Gioco
Livorno, 31 anni fa: quell’unica volta che Luciano e Max incrociarono i tacchetti
Vinse 1-0 lo Spezia di Spalletti, Allegri venne sostituito. Poi il destino li ha portati altrove: stasera si rivedono per Juventus-Inter
LIVORNO. Max era alto, sottile. Caracollava, più che correre. Aveva visioni di calcio superiore, immaginava corridoi quasi blasfemi per quella categoria, che un tempo si chiamava C1. Luciano era fisicamente più basato, ben piazzato sul baricentro, meno poetico palla al piede. Rifuggeva dagli arabeschi, era l’agente speciale chiamato a soffocare il talento altrui. Allegri e Spalletti sono stati giocatori tutt’affatto diversi, il giorno e la notte. Il centrocampo come denominatore comune, e nient’altro. Un regista raffinato e un mediano operaio. Le loro gesta con i tacchetti non entreranno nei libri di testo del pallone, la vita li ha ripagati poi con i trionfi da strateghi della panchina, con la gloria e i milioni.
Max e Luciano sono simili nella toscanità corrosiva: se fai l’allenatore, serve sempre (vedere alle voci Sarri, Mazzarri eccetera). Max e Luciano hanno mangiato il pane duro, da calciatori. E si sono incontrati una volta, solo una, l’uno contro l’altro armati: anno del signore 1987, domenica 7 novembre. Il torneo è quello di C1, il palcoscenico, glorioso, quello dell’Armando Picchi. Livorno-Spezia, gara di cartello come sempre, ottomila sui gradoni.
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Acciuga ha 20 anni compiuti da tre mesi, è acerbo ma già bravo, dotato, sfacciato con quel sorriso largo e un pizzico beffardo che il mondo ha imparato a conoscere. Gioca con il numero 10, l’allenatore amaranto Romano Mattè lo piazza alle spalle dela coppia d’attacco: Mucciarelli e soprattutto un altro ventenne di cui sentiremo parlare, Igor Protti. Gli aquilotti spezzini sono più squadra, solidi, da categoria. Luciano, che ha 28 anni ed è nel pieno della maturità, veste il numero 8 e corre accanto a un altro che da allenatore si farà strada: Bepi Pillon. Dietro, da stopper, un’altra gloria del calcio toscano: Sergio Borgo.
In campo volano tanti colpi proibiti, Spalletti e Pillon fanno gabbia intorno al genietto Allegri, che infatti se la gioca malino. «Gioca in spazi brevi, si mette in evidenza con alcuni slalom fini a se stessi, In sostanza ha dimenticato di sfruttare la sua visione di gioco, quella che gli ha permesso di guadagnare il posto da titolare», è la pagella del collega del Tirreno Sandro Lulli. Voto: 5,5. E infatti la sua partita dura 51 minuti, poi dalla panchina si alza Zerpelloni, faticatore di centrocampo che sostituisce il futuro allenatore della Juventus. Che a fine partita se ne va senza parlare.
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Intanto, sul campo, lo Spezia lo vince, quel derby. Il gol è griffato da Andrea Telesio, cannoniere di categoria che a La Spezia è ancora un mito: tocchetto beffardo, al 2’ della ripresa, a battere il portiere del Livorno Boldini su lancio di Guerra. Spalletti gioca, onestamente, novanta minuti: prestazione da sei, ma due punti (i tre non erano ancora arrivati...) in saccoccia.
Da quel tumultuoso giorno le carriere di Max e Luciano hanno seguito binari paralleli, senza più incrociarsi. Max giocherà a Pisa, Pavia, Pescara, Cagliari, Perugia, Napoli, Pistoia e Agliana, dove inizierà la sua incredibile parabola di allenatore. Luciano approderà a Viareggio e chiuderà ad Empoli, dove un giorno quella società, che di visioni azzeccate è specialista, gli affiderà la cura del settore giovanile.
Diversi da giocatori, diversi da allenatori. Max ha fatto la gavetta tra Agliana, Spal, Grosseto, Lecco prima di planare su Sassuolo e Cagliari, e fare così bene da essere scelto da Silvio Berlusconi, che da livornese lo considerava...comunista. Luciano invece, dopo la formazione ad Empoli, ha portato la sua valigia a Genova, Venezia, Udine, Ancona prima della grande chance di Roma. San Pietroburgo, ancora Roma e la Milano interista le ultime tappe di una grande carriera.
Max è cambiato: era tremendamente talentuoso ma un po’ anarchico da giocatore, è diventato Machiavelli in panchina, il fine giustifica sempre i mezzi. Luciano è rimasto invece quello che era da giocatore: un sergente di ferro, organizzatore, motivatore. Un leader nato. Stasera, quando si stringeranno la mano, magari penseranno a quel Livorno-Spezia di 31 anni fa. Con un sorriso.
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