Gioco
Quella distesa di abeti come cadaveri. La mia montagna come dieci, cento, mille Versiliane
Un viaggio tra Trentino e Bellunese: strade e boschi scomparsi, paesi trasformati in immense legnaie a cielo aperto
Stavo a Livorno quando una libecciata schiantò la Versiliana. La pineta rasa al suolo, una sensazione di impotenza e un groppo alla gola che non va via nemmeno quando capisci che poteva perfino andare peggio. Una dieci, cento, mille Versiliane tutte in un colpo.
Non potete capire. Non si riesce proprio a capire che cosa sia stato quel vento che ha brutalizzato la mia montagna fino a renderla irriconoscibile. Ci sono profili dei monti che compaiono per la prima volta. Rifatti da pioggia e frane. Le strade sono scomparse. Il volo in elicottero sopra il parco di Paneveggio, area di confine fra Trentino e Bellunese, le vallate agordine, il Cadore, Sappada, le Dolomiti friulane, la Carnia... Tutto appare trasfigurato, modificato, annientato. Da una settimana intere frazioni delle località montane che ho percorso a piedi, con gli scarponi durante i fine settimana, o con il cappello da alpino un secolo fa, da ragazzo, sono un’immensa legnaia a cielo aperto. Ma non le legnaie che i montanari mettono insieme, pezzo dopo pezzo, con cura, che sembrano sistemate da un designer di città per uno scatto da affidare alla rivista patinata. No. Pezzi di legno enormi buttati alla rinfusa che, visti dall’alta quota e dalla condizione di sicurezza che solo un velivolo può garantire, testimoniano l’esito di un disastro mai visto. Il vento, nella provincia di Belluno, in Trentino, in Friuli ha raggiunto i 180 chilometri orari. Da noi non succede. Mai.
I montanari sono avvezzi alle frane, alle valanghe, perfino alla mancanza di elettricità. Producono energia con le centrali idroelettriche ma sono mal serviti da sempre. Più d’uno in casa tiene un piccolo generatore. La montagna è viva e si sposta in continuazione, perfino qua dove si costruisce quasi sempre nel rispetto delle regole, e non dentro le aree golenali, dove è normale che i fiumi esondino dopo una bufera. Ma il vento, quel vento, no. Nessuno di noi lo aveva mai conosciuto. È iniziato verso sera. Un assaggio domenica 28 ottobre. Poi le raffiche di lunedì pomeriggio, il 29. Sono durate tutta la notte con i tetti che si scoperchiavano, i pali che finivano di traverso lungo le vie, a lato delle strade, sulle vie di comunicazione più importanti. Domenica mattina una emittente radiofonica delle valli agordine, RadioPiù, dava già conto dell’isolamento causato da uno smottamento sull’unica statale per Belluno, la 203. Era l’inizio. Gli alberi sono venuti dopo. Non ce ne siamo accorti subito, io almeno, non della vastità del fenomeno.
Non avevamo nemmeno gli occhi per piangere e, in effetti, non abbiamo pianto. Lo stordimento era tale che delle foreste schiantate in un intrico di tronchi buttati in ordine confuso non c’era un censimento. Abeti, abeti rossi. Tanti. In alcune zone del Bellunese, in Comelico, così tanti a coprire per intero lo specchio d’acqua di una diga. Ci sono zone in cui tutta la piantumazione fatta cent’anni fa, alla fine della Grande guerra che i nostri boschi li aveva orrendamente mutilati, è ormai buona solo per farci legname. C’è chi dice che la scelta di allora di aver messo a dimora così tanti abeti dalle radici poco profonde e così fitti sia una delle cause della rovina. Sarà, ma a noi cosa volete che importi? In Friuli, dove vivo, ci vorranno 60 anni per ricostruire il bosco. Nell’Agordino non c’è tempo per farli questi conti. Ci sono le persone, le case, le fabbriche, la stagione invernale che incombe, prima.
Piango gli alberi ma non compiango la mia gente. La mattina di martedì in molti erano già in strada con la motosega. Nessun soccorso li aveva ancora raggiunti ma loro la strada se l’erano sgomberata da soli, sotto l’acqua e davanti a una melma marrone scuro che ha ricoperto tutto, spesso anche i piani interrati delle case. Mentre riforniamo di carburante, per l'ennesima volta, la motosega, ci chiediamo chi ce lo fa fare a restare quassù, dove vengono i ministri in visita e le strade rimangono bucate. Ripianteremo gli alberi e ci faremo rifare le strade prima o poi. Continuando a dire, a voi di pianura, che se la montagna viene giù il conto, prima o poi, lo pagano quelli di città. —
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
