Sicurezza
Bambina salvata al Meyer, quando il cervello in fuga torna per curare i bambini - Video
L'Unità di ricostruzione intestinale dell'ospedale Meyer di Firenze ha salvato la vita ad una bambina affetta da sindrome dell'intestino corto. Dopo il successo, li aspetta una lista di pazienti che ripongono le loro speranze nell'equipe del professor Morabito
FIRENZE. Una patologia rara, a cui pochi si interessano. È stato questo che ha spinto il Professor Antonino Morabito, 21 anni fa, a lasciare l’Italia e trasferirsi a Manchester. Ed è anche la ragione che lo ha portato, dal 1 maggio di quest’anno, a tornare indietro, e a dirigere l’area chirurgica dell’unità di ricostruzione intestinale dell’ospedale Meyer di Firenze. Una storia di fuga di cervelli al contrario. «Mi sono trasferito per imparare, per capire questa condizione che ha un tasso di mortalità dell’80%», spiega Morabito, che adesso, a 52 anni, è il massimo esperto della sindrome dell’intestino corto congenito in Europa.
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Dopo 21 anni la chiamata del Meyer che gli ha proposto un progetto sulla chirurgia pediatrica e neonatale, lo ha riportato in Italia. Un’offerta che non si poteva rifiutare a cui è seguita la costituzione di un team composto dai dottori Flavio Facchini, Roberto Lo Piccolo, Riccardo Coletta, Marco Ghionzoli e Alessandra Martin, affiancato da nutrizionisti e gastroenterologi all’avanguardia. «Continuare a offrire il meglio ai nostri pazienti». In sintesi è questo l’obiettivo della squadra. L’inizio è promettente. Dalla costituzione dell’unità a maggio, sono stati effettuati con successo due interventi, uno su una bimba italiana a inizio giugno, e poi, a luglio, Isabela. Quest’ultimo si è rivelato uno dei cinque più complessi, tra le centinaia fatte dal chirurgo.
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Dopo questa vittoria, nel futuro della squadra ci sono tanti altri bambini. A partire da settembre un altro proveniente dal Brasile che come Isabela sarà ricoverato e ospitato dalle strutture del Meyer. E poi una lunga lista di pazienti da tutta Italia.
«Di sicuro bisogna fare meglio con gli strumenti che abbiamo, m’impegno per questo tutti i giorni», spiega Morabito che dal 2006 sperimenta una combinazione di tecniche diverse per offrire ai pazienti una medicina personalizzata, una terapia adatta a ogni individuo. E poi il sogno, che per il medico è di creare in laboratorio un intestino funzionante a partire dalle cellule del paziente. Si chiama rigenerazione intestinale, un processo sperimentale la cui applicazione è ancora lontana, ma non così tanto, visto che a Manchester, un intestino, non ancora utilizzabile o impiantabile, è stato creato.«Siamo orgogliosi di avere tanti pazienti in lista. Per questo non dobbiamo mai essere contenti del nostro risultato. Ci concentriamo subito sulla prossima sfida e pensiamo a come migliorarci nel nostro lavoro», è così che Morabito e la sua squadra possono garantire l’eccellenza, esigendo molto da loro stessi e superandosi, intervento dopo intervento.
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