Italia
In guerra contro l’Isis per “vendicare” i morti del Bataclan
Davide Grasso ha combattuto in Siria al fianco dei curdi Presentato a Viareggio il libro che racconta la sua scelta
VIAREGGIO. È stato terribile, dice. Anzi: agghiacciante. «Non ci sono altre parole per spiegare una guerra come quella siriana». Davide Grasso, giornalista e militante torinese di 38 anni, nel 2015, ha fatto una scelta: ha scelto di giocarsi tutto – amici, serate al centro sociale, studio, lavoro, il futuro intero – per andare in Siria, unirsi alle Ypg (le milizie curde siriane) e combattere l’Isis. Proprio come quei volontari di mezzo mondo che nel 1936 andarono a combattere in Spagna a fianco dell’esercito repubblicano contro i fascisti di Franco.
Al Cantiere sociale di Viareggio, adesso, racconta quella scelta diventata anche un libro ( “Hevalen. Perché sono andato a combattere l’Isis in Siria”, Edizioni Alegre). Indossa una felpa grigia dell’Askatasuna, lo stesso centro sociale di Torino dove era la notte del 13 novembre del 2015, quella della strage del Bataclan, quella in cui decise di partire. «Ero a fare gli ingressi quando mi è arrivato un sms da un amico che mi informava di quello che stava succedendo a Parigi», racconta a Il Tirreno. Da lì inizia a seguire i fatti minuto per minuto. C’è un’esplosione. Poi un’altra. Gli ostaggi che vengono uccisi uno ad uno. «Mi sono detto “ora basta”. L’Isis era venuto a colpire le persone come me, giovani e precari, che frequentano i locali che potrei frequentare anche io. E poi ero sicuro che quell’attentato sarebbe stato strumentalizzato dai governi per adottare misure repressive. Avevo capito che l’unico modo per combatterlo era andare in Siria».
Certo, non si decide di rischiare di morire ammazzati in una notte sola. È come un destino conscio che si abbarbica nei capitoli di una vita. Magari parte da un libro di Che Guevara («sono diventato comunista così: leggendolo», dice) e poi passa da studi e viaggi in Medio Oriente, di cui uno a Cizre, città turca dove la popolazione, a maggioranza curda, nel 2015 è stata massacrata dall’esercito di Erdogan durante la sua caccia al terrorista («avevo conosciuto un ragazzo, uno come me, che poi è stato ucciso»). No, «lo schifo del mondo» – così lo chiama lui – ti schiaffeggia un po’ per volta, prima del cazzotto che ti fa reagire. «Non ero sicuro di avere il coraggio di combattere – racconta – così prima ho fatto un po’ di reportage dalla Palestina e dall’Iraq. Dopo sono entrato in Siria e anche lì, prima, ho raccontato quello che vedevo», Grasso collabora con Infoaut e Radio Onda d’Urto. Poi ha iniziato l’addestramento. Sveglia alle 4.45, corsa, addominali, flessioni. E lo studio: curdo, storia del Medio Oriente, quella del partito. Infine l’accademia militare: monta e smonta kalashnikov, marce, strategie belliche. Dopo un mese è stato spedito al fronte. Prima ad Ain Issa, il fronte difensivo più vicino a Raqqa. Poi è stato inviato con la sua unità nella provincia di Aleppo, per liberare Manbij. E lì ha scoperto i colori dell’inferno: il nero delle notti che non finiscono mai, il rosso del sangue dei mutilati, il bianco dei cadaveri. «È stata una delle battaglie più sanguinose della lotta contro l’Isis – racconta – L’hanno difesa fino all’ultimo, perché una volta andati via da lì sarebbero stati isolati dal mondo». Manbij era infatti l’ultima zona di transito per e dalla Turchia, da dove passavano i rifornimenti per lo Stato islamico. «È stata una carneficina», ricorda. Fa una pausa. Sembra aver già terminato il racconto, poi riprende. «Avevano piazzato mine antiuomo ovunque: nelle case, nei negozi. Si vedevano compagni saltare in aria. I tetti erano pieni di cecchini. È stato un massacro. Noi abbiamo avuto un migliaio di morti e centinaia e centinaia di feriti. Alcuni mutilati gravi. Nelle file dell’Isis i morti sono stati almeno il doppio».
Non era facile, poi, combattere con quelle armi vecchie, quasi tutte di fabbricazione sovietica degli anni ‘70 e ‘80, che magari si inceppavano proprio nel momento in cui o sparavi o crepavi. «È scandaloso il fatto che loro da anni stiano affrontando un nemico ben armato con questi armamenti inadeguati». La coalizione internazionale infatti ha sempre supportato solo dal cielo. «Qualche gesto simbolico poi è stato fatto. La Russia ad esempio una volta ha mandato due camion con dei kalashnikov, gli Usa invece hanno dato due blindati. Ma è insufficiente. Siamo parlando di persone che non hanno niente per combattere».
Anche lui, come gli altri, è stato addestrato a usare tutto in guerra: kalashnikov, mitragliatrice pkm – che è l’arma più utilizzata nella guerra civile siriana – granate, lanciarazzi rpg. «No, non era strano usarle – confessa – quello che era strano era vedere lo schifo che ci circondava. Nelle file dei nemici c’erano i peggiori psicopatici del mondo. Io ho vissuto solo un istante della guerra. Bisogna moltiplicarlo per otto anni e per tutto il Paese per capire cosa sia». In quella guerra, lui, c’è rimasto sei mesi: «sono già tornato come civile, e probabilmente ci tornerò ancora». La voglia di tornare a casa (e vivo) c’era sì, ma il desiderio di difendere quel luogo era troppo più grande. Combattere l’Isis significava anche difendere un progetto politico ben preciso, quello del confederalismo democratico – una sorta di comunismo libertario – che i curdi stanno cercando di realizzare nel nord della Siria, il Rojava. «Adesso sono nelle fase dell’autonomia democratica. Ci sono già quattromila comuni popolari, centinaia e centinaia di case delle donne, altrettante cooperative, alcune piccole, altre con ventimila soci: la maggior parte agricole ma alcune anche di commercio e industria, dove ci sono salari uguali con premi per il lavoro manuale. Si sta sviluppando poi un sistema mutualistico dove i profitti vanno alle comuni, e chi partecipa attivamente alla rivoluzione, non solo militari, anche civili, studenti, medici, e via dicendo, hanno tutto in comune». Un nuovo mondo da difendere, anche con la vita.
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