Il dolore
Chiara e il gelato naturale, così è ripartita da zero
Otto anni in Argentina, il lavoro da climatologa e una maxi famiglia con sei figli. Ma quando le porte si sono chiuse, ha avuto l’idea di aprire un’attività a Campiglia
Racconta che da bambina il sapore dolciastro e il freddo del gelato invece di darle piacere la disgustavano, tanto che ogni volta che glielo offrivano dopo qualche leccata storceva la bocca rifiutandosi di continuare. Ora invece, ironia della sorte, ciò che Chiara Crotti ha snobbato in tenera età è diventato parte integrante della sua esistenza, nonché fonte di guadagno. Sì perché lei (49 anni, milanese di nascita e toscana d’adozione, un marito fiorentino, agronomo, sei figli e una laurea in scienze agrarie tropicali e subtropicali conseguita all’università di Firenze) dopo una lunga esperienza in Argentina, dove ha lavorato nella cooperazione, nove anni fa è ritornata nella Toscana che l’ha vista giovane studentessa per ricominciare da dove era partita. E, dopo vari tentativi di trovare un’occupazione, ha deciso di investire su se stessa, aprendo a Campiglia Marittima, un borgo che dice di amare da sempre, un laboratorio di gelato naturale, che ha battezzato “Il gelato di Chiara”. Da un anno angolo goloso della Val di Cornia, in cui unendo tecnica e fantasia si diverte ad amalgamare con arte sapori e colori.
Partiamo da lontano. Come mai lei e suo marito siete andati per un lungo periodo in Argentina?
«Otto anni per l’esattezza. Volevamo fare un’esperienza di lavoro nella cooperazione, come climatologo io e come agronomo Claudio. Poi, una volta tornati in Italia lui, dopo una breve parentesi a Firenze, è stato assunto a Bolgheri in una grossa azienda vitivinicola, mentre io mi sono presa una pausa, dedicandomi ai miei figli, che dovevano ambientarsi – nuove scuole, nuovi amici – e avevano bisogno di una guida stabile accanto».
Lei ha sei figli. Un bel gruppetto, ma come è riuscita a conciliare famiglia e lavoro?
«Ci sono cose che se le pensi a tavolino non le faresti mai e oggi se vedo le coppie con due o tre bambini provo tenerezza. Ma quando sei in ballo balli e io ho ballato moltissimo».
Non avrà avuto certamente tempo libero.
«Se si ha una famiglia numerosa si guarda l’essenziale. I pomeriggi sul divano io non me li ricordo e per me ancora oggi lavorare dal mattino alla sera senza tregua è normale. Fortunatamente i miei ragazzi sono in gamba, si aiutano l’un l’altro e i più grandi adesso ogni tanto danno una mano anche a me nella gelateria. Ma tenere tutto in piedi non è stato facile, specialmente quando loro erano molto piccoli e sia io che mio marito lavoravamo tutto il giorno».
Dopo la pausa dovuta al ritorno in Italia si è rimessa a cercare lavoro e non l’ha trovato.
«Ho fatto qualche esperienza ma con scarsi risultati. Sono stata organizzatrice di centri estivi per bambini e ho cercato di portare avanti un progetto di turismo, preparando pacchetti soggiorno culturali in cui valorizzavo una rete di conoscenze in campo artistico e letterario. Persone che al di là del vino e della gastronomia, anche in momenti di crisi volevano far conoscere la Toscana».
Il progetto è decollato?
«No, perché nel frattempo sono subentrati dei problemi familiari. Così mi sono ritrovata con tanto tempo libero ma anche con la voglia di un lavoro, sia per realizzare me stessa, sia perché i figli mangiano, si vestono, hanno delle esigenze e uno stipendio in più in famiglia è necessario».
Come si è mossa? «In tutti i modi e con costanza da vendere. Ho passato un anno a propormi, sfruttando le mie conoscenze e le molte lingue parlate. Avevo tante carte sul mio tavolo però nessuno mi voleva».
