Il Tirreno

Toscana

Elezioni, in mille giorni la disfatta del Pd e l'ascesa della Lega in Toscana

Ilaria Bonuccelli, Mario Neri e Valentina Landucci
Elezioni, in mille giorni la disfatta del Pd e l'ascesa della Lega in Toscana

Dalle Regionali 2015 ad oggi i dem in alcune città hanno dimezzato i loro voti. E al popolo della sinistra si è sostituita una nuova “civiltà” populista

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Guardatele: barre rosse che da un anno all’altro si dimezzano, si prosciugano, e altre, verdi, che di fronte alla perdita di orizzonte hanno riempito il vuoto, a volte con una sovrapposizione diventata “sostituzione” politica. A guardarla da questi grafici, quella subita negli ultimi anni dal Pd è molto più di una serie di sconfitte elettorali. A guardarla da qui, la Toscana rossa – ex Toscana rossa da tempo ormai - ha subito un’amputazione. E di fronte alla scomparsa di una galassia politica, ha visto crescere una “civiltà” nuova.

 

 

INTERATTIVO: il crollo dem e l'exploit del Carroccio città per città

 

 

La disfatta del Pd

 

In qualche caso l’affermazione della Lega nelle città dal 2013 ad oggi è stata carsica, ondulatoria, quasi a segnare il percorso di un sentimento, di un movimento di opinione. Di un populismo fragile, un’anima vagula e blandula incapace di radicarsi, un’anima molto vicina a quella del grillismo. Ma in generale, in quasi tutte le città, sono bastati tre anni ai capoluoghi della regione per assistere ad uno sradicamento storico e insediare una nuova classe dirigente. La sinistra, la mitografia cresciuta in settant’anni di storia nelle case popolari, è stata quasi azzerata. Una fiammata. Regionali 2015 – Politiche 2018. Un arco di tempo diventato falce e martello per quelle case e per quel popolo

 

(Per approfondire: Viaggio nelle case del popolo).

 

Prendete Lucca: dal 38% dell’ultima elezione di Enrico Rossi, il Pd è piombato al 21%, dal 37 al 22 a Grosseto, dal 43,7 al 28,8 a Livorno, dal 38 al 18 a Carrara. La ruspa della disaffezione, nei capoluoghi andati al voto alle ultime comunali, ha scavato nel consenso un doppio balzo a distanza di poche settimane. Un terremoto rapidissimo e inarrestabile ha sgretolato “la base”: a Massa dal 45,5 di tre anni fa, i dem sono stati catapultati al 20,32% delle politiche 2018, e ancora più giù, al 16,7%, alle amministrative. A Siena, dal 44,3% al 31,3% e poi giù fino al 18% del 10 giugno. Come se l’onda di erosione accelerasse ad ogni chiamata al voto. A Pisa, la città-intellighenzia della Normale e dei padri della filiera corta Pds-Ds-Pd, il partito è diventato secondo partito, schiacciato dal “colonialismo” politico di Michele Conti, ma soprattutto di due giovanissimi, Susanna Ceccardi e Edoardo Ziello, ruspisti del sovranismo, paladini del mainstream salviniano, quello che ruggisce (e rutta) contro Islam, rom e immigrati, grida all’invasione e invoca “prima gli italiani”.

 

Eppure la Lega ha vinto nelle mitologiche periferie, sì quelle piene di persone che ancora dichiarano di essere comuniste ma votano Salvini, le periferie che adesso riempiono le lunghe e tormentate analisi dei dirigenti Pd. Quelli che, con ipocrita aria contrita e penitenziale, ora dicono che la sinistra per risorgere deve “tornare a parlare e a riconnettersi con la sua gente, proporre e animare politiche dirette ai deboli e agli ultimi, magari tornare nelle case del popolo”. Ecco, quali case e quale popolo? La rottura sentimentale è talmente profonda che quella storia, una galassia sociale per anni fondata sul solidarismo, la partecipazione dal basso, sul mutuo sostegno, è crollata in un lampo. E le ragioni di questa sostituzione e dell’avanzata della destra nazionalista di Salvini in una regione come la Toscana, sono sancite da un mutamento identitario. “Non c’è più un popolo sensibile a un riflesso antico e al potere evocativo di una storia, di un avversario vissuto come pericolo”, ha scritto l’Huffington Post Italia.

