Toscana
Luisana la sopravvissuta: "Sono caduta dalla spalletta sull'Arno, ora metteteci delle lapidi: i ragazzi guardino la morte in faccia"
Una vertigine nel buio, il tonfo, il gelo: "Quella notte a Pisa ho rischiato anch'io di morire". Nei giorni scorsi la caduta mortale di un ragazzo e una lunga catena di incidenti simili
Sebastian Keane di Barga, morto nei giorni scorsi cadendo da una spalletta sull’Arno a Pisa, è l’ultima vittima di una lunga catena di incidenti simili. Due anni prima era successo a una ragazza di Castelfranco di Sotto, Luisana Esposito, che ha accettato di parlare della sua vicenda al “Tirreno”. Ecco la ricostruzione del suo racconto.
Naturalmente, non sono morta. I soccorritori del 118 mi hanno trovata distesa e mezza storta sulla banchina, nel buio. Cavolo che buio; e che freddo. Non ne ho mai sentito così tanto. E poi ho girato la testa, ho visto la chiesa della Spina e me ne sono quasi convinta. Sì, sono morta. Quindi, ragazzi state attenti, vi prego.
Voce in gola non ne avevo, ma i miei amici finalmente si erano accorti che non stavo più camminando al loro fianco. Ci hanno messo un po’. Sapete, di notte il lungarno distrae, ammalia, inganna. Confonde i colori e le forme. Il mio fidanzato, Samuele, stava già scendendo dalla scala a pioli. E ho pensato: se scivola anche lui è finita. L’ambulanza l’ho chiamata io, sono riuscita ad allungare un braccio e ad afferrare il cellulare nella borsa.
- Venite, ho paura. Sono qui sul cemento accanto al fiume. Venite sennò cadono giù anche loro.
È arrivata subito. Anche se poi i vigili del fuoco hanno impiegato un bel po’ a tirarmi su. La gru, la spinale, l’imbracatura. Sono stata trasportata in ospedale dopo un’ora. No, non ero morta, ma per un po’ sono morta dentro. Mi sono fracassata le caviglie, fratturata il malleolo, il metatarso, il calcagno a tutti e due i piedi. Il sinistro è rimasto piegato, se sto troppo in piedi ancora oggi si gonfia come un pallone. Due vertebre lombari sono quasi esplose.
A Cisanello sono rimasta quattro giorni. Operata d’urgenza, poi a casa otto mesi a letto. I primi quattro senza neppure poter girare la testa sul cuscino. Ragazzi, datemi retta: non ne vale la pena, state attenti.
Ah, mi chiamo Luisana Esposito, ho 29 anni, lavoro come grafica, sono nata a San Miniato e vivo a Castelfranco di Sotto. Per tutti Lulu. Senza l’accento. Sono una sopravvissuta alle spallette dell’Arno e ho un messaggio per voi: sono stata una sciocca. Ve lo dico adesso sì, a due anni di distanza perché sapere di quel ragazzo di Barga, morto qualche giorno fa, Sebastian Keane, mi ha scosso. Ok, accetto l’intervista, devo fare qualcosa, ho pensato.
«Mòviti, scendi cretina», mi dicevano i miei amici. Era l'una e mezzo di notte fra l’11 e il 12 settembre 2016. Una notte prima di Sebastian. Se ci penso mi vengono i brividi. Come se sulle spallette, in quei giorni, si aprisse una finestra col mondo dei non vivi.
C’era aria calda di fine estate eppure laggiù sulla banchina congelavo. Non si può scrivere la propria morte, ma occhio ragazzi, prima di salire sulle spallette dell’Arno a Pisa, prima di lasciarvi catturare dal panorama e dal fascino della sfida alla vita, sappiate che nemmeno la leggerete sul giornale. Quando si muore si muore, punto. Lo so, state pensando di poter continuare a sedervi su quel muretto così largo e comodo a gustarvi una birra, il tramonto o le luci soffuse sul fiume, e che il peggio succede solo agli scemi, ma sappiate che in un attimo potreste diventare scemi tutti.
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Sono stata rimproverata dal mondo intero. Da Facebook conservo un ricco campionario: drogata, matta, alcolizzata. Mi hanno presa in giro: volevi fare Spiderman. Ok, giusto così. Ma io no, non avevo bevuto. Nemmeno un goccio. È stata una vertigine, per me abituata a sfidare il vuoto fin da piccola. In montagna, con le camminate in cresta. O al mare. Bastava vedessi una torretta ed ero subito la prima a voler raggiungere la cima.
È successo così: sono salita sulla spalletta all’altezza di piazza Carrara, in piedi, e mi sono sentita strana. Ho vacillato, mi sono seduta, ma invece di voltarmi verso il lungarno, ho appoggiato i piedi sul camminamento sottostante. E ho cominciato a dirigermi verso il ponte di Mezzo, tenendo il passo dei miei amici. Non so perché. Eravamo invitati a un compleanno. Credo mi abbia fregata l’ansia, il panico, insomma un nodo che mi stringeva lo stomaco. Perché, procedendo, invece di salire, il camminamento digradava e mi rendevo conto che risaltare la spalletta sarebbe stato più difficile. Le teste dei miei amici cominciavano a sparire. Io mi voltavo, uno sguardo, e ogni volta ne vedevo un pezzetto meno. Giravo la testa, dritto-sinistra dritto-sinistra. A un certo punto mi sono sbilanciata. Un passo falso, il piede nel vuoto.
Bum. Un volo di sei metri. Un istante, in un istante ho capito che se non avessi sganciato anche l’altro piede sarei piombata sulla banchina con la faccia. Ho riunito e raggruppato le gambe. Il dolore? No, solo il gelo. Finché si è giovani è così, crediamo di essere intangibili, e nessuno potrebbe convincerci che in realtà dopo il confine segnato dal pericolo c’è la frontiera del nulla. Anch’io ero così. Ma questa cosa ha cambiato tutto. Tutta la tua vita, quando sei così vicino a perderla, prende una piega diversa.
Ma è stata dura. Ho passato momenti neri, crisi di pianto, sfiorato la depressione. Mi ha salvato mia mamma, Maria. È stata la mia crocerossina, psicologa, il mio confessionale. Mi ha salvato l’amore, anche se la spalletta l’amore più bello me l’ha rubato. Avevo appena conosciuto il mio fidanzato. Era uno di quei momenti, quando le vele si gonfiano per uno sguardo o una mano che ti sfiora. Mi sono ritrovata in un letto. Immobile. Come una vecchia. Ha sopportato mesi durissimi, quando sentivo dolore anche solo per un bacetto su un occhio. Mi ha rialzato lui dalla sedia a rotelle.
E ora lo ripago ogni giorno, perché mi è rimasto accanto. Lo guardo e ripeto a me stessa cosa avrei perso. Ci ho pensato a lungo: cosa potrebbe scoraggiarli, cosa potrebbe farli smettere di salire sulle spallette? Barriere? No. Perché mai dovremmo rovinare un patrimonio storico solo perché la gente non riesce a resistere ai propri istinti. Se posso, magari sarà una stupidaggine, ma un’idea per i politici ce l’ho. Lapidi. Mettete delle piccole lapidi in ogni punto in cui è morto qualcuno. Una targa e una foto.
Ci sono tornata a Pisa. E mi ha spaventata. Ci ho visto camminare bambini, sulla spalletta. Alla Luminara brulicava di gente. Ecco, io non sono morta. Ma sono sicura: se l’avessi vista in faccia la morte, le avrei girato le spalle.
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