino Boschi e Lotti, nel frattempo fra parlamentari e sindaci è scattata la fuga. Se cerca un popolo, non potrà soffiarlo alla base dem.

La diaspora è cominciata dal cuore del renzismo, Firenze: «Credo che sia la strada sbagliata - ha detto Dario Nardella a Italia 7 - di fronte ai problemi non fai un altro partito, sennò arriveremo alla scissione dell'atomo». Una scossa seguita da uno sciame sismico. Soprattutto fra i primi cittadini che a maggio dovranno cercare una rielezione o provare a tenere i feudi dem in uno dei 188 Comuni al voto. Così, per l’empolese Brenda Barnini, primo esempio di millennials lanciata agli albori del renzismo, di scissione non se ne parla proprio: «Io non vado da nessuna altra parte. Il Pd va profondamente cambiato, ma fare un altro partito mi sembra un errore. Mi pare che purtroppo si continui solo a discutere di quello che farà Renzi, ed è sintomo di una malattia grave. Non è l’argomento che interessa gli italiani, nulla di ciò che caratterizza il dibattito del Pd dal da 4 dicembre 2016 in poi è mai stato sintonia con la gente, è diventato asfittico».

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La smarrimento non è casuale. Il passo di Renzi li getta nell’incertezza. Con quali coalizioni formare le liste per le amministrative? Il Pd toscano, a trazione renziana, ci sarà? «Io mi auguro che il Pd sopravviva», dice Barnini. Un sentimento simile a quello di Matteo Biffoni. «In questo momento quello che è importante è mettere cemento e mattoni al Pd. Il resto sono illazioni», dice il sindaco di Prato. «”L’è tutto da rifare” diceva Bartali. Serve un nuovo progetto politico per le classi sociali bisognose di protezione - ragiona il fucecchiese Alessio Spinelli, fino a pochi mesi fa un irriducibile - Ma che tutto questo si possa fare fuori dal Pd non mi vede molto d’accordo».

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Certo, tutti «delusi» da Marco Minniti, anche perché tutti i sindaci renziani lo avevano sostenuto con un documento ufficiale. Più di 70 in Toscana. «Che peccato», dice il cecinese Samuele Lippi, ma «il Pd è l’unica garanzia alla tenuta democratica del Paese. L’ipotesi di uscire ad oggi non la prendo in considerazione». «Io con la mitologica “gente” ci sto davvero. E di fronte alla politica di questo governo chiede un Pd finalmente unito. Invece andiamo in direzione opposta», dice Sandra Scarpellini. La sindaca di Castagneto Carducci nel dicembre 2017 portò l’allora capo del Nazareno alla tenuta di San Guido, la tappa costò uno degli slogan più esiziali: «Per un bicchiere di Sassicaia hai svenduto la classe operaia». Sembra passata un’era geologica: «Attendo gli eventi - dice - e continuo a sperare che Renzi non esca». Da Bibbona, Massimo Fedeli si inalbera: «Sono sempre stato contrario a quelli che escono dal partito perché non vedono riconosciute le proprie idee. Ma poi basta, ci gingilliamo ancora con le nostre beghettine?».

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Insomma, lo scaricano. Tanto che in serata Renzi tampona. La «scissione non è all’ordine del giorno». E c’è chi crede (spera)che la sua sia stata un’esca per testarne l’effetto. Certo ha fatto crollare colonne che sembravano indistruttibili: «Per essere chiari - dice Dario Parrini, ex segretario toscano e compagno di banco del senatore - a mio modo di vedere, il problema era è e sarà difendere il riformismo nel Pd». Del Dotto, invece, sostiene che «Matteo dovrebbe adottare la filosofia del salumiere. Perché non è che se il primo ti ha venduto prosciutto avariato, vai dal secondo e te lo vende avariato anche lui, poi torni alla prima bottega. No, di solito hai due scelte: non mangi più prosciutti, quindi ti rifugi nel non voto. Oppure vai alla terza, alla quarta e pure alla quinta. Ma dal primo mai più». Insomma, un Renzi sugli occhi non se lo mette più nessuno. 

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