Il Tirreno

Toscana

Special Olympics: sport, cuore e orgoglio: è la vittoria dei disabili

di Francesco Turchi
Special Olympics: sport, cuore e orgoglio: è la vittoria dei disabili

Dall’entusiasmo di Alessio alla lezione di Stefano, padre di un autistico: viaggio negli impianti che ospitano fino a domani i giochi riservati ad atleti con problemi intellettivi

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MONTECATINI TERME - «Sono arrivata terza. Te l’avevo detto che vincevo una medaglia». E via una risata contagiosa. Quella di Martina, cellulare all’orecchio, un pass da atleta al collo, l’entusiasmo di chi ha coronato un sogno e lo condivide con chi le vuole bene. Dietro di lei c’è la piscina di Montecatini Terme, ricolma di entusiasmo, passione e sorrisi che si riversano in acqua. Dove si fa sul serio. Così come sul prato dello stadio, sul parquet del PalaVinci, alla bocciofila e nei vari impianti della Valdinievole invasi dai Giochi nazionali estivi Special Olympics, sotto il segno della fiaccola che arde nel tripode all’ippodromo Sesana, dove l’atleta Eugenio Natale ha recitato il giuramento alla cerimonia di apertura: «Che io possa vincere ma se non riuscissi che io possa tentare con tutte le mie forze».

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Vengono da tutta Italia, hanno disabilità intellettive e tutti avranno l’opportunità di dimostrare le proprie capacità: tutti potranno vincere in una delle diciotto discipline protagoniste. Ma la loro “invasione” colorata è anche un’occasione per la città termale. Non solo da un punto di vista turistico, ma anche culturale: per abbattere barriere, anche psicologiche; per imparare a conoscere questo popolo orgoglioso fatto di persone che sfidano ogni giorno le loro paure e i loro limiti, grazie allo sport. Che diventa l’anello di congiunzione tra i loro mondo e tutto il resto: «Perché il nostro obiettivo – racconta tra una gara e l’altra Lucia Zulberti, coordinatore tecnico nazionale – è anche sensibilizzare i territori. Ed è per questo che portiamo in giro i Giochi, cambiando location ogni due anni».

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A bordo piscina c’è Stefano Badessi di Frascati. Suo figlio si chiama Federico, ha 24 anni, è autistico, e «nel primo anno di vita era come tutti gli altri, allora vivevamo in Olanda. Ebbe una reazione avversa ad una vaccinazione. Ma niente polemiche: non sono contro i vaccini, tanto che lui quelli successivi li ha fatti tutti. In quei giorni non stava bene, il suo sistema immunitario era debole ed è successo quello che è successo». Viene affidato a una struttura pubblica ma Stefano, che lavora all’Agenzia spaziale europea, scopre grazie a internet «che negli Usa c’era un approccio diverso. Lo portai lì che neanche parlava, ma da genitore vedevo qualcosa nei suoi occhi, serviva scintilla. E iniziò subito a migliorare: non ha mai preso medicine, solo vitamine e... tanta acqua: lo “buttammo” in piscina che era piccolissimo».

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E i progressi sono stati costanti: «Mi sento di dare un consiglio alle famiglie: per ottenere dei risultati dovete dedicarvi ai vostri figli. Io ho rinunciato alla carriera, ma ne è valsa la pena». Tanto che Federico andrà ai Mondiali. Che hanno già visto protagonista Alessio Carpenedo, veneto di 26 anni che snocciola una dopo l’altra le otto discipline che lo vedono in gara: «Il nuoto è passione, tecnica, emozione». I suoi occhi brillano: «E fare la staffetta è bellissimo, soprattutto quando ci incoraggiamo tra ragazzi».
Poi, nel suo caso, oltre alle medaglie è arrivato anche l’amore: «Ho conosciuto la mia fidanzata a Los Angeles. Si chiama Giulia Gellera», è di Lodi, ha 25 anni, gioca a pallavolo unificata, in una squadra mista composta da atleti con e senza disabilità intellettive.

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Accanto ad Alessio c’è Andrea Ferraro, diciassettenne di Biella, che anche grazie al nuoto ha imparato a superare tanti ostacoli e lo dimostra raccontando se stesso a uno sconosciuto, lui che ha un autismo ad alto funzionamento: ha un quoziente d’intelligenza nella norma ma gravi difficoltà nel relazionarsi con gli altri. Da piccolo pronunciava pochissime parole, si isolava e faceva giochi stereotipati. Ha fatto passi da gigante, non solo in acqua, grazie alla famiglia, supportata da neuropsichiatri infantili, psicomotricisti e logopedisti.

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Un migliaio di passi più in là – nella zona dell’ippodromo, altre centinaia di persone, ognuno con la propria storia, rincorrono palloni sotto il sole, si sfidano a colpi di canestro, mirano il pallino, contando sul tifo dei compagni di team, sull’aiuto dei partner (nei giochi a squadre) e sul supporto dei tecnici, come il genovese Massimo Micci, tecnico da trent’anni e punto di riferimento del calcio “Special”, che porterà – tanto per fare un esempio – i gemelli piemontesi Francesco e Andrea Camasso, già medaglia d’oro di calcio a 7 a Los Angeles nel 2015 - ai Giochi di Chicago a luglio, per i 50 anni del programma internazionale fondato da Eunice Kennedy. «I miei momenti più belli? I piccoli traguardi quotidiani. Penso a un ragazzo che all’inizio si isolava dal gruppo. Poi piano piano, anche con l’aiuto del giocatore-partner, è arrivato a occuparsi della propria borsa, ha imparato a separare i vestiti sporchi da quelli puliti e a farsi la doccia senza vergogna. Perché ora si sente parte di un gruppo».

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