Lutto
Assunto per 6 giorni, muore travolto dal marmo
Il lavoratore, 41 anni, aveva un contratto a chiamata: colpito al petto da un blocco durante le operazioni in segheria
CARRARA
«Il blocco gli ha dato uno schiaffo, proprio mentre lo stava calzando».
Uno schiaffo di marmo, sordo, sul cuore, che non ha lasciato scampo a Luca Savio, 41 anni, una moglie e una figlia di appena un anno da veder crescere.
Chi in segheria ci lavora da anni, chi il mondo del marmo lo conosce bene, come i sindacalisti del settore lapideo, lo racconta così davanti dai cancelli della F.C Autogru, l’incidente mortale, il secondo dall’inizio dell’anno. Il secondo negli ultimi due mesi. Luca Savio è morto in un piazzale pieno di marmo, da dove si vede il mare, nel curvone di viale da Verrazzano che da Marina di Carrara porta a Marina di Massa.
Erano da poco passate le otto di ieri mattina quando durante una manovra banale, la calzatura di un blocco informe, che per i non addetti ai lavori consiste nel mettere una zeppa di legno durante la movimentazione, è stato colpito al torace. Un colpo violento che gli ha provocato un arresto cardiaco.
Il manovratore, sulla gru rossa abbandonata accanto al blocco, sul luogo della tragedia, ha provato a rianimarlo, i colleghi sono accorsi, anche quelli delle aziende vicine, ma per Luca non c’era più nulla da fare. È morto tre giorni prima della scadenza del suo contratto: aveva cominciato a lavorare il 9 luglio, doveva smettere sabato, il 14.
Il primo impiego dopo tanto tempo. Una manciata di giornate, sotto il sole e il bianco accecante del deposito della F.C Autogru, dopo mesi di precariato: l’ultimo contratto per Luca Savio risale al 31 dicembre del 2017.
Poi non compare, almeno ufficialmente, nei registri del lavoro. Fino all’inizio di luglio. Sei giorni di contratto, per la sua famiglia, per la sua bambina, in un mondo che Luca conosceva bene. Il padre Marco è autotrasportatore: uno che i blocchi che il figlio movimentava al piano, li trasporta giù dalle cave. Gli amici lo chiamano “Piombo”: quando si è presentato con la nuora, davanti al cancelli della azienda di viale Zaccagna hanno stentato a riconoscerlo. E neppure gli occhiali a specchio sono riusciti a nascondere il dolore e le lacrime. È rimasto dritto, con lo sguardo fiero, papà Marco. La moglie della vittima invece non ce l’ha fatta: ha avuto un mancamento non appena varcato il cancello del deposito: hanno dovuto farla sedere su una sedia di plastica bianca, in mezzo al piazzale, a pochi metri dal suo Luca.
Lo strazio, dentro ai cancelli. Il dolore e la rabbia, fuori.
«Non se ne esce, davvero non se ne esce, questa nuova morte è un fallimento per tutti – dice a caldo Paolo Gozzani, segretario provinciale della Cgil – Serve un giro di vite. Chi non rispetta le regole va fermato. Questa strage inaccettabile».
Gli fa eco Francesco Fulignani, uno che nel settore c’è da anni, «da troppi anni» come dice lui e, come segretario della Feneal Uil, di scene come queste ne ha viste troppe. «Ma il fatto è che da ogni tragedia bisognerebbe imparare qualcosa – commenta a bassa voce – Qui invece non si impara niente». E invece una lezione si impara che sul marmo ancora si muore. —
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