Il Tirreno

Toscana

Inferno Monte Serra

Monte Serra, sulle braci del Paradiso Perduto: «Era bellissimo, non c’è più nulla»

MARIO NERI
L'incendio del Monte Serra dietro la Certosa di Calci (Pisa)
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L'incendio del Monte Serra dietro la Certosa di Calci (Pisa)

Seicento ettari in fumo, settecento sfollati: la Valgraziosa è una valle devastata. E in serata a Calci riparte l’incendio

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CALCI. Dopo una notte passata in branda, Pino non ha resistito. C’è un pezzo di tetto che brucia, gli hanno detto. Una torcia sulla collina di fumo. E così è corso quassù, e ora cammina con il cellulare all’orecchio, avanti e indietro nel parcheggio di Montemagno, sbuffa e singhiozza. Lui, la moglie e il figlio li hanno visti uscire dalla palestra degli sfollati con il cane al guinzaglio e per tutto il giorno nessuno ne ha più saputo niente.

Case (e vite) perdute
Forse siamo gli ultimi ad averli incrociati. «Amore andiamo - dice la donna - sta distruggendo tutto». «Dai, babbo, i cavalli, ci sono i cavalli. Sono lì da stanotte», grida il ragazzo. «Ti lascio, ti devo lasciare». Pino Donnaloia s’è convinto a chiudere la conversazione, sta indicando un punto nel vuoto. Dietro i muri rossi avvolti dalle fiamme, sullo sfondo, c’è tutta la sua esistenza. Non solo una casa, ma i suoi dipinti, la ragione per cui ha scelto Calci e questa vallata. E adesso sta fuggendo a tutto gas sulla sua jeep da questa piazzola, da questo posto che sembra essere l’unico ancora sicuro sotto il fronte del fuoco, su per le stradine strette, le erte di ciottoli e archi, verso casa, incontro alle fiamme, oltre il borgo di Montemagno, grumo di case più che frazione a cui si arriva percorrendo la strada che sale dalla Certosa. È una delle zone più panoramiche, eppure oggi è nascosta fra nuvoloni acri che l'alba ha trasformato in dita rosate. E viene in mente che forse Pino e la sua famiglia sono vittime e spettatori perfetti di questo spettacolo malato pianificato dal piromane. Così come in qualche modo lo siamo tutti noi, i 300 fra volontari e vigili del fuoco dispiegati dalle 22 di lunedì su chilometri di territorio, obbligati dal vento a restare inermi per una notte come i 700 sfollati costretti ad uscire dalle case abbarbicate sul Monte Serra ad ogni raffica più potente, ad ogni colpo a sorpresa del meteo. Un paesino sulla colline, un passo da Pisa, diventato per un giorno un’attrazione, uno spettro di paure da scorgere col cuore in gola dall’autostrada, da fotografare come uno strano fiore carnivoro in prospettiva, dietro le code dei boeing dal Galilei, un comignolo nel centro Italia per chi guarda l’orizzonte dalla Costa Azzurra.

Salvi per miracolo
«Li abbiamo dovuti costringere a venire. Abbiamo urlato fino a sgolarci, lo vede», dice Ascanio Armani in uno dei declivi fra via del Poggio e la strada del Chiasso. Impugna una sistola, e sembra quasi Davide che lotta contro Golia. Sta tentando di spegnere un olivo che brucia ancora accanto alla sua villetta. A guardarsi intorno sembra impossibile, ma la sua casa è salva. «Sa perché? Perché abbiamo pulito bene i campi». Non c’è uliveto a Montemagno che non sia stato travolto dalle fiamme e gli alberi diventati ossi di legno neri sulla terra. Non tutti hanno avuto la fortuna di Ascanio.

Case cancellate dal fuoco
«Una casa non esiste più e molte sono state colpite e semidistrutte, ma adesso siamo preoccupatissimi, il fuoco è tornato a minacciare il paese», dice la vicesindaca calcesana Valentina Ricotta alle 19. L’incendio del Serra s’è risvegliato. «Una tragedia immane - dice il sindaco Massimiliano Ghimenti - Ma faccio molta difficoltà a pensare che possa essere un incidente. È successo di notte, il primo focolaio è partito sotto il ristorante Le Porte alle 22, in un posto dove è impossibile che a quell’ora qualcuno si metta a bruciare sterpaglie. Se non è la mano di un criminale di cosa stiamo parlando».

