Il Tirreno

Toscana

Posto la mia vita su Facebook, ergo sum

di Alessandro Bientinesi
Posto la mia vita su Facebook, ergo sum

L’antropologo Dei spiega: «Le persone condividono le loro vacanze per renderle reali»

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PISA. «Prima dei social network le persone avevano la stessa necessità di oggi di mostrare agli amici di aver fatto una vacanza o di aver raggiunto un risultato specifico, magari nell’ambito lavorativo. La differenza rispetto al passato è che Facebook ha ampliato notevolmente la rete di relazione e il numero di persone al quale far vedere la propria affermazione sociale».

Fabio Dei, insegnante di antropologia culturale all’università di Pisa, prova a spiegarci cosa sia passato di testa alla 46enne fisioterapista di Lucca licenziata dall’Asl. La donna, infatti, non solo era andata in vacanza tra Tanzania e Stati Uniti con i permessi legati alla legge 104, ma durante i suoi tour non autorizzati aveva postato sul proprio profilo Facebook foto che la ritraevano alle falde del Kilimangiaro o in visita alle grandi città del paese a stelle e strisce.

«Prima le foto di una vacanza venivano mostrate agli amici a casa durante una cena, comunque a poche persone - spiega Dei -. Adesso la platea è decisamente più ampia, anche se usare Facebook dà l’impressione di essere ancora in una dimensione più intima. Per il caso specifico, comunque, sembra proprio che ci sia inconsapevolezza dell’utilizzo dello strumento. Non si capiscono i limiti e le conseguenze di questi strumenti, non avendone una conoscenza così approfondita».

Postare sui social e mostrarsi per essere. Posto, ergo sum. «Molte persone, se non pubblicano su Facebook le foto delle loro vacanze, hanno la sensazione di non aver mai realmente fatto quella esperienza - spiega ancora Dei -. Il ricordo diventa fondamentale e lo è ancora di più se condiviso con i propri contatti virtuali».

Cosa spinge una persona, in permesso da lavoro, a postare sui social network? «Usare Facebook è diventato talmente naturale che molte persone non si rendono conto della portata di alcune azioni e conseguenze possa avere - precisa l’antropologo -. Non conosco la persona e il caso specifico di Lucca, ma è impossibile pensare che la donna non immaginasse di rischiare mostrandosi sul proprio profilo. Ma ha sicuramente sottovalutato la portata delle conseguenze che quei post potessero avere per lei. Come se le due dimensioni, quella reale e quella virtuale, fossero diverse».

La fisioterapista, invece, è stata licenziata. «La logica dell’inconsapevolezza è la stessa degli studenti che postano video di violenza o di atti di bullismo a scuola e poi le postano su Facebook o se le inviano sugli smartphone - conclude Dei -. Non bisogna pensare che sia, però, una incapacità di usare nel modo corretto questi strumenti “riservata” solo ai giovani. Anche gli adulti, spesso più spesso, cadono in questi errori».

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