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Toscana

Il ministro Bonafede tace su Lanzalone, il Pd insiste per avere la mail

Federico Lazzotti
Il ministro Bonafede tace su Lanzalone, il Pd insiste per avere la mail

Livorno, il guardasigilli mentì al Senato? Ecco cosa disse il 2 agosto: «Negli ultimi 6 anni mai avuto rapporti professionali con lui»

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LIVORNO. Il ministro della giustizia Alfonso Bonafede contattato dal Tirreno, preferisce non chiarire i dubbi che da tre giorni si stanno addensando sul suo conto. Il guardasigilli ha mentito in parlamento? La questione riguarda i rapporti professionali con l’avvocato Luca Lanzalone, il manager arrestato a giugno nell’indagine sugli appalti per la costruzione del nuovo stadio di Roma, dopo essere stato nominato dalla sindaca Virginia Raggi al vertice della multiservizi Acea.

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Troppo impegnato il ministro pentastellato – dicono dal suo entourage – nella stesura del decreto anti-corruzione in via di ultimazione per replicare, limitandosi a confermare quanto sostenuto il 2 agosto in Senato. «Negli ultimi sei anni – disse in una seduta molto movimentata tanto che la presidente Casellati dovette interromperla – non ho avuto alcun rapporto professionale con l’avvocato Lanzalone». Questo nonostante le incongruenze tra quelle parole e le mail che compaiono nella richiesta di archiviazione dell’indagine su Aamps, l’azienda dei rifiuti di Livorno. A cui si aggiungono, adesso, le pressioni del Pd che da quando il Tirreno ha dato conto di questi documenti chiede «trasparenza» a uno dei paladini del palazzo specchiato. Nessuna implicazione penale per Bonafede, ma la questione ha un peso politico importante.

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Per chiarire le contraddizioni tra i fatti e le parole è necessario leggere il documento giudiziario che riguarda il presunto abuso d’ufficio (archiviato) nell’assegnazione diretta di tre consulenze da parte del Comune di Livorno allo studio Lanzalone & Partners per 131.500 euro, e dove vengono citate due mail in cui emerge il ruolo dell’allora senatore come regista dell’operazione.  In particolare ce n’è una inviata dallo stesso Bonafede il 7 gennaio 2016 al sindaco Filippo Nogarin, l’allora assessore al bilancio Gianni Lemmetti (ora in Campidoglio), l’avvocato Francesco Costantini e lo stesso Lanzalone. All’interno si programma un incontro per il 18 gennaio successivo per «fare un primo punto della situazione alla luce di queste prime settimane di collaborazione (tra il Comune) con gli avvocati dello studio Lanzalone&Partners».

L’altra mail, invece, è del 3 febbraio e a inviarla è l’avvocato Lanzalone che tra i destinatari, per conoscenza, inserisce tra gli altri, anche Bonafede e l’attuale vice premier del governo giallo-verde Luigi Di Maio. In questa seconda missiva l’avvocato dà la sua disponibilità ad assistere l’amministrazione, i suoi rappresentanti e le partecipate.

È confrontando questi atti con le parole del ministro in Senato 34 giorni fa che emerge una evidente incongruenza. A tirare in ballo Lanzalone, in quella occasione era stato il senatore Pd Giuseppe Cucca che citando le dichiarazioni della sindaca di Roma Raggi («Mi è stato presentato da Bonafede»), chiedeva conto al ministro di questi rapporti. «Ho presentato un professionista eccellente – è l’ammissione di Bonafede – che in quel momento aveva dimostrato a Livorno il suo valore». Poi sul legame professionale tra i due precisa: «Avendo avuto quattro ore di tempo, non ho potuto preparare nemmeno un testo scritto, ma ho fatto mente locale: negli ultimi sei anni non ho avuto alcun rapporto professionale con l’avvocato Lanzalone. Preciso che, per essere sicuro di rispondere correttamente, stamattina ho chiamato anche il mio commercialista per chiedergli se per caso, visto che il mio studio legale patrocinava cause in tutta Italia, ci fosse una fattura emessa dall’avvocato Luca Lanzalone nei miei confronti o viceversa, e non c’è. Spero che adesso questa faccenda possa ritenersi chiusa».

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Difficile dire se si sia trattato di una dimenticanza, di una bugia in buonafede – nell’atto giudiziario i compensi sono stati saldati dal Comune di Livorno – oppure di un atto deliberato. Il Pd con il deputato Andrea Romano è tornato all’attacco dopo le parole di Nogarin a difesa di Bonafede. «La mail (di cui non viene negata l’esistenza ndr) non è un atto pubblico ma una comunicazione privata», ha detto il sindaco. «Cosa nasconde Nogarin? – domanda allora Romano – Perché non garantisce il libero accesso dell’opinione pubblica, come chiesto dal Pd, alla corrispondenza intrattenuta con Bonafede e Lanzalone sul caso Aamps?». Il capogruppo dem in consiglio comunale ha infatti già presentato una richiesta di accesso agli atti per entrare in possesso delle mail che riguarda anche il guardasigilli.

«Trascorsi i trenta giorni previsti dalla legge – conclude Romano – denunceremo Nogarin per omissione di atti di ufficio. Il sindaco di Livorno ha tutto il tempo per comprendere il senso della parola “trasparenza” e per rispettare finalmente la legge e il diritto dei cittadini a conoscere la verità». E la polemica politica è destinata a continuare.
 

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