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Toscana

il caso scieri 

Panella non risponde al giudice «Con l’omicidio non c’entro»

Panella non risponde al giudice «Con l’omicidio non c’entro»

Accusato di omicidio dopo 19  anni si limita a rilasciare  una dichiarazione spontanea:  «Non volevo scappare,  vivo e lavoro negli Usa»

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PISA

«Con l’omicidio Scieri non c’entro. Non ero in caserma, quel giorno mi trovavo in licenza. Le accuse? Non ho paura».

Alessandro Panella tiene il punto e nell’inchiesta per omicidio volontario in concorso di Emanuele Scieri, il parà trovato morto il 16 agosto 1999 nella caserma Gamerra, mostra la tenacia del combattente per contrastare le contestazioni da ergastolo che gli muove la Procura di Pisa. Arrivato con un treno da Roma intorno alle 10 alla stazione di Pisa accompagnato dal fratello, Tiziano, l’ex caporale della Folgore ai domiciliari dal primo agosto nella casa dei genitori a Cerveteri, davanti al gip Giulio Cesare Cipolletta decide di avvalersi della facoltà di non rispondere.

Un diritto concesso all’indagato che ieri ha, comunque, voluto dire la sua senza contraddittorio con una dichiarazione spontanea: «Non volevo scappare (aveva comprato un biglietto per gli Usa per il 3 agosto di sola andata, ndr). Vivo e lavoro negli Stati Uniti da dodici anni. Stavo solo tornando a casa mia e sono estraneo all’omicidio di Scieri».

Una puntualizzazione che nell’interrogatorio di garanzia cui è stato sottoposto l’ex commilitone del 26enne siracusano ha un peso specifico poco più che formale.

Ad accoglierlo alla stazione c’erano i suoi legali, gli avvocati Tiziana Mannocci e Marco Meoli ed è arrivato in Tribunale alle 10,17 passando da un ingresso secondario.

Il tempo di salire al primo piano, sedersi di fronte al gip che la scorsa settimana ha firmato l’ordine d’arresto ed è iniziata la verbalizzazione. È stata formalizzata la scelta di non rispondere al giudice e al pm Sisto Restuccia e messa agli atti la dichiarazione spontanea. Un impegno di dieci, quindici minuti. Nei prossimi giorni verrà presentato ricorso al Tribunale del Riesame per chiedere la revoca degli arresti o una misura meno afflittiva, come l’obbligo di dimora magari con la consegna dei passaporti e la carta d’identità come segnale ai magistrati di non voler lasciare l’Italia. —

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