Il delitto perfetto della natura
Anche il ministro dell’Ambiente Sergio Costa, da New York, ne è sicuro: «Non è tollerabile veder bruciare in poche ore un patrimonio naturale che ha impiegato decenni per svilupparsi». Oltre 600 ettari perduti in 24 ore, di cui 150 di ulivi, tanto quanto 750 campi di calcio. Oltre l’ultimo arco che conduce verso Tre Colli c’è la Valgraziosa più bella. «Sì, si chiama così questo posto: natura, pace, bellezza. Sei vicino al mondo ma lontano dal suo caos. Mi ci sono trasferita 20 anni fa da Viareggio per questo. Stanotte non ho resistito, sono crollata, ho pianto. La chiamano Valgraziosa, ma adesso è una valle devastata», dice Stefania Castaldo, 54 anni, proprietaria dell’unica alimentari di questo grappolo di abitazioni. Ha disobbedito a un ordine ferreo: tornare quassù dopo essere stata evacuata. Come lei lo hanno fatto in molti appena tornata la luce. Per salvare le cose più care, per ricercare animali scappati, spariti nel fumo e nel buio spezzato dai bagliori del rogo, «o anche solo per mettere asciugamani bagnati alle finestre». Una speranza vana. «La fuliggine ha invaso tutto, ci rimarrà per giorni, forse mesi». Per alcuni, c’è già la certezza di dover fare i conti col vuoto. Una casa non esiste più, altre quattro sono state danneggiate.

La paura del piromane ritorna
Se c’è un piano dietro tutto questo, è spietatissimo. Chirurgico anche se affidato alla volubilità del vento. La procura ne è certa: c’è la mano di uno o più uomini dietro il disastro. E da ore è partita la caccia, si cerca fra gli identikit di chi già ha colpito in Toscana. «Dieci giorni fa c’è stato un altro incendio - continua il sindaco - quasi nello stesso punto. Nel pomeriggio, in poco tempo è stato domato». Un test, una specie di prova generale prima di scatenare la grande frusta di fuoco. Ha cominciato a scorrazzare sulla schiena del Serra dalle 22 di lunedì. Il primo focolaio, i primi inneschi, in almeno due punti: qualche metro sotto il ristorante Le Porte e a Tre Colli, poco distante dalla sommità «per che i pisani veder Lucca non ponno», scriveva Dante, e oggi irta di antenne tv. «Ci ha circondati, un muro che è arrivato qui. Sì, abbiamo temuto di poter morire. E, come vede, ha abbattuto tutto, la mia Ape, i boschi, ma non la casa». Daniel Day, 75 anni, c’è venuto 39 anni fa dal Texas. È uno dei tanti stranieri che hanno scelto questo angolo di Toscana come rifugio, e l’hanno trasformata in una zona pregiata. «Ora è tutto perso», dice. Addosso una maglietta grigia di cenere strappata, un volto scavato da rughe e anni di ritiro quasi spirituale. Per Calci era una specie di acropoli, di tenuta naturale e economica, ricca di agriturismi affacciati su Pisa e il mare. Adesso è una discesa nera di carcasse di alberi. Sulle mulattiere il bosco muto si sbriciola sotto la suola delle scarpe. «Non ricordo incendi così, forse solo nel ’70 e nell’85, quando andarono in fumo 1000 ettari», dice Paolo Lazzerini.