 

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Insomma, il ministro d’acciaio che lascia a galleggiare le navi cariche di vite fra le onde del Mediterraneo, l’uomo che vuole censimenti etnici, non è stato percepito come una minaccia né come il protagonista di un’operazione eversiva per i nostri valori. Nemmeno la ricomposizione fra dem e scissionisti di Leu è bastata a fermare lo tsunami iconoclasta. In un quadro di disorientamento, Salvini sembra l’unico ad offrire una cornice di valori (o dis-valori). Offre protezione dalla presunta “invasione”, promette una cintura di sicurezza per il ceto medio o popolare minato da crisi, precariato, perdita di rappresentanza. In fondo il pensatoio della destra ha sempre additato come causa di quelle piaghe il progetto di “sostituzione etnica” attribuito alle politiche della sinistra degli ultimi anni. In quartieri popolari come al Cep a Pisa ci sono famiglie intere che giurano: “Certo, noi siamo comunisti. Per questo votiamo Lega, i leghisti ci ascoltano”. Sì, perché è nelle zone povere che è diventata esplosiva l’incapacità di gestione delle politiche migratorie di una classe dirigente che quelle zone le ha frequentate sempre meno

 

(Per approfondire: La rabbia del Cep, l'ex oasi rossa).

 

Alla “ditta” e a Renzi è diventato imperativo ribellarsi. Mobilitare il popolo facendo leva sugli antichi principi, l’antirazzismo, l’antifascismo contro il populismo “puzzone” e xenofobo, così, non è solo inutile, ma viene avvertito come classista, dunque autolesionistico, perché da Pisa a Massa fino a Siena – lo abbiamo visto – farlo ha amplificato la mobilitazione antisistema. Per questo la manifestazione organizzata da Enrico Rossi e Dario Nardella in programma oggi a Firenze suona quasi come un sinistro presagio in vista di Firenze 2019 e Toscana 2020. Proprio dai fortini storici del movimento operaio, dalle (ex?) oasi rosse è salita l’onda anti-establishment, la voglia di assestare la spallata, la spinta TtR o TtS: Tutti tranne Renzi, Tutti tranne la sinistra. “Questi di sinistra”. Non è un caso che sotto la Torre, ad esempio, il voto degli elettori 5 stelle sia stato decisivo. Il 70% di chi aveva votato il Movimento al primo turno, al ballottaggio ha scelto Conti, la Lega. E più del 50% di quel mondo è stato a casa. Piuttosto che votare questi, hanno preferito il non-voto, una desistenza in nome, chissà, del governo del cambiamento. Per cambiare pur di cambiare.

 

(Per approfondire: Acciaio, operaio e un cuore deluso profondo rosso).

 

  • Mappa: dopo il voto di Pisa, Massa e Siena ecco come cambia la politica nelle principali città della Toscana. Per navigare la mappa basta passare sull'immagine e cliccare sulla freccia accanto ad ogni bandierina

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Susanna, la ruspa leghista che punta alla Regione

 

È pronta al rigore sovietico. «Io candidata alle Regionali fra due anni? Sono a disposizione. Se Matteo mi dice di andare in Corea del Nord a sconfiggere i comunisti, io vado in Corea del Nord». È sempre stata così Susanna Ceccardi, diretta, scabra, graffiante. Del resto anche prima di conquistare Cascina la chiamavano la Giovanna D’Arco della Lega. «Come lei sono battagliera», dice di sé. «Come lei è visionaria, nel senso che ha le visioni», dicono i detrattoti (interni). Eppure, a dispetto dei mugugni per la baldanza populista, da tempo è lei la “condottiera”, la nuova corsara della sovranismo in Toscana e, chissà, magari fra poco anche in Europa. Due settimane fa la Susy è volata al congresso del partito fiammingo, e fra poco partirà per Malta. Prove da candidata per le Europee? «Vacanza studio – dice – Parto fra poco. La mattina al Saint Julian’s college a migliorare l’inglese, il pomeriggio con mamma sulle spiagge», racconta da Palazzo Gambacorti. È venuta a “piantonare” il nuovo sindaco Michele Conti insieme al deputato Edoardo Ziello. La sindaca che solo due anni fa sconvolse la geografia politica della Toscana espugnando Cascina ne è certa, ora che «il Pd è stato spianato» sotto la Torre, a Massa e Siena, è questo il suo momento. Il sistema-Susy può contagiare altri territori, insidiare altre «posizioni di potere».

