Il Tirreno

Toscana

L’ingegnere top è donna, ma mai il capo

Valentina Landucci
Piaggio dell’università di Pisa, dove i vertici del laboratorio di Robotica sono tutti “in rosa”. La direttrice è Arti Ahiuwalia (la prima a destra nella foto grande)
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Piaggio dell’università di Pisa, dove i vertici del laboratorio di Robotica sono tutti “in rosa”. La direttrice è Arti Ahiuwalia (la prima a destra nella foto grande)

A Pisa il 90% dei direttori di dipartimento è uomo. Uno studio lo dimostra: più brave ma penalizzate dalla famiglia

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PISA. Sono più brave, si laureano prima, ottengono risultati migliori. Ma premiarle con ruoli di responsabilità no. Assumerle? Così così. Lo dicono i numeri, a Pisa e a livello nazionale. Anche quelli elaborati – nell’ambito di un progetto europeo sul tema delle carriere femminili – nello studio portato avanti da Rita Biancheri, professoressa associata del dipartimento di Scienze Politiche specializzata in sociologia dei processi culturali e comunicativi. «Promuovere una donna è impossibile!» tuonava qualche giorno fa Vincenzo Barone, direttore della prestigiosa Scuola Normale superiore di Pisa, citando casi di lettere anonime e diffamatorie nei confronti delle candidate donne alle cattedre della storica istituzione.

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Ebbene lo studio della professoressa Biancheri è, in qualche modo, una risposta anche alla sua denuncia pubblica: non è vero che è impossibile promuovere le donne. È vero, semmai, che non si vuole o non si fa niente perché ciò accada: «Guardiamo il dito e non la luna - spiega Biancheri - Sappiamo cosa dobbiamo fare per cambiare le cose. Non nascondiamoci più su sensazionalismo: ci sono studi e progetti europei, abbiamo sprecato fiumi di carte su cosa si deve fare, ora si sa e i risultati dei progetti europei sono evidenti».

Biancheri ha indagato a Pisa il fenomeno del leaky pipeline: ragazze con percorsi scolastici e formativi (universitari e post universitari) brillanti che non lavorano o, nelle proprie professioni, non raggiungono posizioni apicali. Tecnicamente asimmetrie del mercato del lavoro e delle carriere femminili. Lo studio si concentra sull’ateneo pisano e in particolare sugli ambiti medico e ingegneristico privati dei talenti femminili, che pure ci sono, per problemi anzitutto collegati ai criteri di valutazione con i quali si promuovono le carriere. Criteri come periodi di studio passati all’estero o partecipazioni a convegni internazionali.

Una donna che deve conciliare il lavoro con le necessità familiari ha più difficoltà a farsi strada a queste condizioni. «Da qui si crea quel gap - spiega Biancheri - che poi influenza il percorso accademico. Perché in definitiva le problematiche sono collegate alla conciliazione tra lavoro e famiglia. Lo dimostrano purtroppo le biografie di donne che ce l'hanno fatta: spesso sono single. Sono troppe le giovani ricercatrici che rinunciano alla genitorialità o hanno grosse difficoltà a conciliare la propria carriera con la cura dei figli». Ecco come si spiega il fatto che l’ateneo pisano possa contare su solo 2 direttori di dipartimento donna su 20 (nessuno nell’area medica e ingegneristica) o solo 32 presidenti di corso di laurea su 102, solo due dei quali nell’area ingegneristica (i dati sono quelli relativi all’anno 2014, ndr).

Da dove partire allora? «La famiglia e la scuola - spiega Biancheri - che sono le principali agenzie di socializzazione. L’esempio dato in famiglia, soprattutto dal padre, e il “come si insegna” alle scuole medie e superiori è elemento determinate nella scelta della facoltà e del corso di laurea. Oggi il sistema privilegia la scelta delle scienze umane per le donne, spaventate sia dalle difficoltà di conciliare agevolmente la famiglia con le professioni scientifiche sia dalla formazione eccessivamente tecnica che comportano. Su questo una maggiore multidisciplinarità non può che favorire la femminizzazione delle facoltà e delle carriere. Perché la prospettiva di genere è importante anche quando si progetta una macchina». 

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