Il Tirreno

Toscana

Stop (a metà) alle false sagre, basterà chiamarle «feste»

Mario Neri
La sagra del tartufo e del porcino a La Serra, San Miniato
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La sagra del tartufo e del porcino a La Serra, San Miniato

Secondo il nuovo codice del commercio in Toscana, potranno promuovere e cucinare solo prodotti tipici per un massimo di 10 giorni. Nei ristoranti degli hotel ammessi clienti esterni. «Addio alla concorrenza sleale»

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LIVORNO. Stop alla sagre farlocche, agli appuntamenti estivi camuffati da feste della cucina tradizionale anche se di toscano non hanno nulla. Guai, insomma, a chiamare sagra un campo e un paio di tendoni sotto cui vendere un po’ di salsiccia e birra, patate fritte e cotolette, uno scampo alla catalana o un sedicente tortello mugellano. D’ora in poi anche solo per potersi fregiare di quel titolo (sagra, appunto) bisognerà promuovere prodotti tipici. Toscana first, quella vera. Poi una stretta (di nuovo) alla grande distribuzione e un aiutino agli albergatori, che potranno aprire i ristoranti anche a chi non alloggia in hotel.

La sagra è sacra. Sono le novità introdotte dal nuovo codice del commercio approvato ieri dal Consiglio regionale. Le nuove regole, messe a punto dall’assessore al turismo Stefano Ciuoffo e dai consiglieri dem Simone Bezzini e Gianni Anselmi, nascono come un giro di vite. D’ora in poi la sagra - a meno che non sia promossa da organizzazioni politiche, sindacali, religiose, onlus o Proloco - non potrà durare più di 10 giorni. E non potrà chiamarsi “sagra” se non promuoverà uno dei circa 90 prodotti certificati Dop, Doc, Igp e Igt della regione o comunque uno dei 470 contenuti nell’archivio dei cibi tipici toscani. Insomma, la sagra è sacra. Eppure la festa di contrada, dell’associazione culturale o messa su dal privato non smetterà di esistere. «Se hanno impianti e strutture a norma sì, ma non potranno definirsi “Sagra” ma “Feste”», dicono dagli Uffici della Regione. È l’unico paletto invalicabile. Pena, la chiusura. Il codice del commercio, poi, non pone limiti geografici interni alla regione: e così la sagra della Palamita potremo trovarla nel Chianti e a Livorno gustare il tartufo di San Miniato. Unica condizione: la filiera corta, niente mediazioni fra produttore e gestore dell’evento, che dovrà essere l’organizzatore. Tutto per preservare e valorizzare prodotti tipici a rischio estinzione.

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A cena nei tre stelle. Ovvio, il codice Ciuoffo ha fatto esultare le categorie. Per Confesercenti e Confcommercio Toscana è finita la pacchia delle false segre: «Il nuovo codice ristabilisce la competizione del mercato. Da molti anni chiedevamo limiti all'uso improprio di sagre e simili, che creano concorrenza sleale», dicono i presidenti Nico Gronchi e Anna Lapini. E anche Federlaberghi giubila: «Le nostre 2mila imprese alberghiere lo attendevano da anni», dice il presidente di Federalberghi Toscana Daniele Barbetti. Perché il testo è chiaro: le modifiche ora consentono agli hotel dotati di un ristorante con una superficie non superiore al 25% del totale di accogliere a tavola anche “esterni” e non solo i clienti che alloggiano nelle strutture. Tutto senza dover sottostare ai diktat dei regolamenti comunali. «Non è tanto un sostegno ai grandi hotel - dicono dalla Regione - ma alle piccole pensioni che in questi anni hanno sofferto di più la concorrenza delle sagre, soprattutto sulla costa».

Bersani smacchiato. Ma il codice dà di nuovo battaglia alle liberalizzazioni Bersani poiché viene reintrodotto il limite dei 15mila metri quadrati di superficie di vendita per la grande distribuzione. Un paletto per cui la Toscana era stata bocciata anni fa dalla Corte costituzionale. Una soglia che non è retroattiva e vale solo per le nuove costruzioni. «Ma non abbiamo segnalazioni di ipermercati o grandi centri commerciali con spazi vendita di quelle dimensioni, ad eccezione di Ikea a Pisa, che però all’epoca ottenne le autorizzazioni. E comunque, se alcuni progetti fossero già approvati dal Pit, non dovranno adeguarsi alle nuove regole».

Temporary store. Obbligati a farlo, invece, i temporary store, cioè i negozi temporanei che spuntano all'improvviso nei fondi commerciali vuoti, magari colpiti dalla crisi, e all'improvviso spariscono. Ecco, il codice è chiaro: dovranno stare aperti almeno 90 giorni e potranno essere gestiti anche direttamente dai marchi produttori della merce in vendita. 

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