 

Sì, questa 31 enne che ha sfidato tutto e tutti partendo da una cittadina di 45mila abitanti ha azzerato una storia e stabilito un record. In due anni ha costruito una classe dirigente capace di far cadere storici feudi rossi. Gran parte dei successi di queste amministrative portano il timbro della rossa pasionaria leghista. Sono cascinesi ben tre parlamentari leghisti eletti alle Politiche, (Ziello, Donatella Legnaioli e Rosellina Sbrana) ed è stata lei ad imporsi per candidare Conti a Pisa e Francesco Persiani a Massa. Manca solo una sua consacrazione. L’ascesa è cominciata nel 2016 quando s’è fatta erinni omerica per Alessio Antonelli, l’ex sindaco Pd cascinese che le aveva dato della «ragazzetta». «Prima ti ignorano, poi ti deridono, poi ti combattono. Poi vinci», è ancora lì, inciso come un monito e una profezia la citazione di Ghandi sullo status Whatsapp. L’allieva ha sempre provato a somigliare al maestro, a postare e twittare come Salvini, impietosa contro i radical chic, gli snob del mondo annebbiato e sfaccettato dal dubbio. Ad essere perentoria e definitiva, ad imbracciare un iPhone come una macchina di propaganda, un imbuto di consensi.

 

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Così mentre Salvini twittava contro il #teamrosiconiPd, lei venerdì sbeffeggiava Marco Filippeschi che gridava al «gomblotto!» per l’ennesima rissa fra stranieri. Da giorni è chiaro a tutti: la prima cittadina di Cascina sarà anche una “sindaca ombra” a Pisa. È mezzogiorno, ha passato la notte qui, al Municipio, facendo baldoria, al telefono con il Capitano («Sono stata la prima a dirglielo: “Matteo, abbiamo la Toscana”. Lui quasi non ci credeva»). Abbronzata, camicia bianca scollata a sbuffi e cinturone blu in vita, la “pirata” del leghismo presiede al cambio della guardia. «Michele s’è fatto dare la pianta organica e l’elenco dei dirigenti», fa notare. Come dire: «Stanno per saltare delle poltrone». È chiaro: quella con Ziello sarà una diarchia. Per Conti lei e lui sono come correttori automatici. Conti dice che non si vedeva il centrodestra al potere dagli anni ’60, ai tempi della Dc, lei ringhia: «Noi come la Dc??!!».
 

Ma Ceccardi pensa già ad altro: «L’obiettivo è la Regione e buttare giù Rossi il più velocemente possibile, ma proveranno a tenersi attaccati al potere». Fdi ha già chiesto le dimissioni al governatore, come se dovesse arrendersi per manifesta inferiorità. «Ma so che vogliono cambiare la legge elettorale – dice Ceccardi – per disinnescare il rischio di ballottaggio. È evidente, ad ogni testa a testa ormai vanno a casa». Non tutto sarà così facile: a trainare l’onda verde è stato l’elettorato M5S. Secondo l’Istituto Cattaneo, dopo essersi presa il 25% dei voti stellati delle politiche, la Lega ha incassato il 70% di quelli grillini al primo turno. Del resto a pochi giorni dal voto aprì ad un accordo gialloverde. «In Toscana la formula resta il centrodestra» ma «perché no, prederei in considerazione un fronte largo». Sa che decisivo sarà l’aiuto del ministro Salvini. «Se ci aiuta nelle città, farà la differenza», dice ai suoi.
 

Ma qual è il segreto di Susy? «I miei genitori votavano Pci». Ma lei è leghista da sempre, dai tempi del liceo classico, «lo stesso di Enrico Letta». Il suo mainstream è da perfetta leghista: prima gli italiani e ruspa per i rom. È famosa per essersi fatta fotografare al poligono con il revolver e aver varato un’ordinanza che favorisce i cascinesi nelle graduatorie delle case popolari. Ama Quentin Tarantino e Fabrizio De André. E a dispetto dei ruggiti social contro «gli intellettualoni di sinistra», legge parecchio. A Malta, per dire, porterà il filosofo Jared Dimond e il suo Collasso, storia delle civiltà del passato che sembravano solide, indistruttibili, e invece «sono scomparse, collassate, sovrastate dalla loro incapacità culturale, da politiche fallimentari e dall’espansionismo e la nascita di altri popoli». Vi ricorda qualcosa?