Perché?
«Perché dopo i 40 anni sei “troppo” e io lo ero: troppi figli, troppi anni, troppo titolata, troppo tutto. Ho bussato a tante porte, mi sono sentita umiliata, frustrata. Ma la risposta era sempre la stessa: non potevano pagarmi per quello che valevo».
Perciò non l’assumevano.
«Esatto. Soltanto un’amica, la proprietaria dell’hotel Santa Cecilia di San Vincenzo, mi ha dato un lavoro stagionale, affidandomi il compito di preparare le colazioni e sentendosi quasi in colpa perché non poteva offrirmi altro».
Poi cosa è successo?
«In un impeto d’orgoglio ho pensato: “Se nessuno vuole investire su di me lo faccio io”. E ho incominciato a cercare idee... Ero affascinata dal lavoro di Ludovica, la proprietaria del Caffè della Posta di Bolgheri, che aveva aperto una gelateria. Così mi sono detta: “Ci provo anche io” e ho cominciato a organizzarmi per farlo».
Partendo da dove?
«Dal basso. Ho cercato di capire come si faceva il gelato e Ludovica in questo mi ha dato una grossa mano, mettendomi in contatto con i fornitori. Ma mi hanno aiutato anche Omar del ristorante “La Magona”, sempre di Bolgheri, con i suoi consigli pratici, e Manuele Presenti della Chiccheria di Grosseto, dove si prepara solo gelato naturale. Lui mi ha dato lezioni teoriche e pratiche mettendomi in condizioni di partire. E un anno fa ad aprile, dopo aver avuto la sua “benedizione” ho inaugurato il mio negozietto di gelati».
Oggi, a un anno di distanza, qual è il bilancio?
«Buono direi. Il lavoro mi impegna ma mi piace, tanto più che è stagionale e mi permette di seguire i miei figli, che anche se per due mesi mi vedono poco, hanno tutto l’autunno e inverno per stare con me».
A questo punto la sua antipatia per il gelato sarà diventata amore.
«Si, grande amore ma continuo ad assaggiarlo appena. Quel tanto che mi serve per sapere se è buono e se gli ingredienti sono dosati nel modo giusto».
Come ha risposto Campiglia alla sua iniziativa?
«Benissimo. Quando dicevo dove avrei aperto una gelateria mi rispondevano tutti che ero pazza, che non avrei venduto niente, che ci sarebbero stati mille ostacoli. Invece si è creato un clima bellissimo, la gente viene e apprezza ciò che faccio, si ferma a chiacchierare, nascono delle amicizie».
Quali sono i gusti più gettonati?
«Il primo in assoluto è il gelato di ricotta, miele e noci, richiestissimo. Poi seguono pane, burro e marmellata, il pecorino, ma anche il gelato alla birra. La gente sperimenta e chiede ogni volta cosa ho preparato, tralasciando spesso i gusti classici come crema, cioccolato e fiordilatte e preferendo quelli più insoliti».
Da dove arrivano i suoi clienti?
«Da Campiglia innanzi tutto, poi da Venturina, da Riotorto, da San Vincenzo e ultimamente qualcuno anche da Piombino».
Non rimpiange mai il lavoro di climatologa?
«No. A me piace usare il cervello e le mani. Che poi questo accada per creare un gusto nuovo di gelato o per studiare i cambiamenti climatici poco importa. Quel che conta è il fare senza fermarsi».
Cosa consiglia a chi si trova, come è successo a lei, davanti a delle porte che nonostante la buona volontà di chi bussa restano chiuse?
«È importante riscoprirsi qualità e talenti, uscendo quando è necessario dagli schemi. Questa è anche la lezione che cerco di passare ai miei figli dicendo loro che non importa che vadano all’università, che devono fare quello che gli piace, cercando però di farlo al meglio. La vita è piena di sorprese e bisogna essere preparati ad affrontarle nel modo migliore». ©RIPRODUZIONE RISERVATA
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