Il Tirreno

Toscana

Il disastro Farmoplant un monito ancora valido: l’orrore di quella nube che ci fece tremare

DAVID CHIAPPUELLA
Il disastro Farmoplant un monito ancora valido: l’orrore di quella nube che ci fece tremare

Il 17 luglio 1988 l’esplosione nella fabbrica del polo chimico di Massa. Migliaia di persone fuggirono sui monti, qualcuno persino con la barca  

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IL RICORDO

L’incendio, lo scoppio, la nube tossica sprigionatasi dall’impianto del pesticida Rogor e la conseguente e precipitosa fuga di migliaia di cittadini e turisti (40mila solo nei campeggi): trent’anni fa accadeva questo a Massa, in un’Italia ancora tremante per il disastro di Chernobyl. Chi c’era, in quei giorni, sulla costa apuana e versiliese, non può non ricordare con un brivido l’esplosione della Farmoplant, l’industria chimica massese poi chiusa dopo le proteste della popolazione per i veleni che aveva disseminato sul territorio.

Erano le 6.17 del 17 luglio 1988, prima un forte sibilo, poi una fiammata alta un centinaio di metri annunciarono un boato. Il serbatoio nel reparto formulati liquidi, dove avveniva la fabbricazione di cicloesanone, un solvente, e Rogor partì a razzo e sbattè contro il reparto di produzione del Rogor, fortunatamente fermo, e senza colpire i serbatoi limitrofi di fenolo e xilolo. I pezzi dei rivestimenti delle tubature si trovarono in case lontane centinaia di metri dal luogo dell’esplosione.

Subito fu evidente la distruzione dell’impianto. Il serbatoio per la miscelazione era stato scagliato per oltre 50 metri, abbattendo tutto ciò che aveva trovato sulla propria strada, strutture di acciaio comprese, per arrivare a devastare la torre di controllo del reparto Rogor. Una gigantesca nube densa si levò verso La Spezia e un odore acre si sprigionò dalla fabbrica. Fu il panico. «Molta gente scappò all’impazzata – ricorda Fabio Paternò, in un articolo ripubblicato in questi giorni e contenuto nel volume “Il polo in fumo” - I più si diressero verso i monti. Vi furono scene impressionanti, su alcune strade la popolazione si riversò sulle quattro corsie nella stessa direzione. Ci fu perfino chi scappò in barca. Per diverse ore non si riuscì a capire cosa era successo veramente». Solo alle 10 la direzione dello stabilimento disse cosa era successo. «Le cause dell’esplosione -ricorda Paternò, che all’epoca era presidente regionale di Legambiente - furono dovute al fatto che, avendo una commessa da soddisfare nel giro di poco tempo e non potendo produrre Rogor per divieto dell’allora sindaco era stata ripresa una vecchia partita difettosa, frettolosamente distillata e miscelata con il cicloesanone, a causa di ciò ebbero luogo delle reazioni esotermiche che fecero aumentare la pressione fino allo scoppio».

Non ci furono vittime ma il danno ambientale fu enorme. E numerosi studi hanno messo in correlazione la presenza dell’industria chimica, poi chiusa nel 1991, con l’altissimo tasso di tumori che caratterizza Massa e Carrara. «L’inquinamento che non è stato possibile rimuovere - dicono Fabrizio Bianchi, dirigente di ricerca Epidemiologia ambientale all’Istituto di fisiologia clinica del Cnr a Pisa e Liliana Cori, esperta di comunicazione in ambiente e salute della stessa struttura - può produrre effetti ancora oggi, a 30 anni di distanza, in particolare se pensiamo agli operai delle fabbriche chimiche di allora e alla popolazione più esposta ai diversi incidenti e fuoriuscite di prodotti tossici». Strascichi che ci portiamo dietro, a 30 anni da quella nube che per alcune ore fece tremare la Toscana. 
 

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