 

Il caso Pisa: il populismo sgretola il '68

 

Tra i palazzi “vista aeroporto” di San Giusto-San Marco l’avvento, oltre un anno fa, della modernissima navetta che collega la stazione di Pisa allo scalo internazionale del Galilei ha portato una bella fetta di investimenti: nuove rotatorie, marciapiedi, segnaletica. Non sono serviti. Nemmeno il progetto definitivo da 8 milioni di euro per riqualificare la zona de I Passi, altra periferia pisana, ha convinto i residenti a votare per il centrosinistra. Laddove poi ci si è fermati alle promesse, come sul litorale tra Marina di Pisa e Tirrenia, senza offrire soluzioni concrete e forse neppure ascolto, per il centrosinistra del candidato sindaco Andrea Serfogli non c’è stata proprio partita. E non è un caso che proprio dal mare sia arrivata quell’onda verde che in una notte di inizio estate ha spazzato via decenni di amministrazioni “rosse”.

 

Parlare di sorpresa di fronte alla vittoria di Michele Conti, neo sindaco della città della Torre, sarebbe un errore. Ironia della sorte il Pd perde anche là dove - la frazione di Riglione - ogni anno in occasione della rituale festa del Partito democratico, si riunisce per discutere, progettare, incontrare la “base”. Ma è chiaro che qualcosa nella costruzione del consenso elettorale, tra un tordello e un bicchiere di vino, è andato di traverso. E la famosa “base” a quel centrosinistra glielo aveva anche fatto capire che questo era il rischio: perdere voti nelle periferie stufe dei furti in casa, della precarietà del lavoro, del degrado dei propri quartieri. La vittoria della Lega e del centrodestra a Pisa - 52,3%, 1.811 voti in più per Conti sull’avversario Serfogli, oltre mille raccolti “solo” sul litorale - è, dunque, una rivoluzione annunciata.

 

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Non importa se in queste strade si è fatto il Sessantotto. Se qui sono nati e cresciuti o semplicemente hanno studiato Carlo Azeglio Ciampi e Massimo D’Alema, Enrico Letta o Maria Chiara Carrozza. È bastata la promessa di cambiamento di un direttore d’azienda, dipendente del Consorzio agrario provinciale, ben sostenuto da chi le campagne elettorali ha dimostrato di farle bene, Matteo Salvini, per convogliare su un simbolo la rabbia di chi si è sentito tradito da una sinistra troppo lontana dalle piazze, incapace di capire che tappare le buche dell’asfalto non basta più.

 

Conti ha promesso più polizia e carabinieri nelle strade, nessuna nuova moschea, un giro di vite sulla gestione dei centri per l’accoglienza dei migranti. Ha vinto per questo, per i cavalli di battaglia della Lega. Ma ha vinto soprattutto (e non è un caso che al secondo turno abbia raccolto consenso anche tra gli elettori dei Cinque Stelle) perché non era l’altro candidato, quello in continuità - al di là dei contenuti della proposta politica - con un centrosinistra un po’ arrogante che alla rabbia della gente ha saputo opporre, solamente e senza pudore, i propri “limiti”. Basti pensare all’infinito dibattito sulla candidatura del centrosinistra con un Pd che si è diviso su tutto e alla fine ha schierato il proprio “paladino”, Serfogli, solo per un cavillo statutario: era l’unico candidato alle primarie di partito. Come dire: l’onda verde che già si intravedeva all’orizzonte non ha certo abbattuto un palazzo, semmai ne ha spazzato via le macerie.

 

«Il malessere (dell’elettorato, ndr), sempre più preso dal rancore, ha trovato altre vie di sfogo ed è diventato preda della demagogia e del populismo», spiegava ieri l’ex parlamentare ed ex sindaco di Pisa Paolo Fontanelli analizzando la politica del centrosinistra degli ultimi 5 anni. «Ora la sinistra ha il compito di capire e di ripartire – prosegue –. Ci vogliono un pensiero ed un progetto nuovo, e con esso un nuovo gruppo dirigente».

 

Intanto, c’è il “nuovo” scelto dai pisani che ha una grande responsabilità: fare quello che ha promesso per non finire come chi lo ha preceduto. Con la consapevolezza che Pisa è qualcosa che va “oltre” il degrado delle periferie e le risse tra spacciatori in centro.

 

Il "tradimento" della Sinistra

 

«In Italia nel 2007 le 10 famiglie più ricche possedevano quanto 3,5 milioni di poveri italiani; nel 2017 le stesse 10 famiglie possedevano quanto 6 milioni di poveri. In dieci anni la ricchezza si è addensata nelle mani delle stesse dieci famiglie e la povertà è raddoppiata. Questo è accaduto mentre al governo c’era un partito di sinistra che non ha perseguito la sua missione originale: ridurre il divario fra ricchi e poveri. E se lo ha fatto, ha fallito la sua missione». Con un “tradimento” Domenico De Masi, professore emerito di Sociologia del Lavoro alla Sapienza di Roma, motiva la scelta degli elettori della sinistra di votare le spalle al Pd. Anche nella Toscana (ex) rossa.

