Il Tirreno

Toscana

Strage di Nassiriya, la vedova Fregosi: «Enzo, un esempio, merita una borsa di studio»

Federico Lazzotti
Strage di Nassiriya, la vedova Fregosi: «Enzo, un esempio, merita una borsa di studio»

Il 12 novembre 2003 a Nassiriya moriva il luogotenente dei carabinieri: la vedova parla dell’amarezza per la medaglia d’oro mai data ed esprime un desiderio

4 MINUTI DI LETTURA





LIVORNO. Sabato a Riomaggiore, nelle Cinque Terre, per l’inaugurazione di una caserma dei carabinieri che porterà il nome del marito, il luogotenente Enzo Fregosi, ucciso il 12 novembre 2003 con altri 18 italiani a Nassiriya, in Iraq. Domenica 11 novembre il treno per Roma dove lunedì parteciperà alla giornata dedicata alla memoria delle vittime nelle missioni di pace. Per Paola Coen Gialli, 74 anni e due figli, questi sono i giorni della memoria. «La morte di Enzo mi ha cambiata in meglio perché da allora cerco di somigliare a lui: umile, affettuoso, sempre disponibile. Prima non ero così. Ecco perché penso al futuro e sogno una borsa di studio che porti il suo nome, esempio e occasione per i giovani».

[[atex:gelocal:il-tirreno:livorno:cronaca:1.17454647:gele.Finegil.StandardArticle2014v1:https://www.iltirreno.it/livorno/cronaca/2018/11/12/news/anniversario-della-strage-di-nassiriya-un-livornese-tra-le-vittime-1.17454647]]

Quanto ha lavorato su sé stessa per non lasciarsi andare?

«Ho cercato il lato positivo per me e per miei figli. Certo, la mancanza di un padre e di un marito si sente, ma averci passato tanto tempo stando bene insieme mi ha fatto dire a me stessa: Paola sei stata una donna fortunata, hai avuto un marito speciale, ci hai vissuto 30 anni in buona salute, con due figli bravi. E questa è già una fortuna con i tempi che corrono».

Che cosa ha conservato di lui?

«I ricordi normali di tutte le famiglie, foto, regali, vacanze. Ma anche la sua disponibilità, la generosità, cercare di apprendere dagli altri. E poi ci sono gli aneddoti che amici e colleghi di Enzo mi hanno raccontato, il regalo più prezioso».

In questa tragedia ha trovato un lato positivo?

«Mi ha regalato una nuova famiglia, composta dai parenti delle vittime. Abbiamo un gruppo WhatsApp, nella foto di copertina c’è la bandiera italiana e sotto la scritta “L’unione fa la forza”. Ci scriviamo praticamente tutti i giorni. Parliamo di cose belle, mica solo di tragedie: figli che si sposano, cresime, nipoti, comunioni. E poi ci organizziamo per essere presenti a tutte le manifestazioni che vengono organizzate per le vittime di Nassiriya».

Torniamo a 15 anni fa, all’ultima telefonata con suo marito prima dell’attentato.

«Pur non avendomi mai detto niente per non farmi preoccupare, a ripensarci quel giorno l’ho sentito diverso. Dalla voce e dal modo di parlare ho sentito che era preoccupato. Lui come i colleghi però non hanno mai detto niente».

È un atteggiamento anche di protezione rispetto ai familiari.

«Sì, tutto quello che mio marito ha fatto della sua carriera l’ho saputo dopo. Figuratevi che i nostri vicini nemmeno sapevano che fosse un carabiniere, non faceva trapelare nulla».

Cosa le ha fatto più piacere e cosa l’ha ferita di più in questi anni?

«Scritte e cori (“10,100, 1000 Nassiriya” ndr) mi hanno ferito, ma ho cercato di cancellarlo perché non vale la pena soffermarsi su questi facinorosi. Ciò che mi fa piacere, invece, sono i ricordi che gli altri mi fanno di mio marito. Come il colonnello che ha inaugurato la caserma in suo onore. Si conoscevano e mentre ne parlava io mi sono commossa».

Tocchiamo un argomento delicato: la medaglia d’oro che ancora non è stata conferita alle vittime dell’attentato.

«Non voglio fare polemica, ma questa medaglia d’oro doveva essere conferita subito su disposizione del presidente della Repubblica. Poi sono emersi diversi problemi. A cominciare da un decreto regio che impone la reazione armata a difesa, ma se ti mettono 500 chili di tritolo è difficile reagire. La mia speranza è che almeno i nostri figli vedano riconosciuto il sacrificio di Enzo e dei suoi colleghi».

Questo sacrificio, a distanza di 15 anni, che cosa ha cambiato sulle missioni all’estero?

«Le missioni all’estero servono, soprattutto per questi popoli ridotti allo stremo. Servono ad insegnare a difendersi e ad avere benefici pratici, primo fra tutti a livello sanitario. Poi sul fatto che queste popolazioni recepiscano quanto viene loro insegnato, su questo non mi sbilancio. A me preme che sia ricordata tutta la strage di Nassiriya, perché segna una tappa della storia italiana, la più grande strage dopo la guerra».

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Cronaca flash

Gioco

Superenalotto, i numeri vincenti di oggi – Jackpot da 41,9 milioni di euro

di Redazione web