La bellezza sfregiata
Ci si arriva solo a piedi, percorrendo una strada sterrata piena di pali della luce crollati, di tronchi e braci che scoppiettano ancora. «Ci sono venuto con mia moglie nell’89, proprio per la bellezza». Ora la bellezza è perduta. Chi l’ha sfigurata ha rischiato di compiere una strage. Il fuoco per ore si muove come un elastico. Nella notte lambisce il paese fino alla frazione di Castelmaggiore, sfiora la Certosa, le sue mura medievali, poi si arrampica sulle colline e giù fino a Caprona, alla Torre degli Upezzinghi, lungo il torrente Zambra, e per chilometri sulla schiena del lungomonte pisano fino a Uliveto Terme per poi riprendere vigore al tramonto, facendo retromarcia fino a raggiungere Avane, a Vecchiano. «Le case, qualcuno avverta qualcuno, le case vanno a fuoco», grida una donna. In una segheria sotto la fortificazione per ore lavorano i pompieri. Fumano le tettoie di amianto sotto le rocce aguzze del monte. Vicopisano, Calci chiudono le scuole, L’aeroporto ferma i voli fino alle 19.

Lo stato d'emergenza
«Ho firmato lo stato di emergenza e un decreto che stanzia i primi 200mila euro - dice il governatore Enrico Rossi - Credo che si possa dire che i soccorsi hanno funzionato, ma una volta finito il peggio pensiamo alle bonifiche». Anche il leghista Gian Marco Centinaio atterra a Pisa con la convinzione che si possa pensare al day after della grande paura. Visita Calci e promette: «La situazione è impressionante, ho chiesto lo stato di emergenza a Conte e vorrei capire se la Regione ha pensato al ristoro degli ulivi. Se non l’ha fatto ci penseremo noi», dice il ministro dell’Agricoltura, che si trascina dietro anche le accuse del Pd regionale per non aver avvisato della sua visita Rossi e invece “omaggiato” la sindaca verde Susanna Ceccardi. «Ma a cosa pensano questi?», si domanda Fabio Bonanni, 71 anni, di Montemagno. «Alle due è scoppiato l'inferno. Vivevamo in un paradiso e ora non ho neppure il coraggio di guardare verso il monte. Castagneti, oliveti e vigne, questa era la nostra ricchezza, ci venivano escursionisti e famiglie da tutta la Toscana».

Gli sfollati
Nella palestra della Libertas, sulle brande allestite per gli sfollati, Maria piange: «Mi hanno portata giù di corsa quelli con le divise arancioni, vede, ma ho dimenticato di prendere i cerotti per l’Alzheimer. Li devo appiccicare qui sulla spalla, sono medicine, e ho paura di svegliarmi, domattina, ed essermi dimenticata chi sono». Le bimbe di Yuri Freggia e Eleonora Pegoraro sono qui, fra queste mura che rimbombano, da ore. Hanno addosso una notte insonne e vestiti affumicati. «Alternano momenti di pianto a momenti di divertimento, sono stanche e nervose. Vorrebbero tornare nella loro stanzetta, ma non sappiamo nemmeno se una stanzetta ce l’avranno ancora». A volte nella palestra o di fronte al bar rimbomba una voce più alta, uno sfogo che copre i motori dei canadair e degli elicotteri, dei generatori dei pompieri venuti da tutta la Toscana, dall’Emilia, dalla Lombardia. «Se oggi avessimo avuto la videosorveglianza utilizzata un tempo su questo monte, gli inquirenti avrebbero elementi per scovare il criminale che ha appiccato l’incendio. È stata dismessa per mancanza di fondi. E il sindaco dice che non si è potuta installare di nuovo per ragioni di privacy», accusa durante la conferenza stampa in Comune Egon Borger, docente di informatica dell’università di Pisa. «Dice assurdità - replica Ghimenti - Era un sistema ad infrarossi e serviva a rilevare la presenza del fuoco».

Notte di fiamme e sciacalli
Calci brucia, anche di rabbia. E nella notte le fiamme ricominciano a farla tremare, si riaccendono dietro la facciata e la Madonna barocca che sormonta la Certosa. E i calcesani temono che il fuoco non sia più l’unica minaccia. «Ho chiesto a carabinieri e polizia di fare uno sforzo - dice il sindaco Ghimenti - Sappiamo di sciacalli già in azione. Ci sono 700 persone costrette a stare lontano da casa, che almeno siano tranquille». —
 

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