 

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Professor De Masi come spiega questa impennata del divario fra ricchi e poveri in Italia durante i governi Pd?

 

«È accaduto perché mentre Berlinguer ha trasformato il Pci in una forza politica socialdemocratica, i suoi successori, da D’Alema a Veltroni e, soprattutto Renzi, hanno traghettato il partito da socialdemocratico a neoliberista. E Renzi ha portato talmente all’estremo questo arretramento del partito dei lavoratori da distruggere le conquiste dello Statuto dei lavoratori del 1970. Con Renzi si è compiuta quella azione padronale iniziata nello stesso anno per sottrarre i diritti dei lavoratori. L’azione si compie non con uno di destra ma con uno di sinistra».

 

Ma la crisi della sinistra non inizia con Renzi.

 

«Il problema inizia dopo lo Statuto dei Lavoratori ottenuto in Italia grazie a sindacati forti e al più forte Pci d’Occidente. Dopo quella conquista il padronato ha uno scatto di ripresa e la lotta di classe dei poveri contro i ricchi si trasforma in lotta dei classe dei ricchi contro i poveri per limitare il potere dei sindacati e dei lavoratori. A livello internazionale questo fenomeno conosce il suo coronamento 10 anni dopo in Usa con il presidente Reagan e in Gran Bretagna con il primo ministro Margaret Thatcher e con le loro teorie neoliberiste. Pure in Italia il padronato si riorganizza, mentre il Pci da marxista e comunista con Berlinguer diventa socialdemocratico, più vicino alla Norvegia e alla Svezia e meno rassomigliante all’Urss: un partito che vuole essere la voce dei lavoratori. Con la missione di ridurre il divario fra ricchi e poveri».

 

Invece?

 

«Invece il divario si è accentuato. Nel 2010, all’inizio della crisi, nel mondo 388 persone possedevano la stessa ricchezza di mezza umanità, 3 miliardi e mezzo di persone; nel 2018 la ricchezza di mezza umanità (cresciuta a 3,6 miliardi di persone) è concentrata nelle mani di 8 persone. I numeri italiani li abbiamo visti. E in Italia è Renzi ad avere compiuto la parabola neoliberista innescata da Reagan e dalla Thatcher».

 

Ma cos’è in concreto la parabola neoliberista?

 

«Uno stato meno sociale, un peggioramento dell’università: in 7 anni sono calati i docenti del 20% a fronte di un aumento degli iscritti. Sono aumentate le liste d’attesa in sanità; sono stati introdotti nuovi ticket per le prestazioni sanitarie e così via».

 

Renzi porta a compimento la parabola neoliberista. Ma come si arriva a questo punto?

 

«Con la strategia perdente della sinistra. Quando il marxismo è entrato in crisi, non è stato creato il neo marxismo. Al contrario, quando il liberismo è entrato in crisi, i liberali hanno creato scuole straordinarie a Vienna e Chicago ed è nato il neoliberismo. Così quando il vetero marxista Massimo D’Alema si è trovato a corto di idee neomarxiste, si è servito di quelle neoliberiste».

 

Sta dicendo che da D’Alema in poi la sinistra è stata neoliberista invece che socialdemocratica?

 

«Gran parte della sinistra ha adottato idee liberiste: dire che il posto fisso è finito è un’idea liberista. Parole e idee neoliberiste sono state adottate da chi avrebbe dovuto essere neomarxista».

 

E non se ne sono accorti?

 

«C’è stata una grande caparbietà nel non vedere. Forse pensano che sia giusto che i poveri aumentino? Allora non si chiamino più Pd. Bastava creare un partito autonomo come ha fatto Macron in Francia e nessuno glielo avrebbe rinfacciato».

 

Invece?

 

«Hanno continuato a usare un’etichetta su un fiasco che prima aveva un altro vino. Hanno cambiato vino senza cambiare etichetta, pensando di bere il vino che volevano con l’etichetta che attirava le masse. Ma le masse se ne sono accorte».

 

E hanno anche mandato segnali a più riprese.

 

«La sinistra ha commesso errori terribili. Gli psicologi dicono che abbiamo 9 intelligenze: matematica, letteraria, musicale e così via. Renzi ha molte intelligenze. Ma non quella politica: è un idiota politico perché quando uno sbaglia la prima volta, non sbaglia la seconda, la terza. A meno che non abbia l’intenzione recondita di sbagliare».

 

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