Gioco
«Pagando un euro ha frodato il fisco con il boss amico»
Livorno, le accuse della Finanza al viceprefetto Daveti avrebbe procurato anche “clienti”a Belfiore
LIVORNO. Dietro le quinte dell’“Operazione viceré” che ha messo nei guai il viceprefetto di Livorno e dell’Elba Giovanni Daveti per i rapporti con un esponente della ’ndrangheta emergono i magheggi informatici che, infilandosi nelle maglie del sistema e dribblandone i controlli, hanno consentito di far sparire i debiti con il fisco. Almeno temporaneamente, magari con la speranza di non farsi acciuffare.
A dar retta alla tesi dell’accusa, il test su quest’ingranaggio cancella-tasse avviene direttamente sui conti dello stesso Daveti, che secondo quanto risulta dall’informativa 421312/17 della Guardia di Finanza aveva un debito di oltre 115mila euro nei riguardi del fisco per gli anni 2015 e 2016. Questa somma è l’esito degli accertamenti relativi a importi iscritti a ruolo per l’imposta di registro da saldare per la Provincia di Livorno e quella di Venezia, in proporzioni quasi del 50% .
La bacchetta magica per farli sparire? Secondo le accuse, il trucco si materializza in tre modelli F24, quelli che la gran parte dei contribuenti usano per pagare le tasse. Daveti paga sì ma l’importo è soltanto 1 euro in tutti e tre i versamenti (due in data 4 novembre 2016, il terzo il 17 gennaio dello scorso anno). Il versamento c’è ma è di importo minimissimo rispetto a quanto effettivamente dovuto. Per giustificarlo si portano in compensazione crediti inesistenti: uno da 55mila euro tondi per la Provincia di Livorno (anno 2015), gli altri due riguardano la Provincia di Venezia e sono l’uno da 29mila euro (2015) e l’altro da quasi 31mila (2016).
A dire il vero, un credito fiscale il viceprefetto l’aveva davvero: per il 2015 i 4.467 euro vantati inizialmente erano poi scesi a 3.443 in seguito a una verifica da parte degli uffici dell’Agenzia delle Entrate; per il 2016 erano poco più di mille euro. Insomma: 1) i crediti Irpef reali erano di gran lunga inferiori alla cifra reale; 2) i soldi extra del 2015 gli erano già stati rimborsati nella busta paga che Daveti percepisce in quanto alto funzionario statale.
Troppo facile far fesso il fisco così? In realtà, l’Agenzia delle Entrate ha imposto l’obbligo di utilizzare alcuni specifici canali telematici (Entratel e Fisconline) in caso di deleghe di pagamento di importo zero ottenuto mediante crediti portati in compensazione. Ma in questo caso, a prestar fede alle accuse, si sono utilizzati due “trucchi” per aggirare i controlli automatizzati. Il primo: un pagamento c’è anche se è solo di un euro. Il secondo: i modelli F24 sono stati pagati via computer mediante “home banking” facendo in modo che il sistema di tracciamento dei pagamenti finisca per registrare solo i riferimenti Abi e Cab dell’istituto bancario del quale ci si è serviti.
È ancora l’informativa delle Fiamme Gialle a indicare che dietro le quinte di tutto questo non c’è una gang di hacker smanettoni in grado di forzare i codici del sistema informatico del fisco. Più prosaicamente, c’è un sessantasettenne torinese che un tempo lavorava per l’Agenzia delle Entrate e che è stato sbattuto fuori per motivi disciplinari: un tizio, insomma, che ben conosceva buche, buchini e buchetti in cui infilarsi.
Ma l’organizzazione dev’essere piuttosto compartimentata per ridurre al minimo l’esposizione al rischio di farsi beccare. Dev’essere per questo che all’amico Gian Carlo Cappelli che gli sta portando una decina di clienti e chiede di avere maggiori ragguagli, Daveti taglia corto: “loro” parlano solo con lo “zio”, cioè Giuseppe Belfiore, esponente di spicco della ’ndrangheta. Daveti e Cappelli sono intercettati nella Opel Mokka a maggio 2017 in un colloquio dal quale gli investigatori ritengono di poter capire che ai beneficiati dalle cancellazioni dei debiti veniva chiesto il 30% dell’importo sparito, comprensivo della quota del 22% chiesta dallo “zio”.
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