Attenzione
Conferenze pagate: tutti contro Renzi. Anche "i suoi" mugugnano
Cina, Kazakistan e Qatar: l'ex premier va all’estero a tenere lezioni. Saviano: latitante. Lui replica: faccio il senatore ma anche altre cose
FIRENZE. Stai calmo, Matteo. Vola basso, Matteo. Meglio non aizzarli, là fuori non aspettano altro. Da Fazio per bloccare l’asse con i 5 Stelle? Ok, se è per questo passi, Matteo. Poi stop però; limita le incursioni in tv, visibilità col contagocce, ora va ricostruito il Pd non la tua immagine.
Hai voglia di ingaggiare spin doctor o sguinzagliare i consiglieri fidati. L’ex premier s’è seduto in studio anche da Floris, poi pure dalla Gruber e a tutti già sembrava che non fosse cambiato nulla dalle sue non-dimissioni, che insomma fosse un ex leader al comando. Ma ora Matteo Renzi «è andato oltre», c’è chi ieri mugugnava nel suo entourage. «Starò fuori dal giro per qualche mese», ha raccontato al Corriere. Una vita nòva, dietro le quinte per lui abituato ad essere sempre in testa.
Renzi annuncia di voler fare quello che ha iniziato da qualche settimana: girare il mondo tenendo discorsi (speech) a pagamento tra capi di Stato, imprenditori, personalità politiche e, perché no, pure lobbisti, un tour nella rete intessuta nei mille giorni a Palazzo Chigi. Ispiratore: Obama. Ma pure Blair, anche lui diventato gettonato conferenziere. Così, l’ex premier che aveva giurato di voler di immergersi da subito nel ruolo da «senatore semplice di Firenze e Scandicci» è già volato in Kazakistan e poi in Qatar al fianco del fedelissimo Marco Carrai a discettare con un emiro con tanto di fondo sovrano da 250 miliardi di dollari. Oggi atterrerà a Roma dopo aver passato due giorni a Pechino, giusto il tempo per votare (contro) la fiducia al governo e poi ridecollare verso gli Stati Uniti, dove la famiglia Kennedy lo attende per celebrare i 50 anni dalla morte di Bob.
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Insomma, «starò lontano», dice lui, ma a tutti torna in mente il Nanni Moretti di Ecce Bombo: «Ma mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente?». Sì perché su Renzi si scatena la tempesta. Il primo a saltargli addosso è il leghista Roberto Calderoli: «Starà via? Ne siamo lieti, farà danni altrove. Detto questo, per coerenza si dimetta da senatore, è inaccettabile che faccia il turista con lo stipendio pagato dai contribuenti italiani, non scrocchi».
Di più: il senatùr sventola per antifrasi una bandiera anti-casta e non è leghista: «Prenda esempio da Alessandro Di Battista - dice - che, con onestà e rispetto verso i cittadini, ha preferito rinunciare allo scranno in Parlamento per dedicarsi ad altro». Insomma, Renzi diventa il primo scalpo dell’alleanza legastellata. Del resto quella da conferenziere non sembra esattamente una vita «da mediano», così come aveva promesso pochi giorni fa. Non un capolavoro di comunicazione. Se ne accorgono presto nello staff dell’ex premier. Il portavoce, Marco Agnoletti, invoca su Twitter «stop alle strumentalizzazioni» aggiungendo che «Renzi non ha mai detto che per due mesi non parteciperà ai lavori parlamentari dove è stato presente a 16 voti su 16, ma che dedicherà tutta la sua attività politica a svolgere al meglio il ruolo di senatore di Firenze lontano dai riflettori nazionali». E Renzi stesso prova a stemperare da Pechino: «Io faccio il senatore - dice - ma anche altre cose come tutti, compatibilmente con i tempi del Senato». Sui social è un diluvio di critiche ma arriva da Roberto Saviano l’affondo più duro: «Dopo aver quasi completato, con enormi errori e inspiegabili forzature politiche, la distruzione del fronte riformista italiano, il senatore pensa bene di far sapere a tutti che, nei prossimi mesi, sarà in giro per il mondo: magari vuol carpire il segreto della vittoria di Salvini e così comincia a imitarlo dandosi latitante in Parlamento».
Nell’entourage suona l’allarme. C’è chi legge nelle parole dello scrittore un attacco gratuito, perché Renzi «starà lontano dalle Tv, magari da qualche caminetto del Pd, ma non dall’aula». E ingiusto appare il paragone con Salvini, «che ha partecipato a 0 sedute su 16».
Eppure ieri anche fra i consiglieri c’è chi non ha trattenuto l’irritazione, anche perché l’uscita non era concordata. Certo, voleva mostrare di aver capito la lezione, ma ancora una volta a modo suo: «si defila, ma invadendo la scena». E la vita nòva suona stonata, quasi un rimprovero per chi lo ha bocciato. Il viaggio a Washington dai Kennedy e l’invito in Sudafrica a luglio per ricordare Mandela, a cui consegnò il Fiorino d’oro nel 2012, ostentazione. «Quello sfoggio non aiuta a dare l’idea di un partito che cerca di riconnettersi con la gente». Anche perché Salvini e Di Maio, loro sì, nelle piazze ci vanno, magari «a raccontare un libro dei sogni», ma ci vanno. Invece Matteo lascia agli sherpa «la politica sangue e merda, come la chiamava il mitico Rino Formica». Mugugni, ma stavolta riecheggiano vicinissimi. Non solo da chi il senatore di Scandicci non lo vorrebbe neppure più come militante.
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