La protesta
Alta la spesa farmaceutica, ma la colpa non è dei medici
La Corte dei Conti assolve tutti i dottori della costa - da Piombino a Livorno - chiamati a giudizio come iperprescrittori: «Non c’è stato danno erariale»
livorno
La spesa farmaceutica è stata alta. Più alta della media regionale. E dell’ex Asl di Livorno. Ma non si può imputare a singoli medici. Per questo la Corte dei conti di Firenze non riconosce come “iperprescrittori” e quindi come responsabili di un danno erariale di quasi 200mila euro i medici costieri citati in giudizio nel 2014.
La sentenza di assoluzione dalle contestazioni mosse dalla Procura della Corte dei conti riguarda Maurizio Marchi, medico di Livorno, al quale veniva contestato un danno erariale di 26mila 17 euro; Massimo Immorali, medico di Cecina (danno contestato: 32.163 euro); Giovanni Severino Petri medico di Piombino (danno contestato: 19.079 euro); Sergio Querci, medico di Livorno (danno contestato: 29.042 euro); Roberto Spagnoli, medico in Bassa Val di Cecina e Rosignano (danno contestato 19.428 mila euro); Benedetto Bruni medico di Campiglia, San Vincenzo, Suvereto (deceduto: gli era stato contestato un danno erariale di 71.955 euro).
Secondo la Procura della magistratura contabile, fra il 2009 e il 2011 questi medici avrebbero prescritto ai pazienti, in modo costante, farmaci brevettati (e quindi più costosi) al posto di farmaci generici di uguale efficacia per curarsi. Questo, malgrado le indicazioni della Regione Toscana che, con propria delibera, aveva dato indicazione ai medici di contenere la spesa farmaceutica e di utilizzare farmaci “fotocopia” per curare i pazienti, a parità di efficacia terapeutica. Le indagini vengono affidate ai Nas di Livorno che, in effetti, rilevano la «preferenza accordata dai singoli medici nel prescrivere molecole coperte da brevetto rispetto alle molecole a brevetto scaduto nell’ambito della stessa categoria terapeutica omogenea rilevando che una immotivata prescrizione di una singola specialità medicinale coperta da brevetto può determinare un aggravio di spesa fino a 4 volte superiore rispetto alla prescrizione di un farmaco equivalente». Tuttavia, al termine delle indagini, e malgrado il fatto che la ex Asl di Livorno abbia richiamato e convocato «più volte i medici convenuti in giudizio al fine di una più appropriata prescrizione secondo le disposizioni della Regione», la Corte dei Conti conclude che non possano essere condannati al risarcimento del danno erariale.
La decisione si basa su una considerazione semplice, evidenziata dai difensori dei medici: «Le contestazioni si riferivano a prescrizioni genericamente indicate, con calcoli statistici, mentre occorreva una verifica analitica delle prescrizioni, con esclusione di riferimento a parametri astratti.... Le medie statistiche, seppure ponderate e pesate, non comprovano automaticamente la responsabilità amministrativo-contabile del medico di base, dovendosi anche considerare la insindacabile valutazione rispetto alle caratteristiche del singolo paziente». In parole più semplici: non basta dire che nella zona di un medico si spende il 30% in più di farmaci rispetto alla media aziendale o regionale, per definire automaticamente il professionista come iperprescrittore. Anche perché - secondo i difensori - il professionista solo conosce: 1) la storia clinica del paziente e sa quale farmaco prescrivere; 2) se il farmaco fotocopia abbia gli effetti del farmaco brevettato o sia meno efficace o abbia effetti collaterali sul proprio paziente. Anche il parere di Aifa, l’Agenzia italiana del Farmaco, alla quale la Corte dei Conti ha chiesto una consulenza, non è dirimente. Tanto che la Corte conclude di essere di fronte a un caso di «iperprescrizione in senso lato», ma non di «iperprescrizione in senso stretto». Con impossibilità di condannare i medici al risarcimento del danno. —
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