Sicurezza
Carrara, strage sulla strada. Stefano salvato dai corpi degli amici: «Sono morti tutti»
Il 21enne sotto choc esce illeso dall’auto. Seduto dietro fra due passeggeri, ha solo un livido
CARRARA. «Sono morti. Sono tutti morti». Cinque parole. Definitive. Sono le uniche che ha urlato prima sulla strada a Marina di Carrara, di fronte ai corpi senza vita degli amici. E sussurrato dopo, in ospedale, a Massa, in una stanzetta del pronto soccorso dove i medici del Nuovo ospedale delle Apuane lo hanno trattenuto in osservazione. Più per proteggerlo che per motivi di salute.
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Stefano Bozzini, 21 anni carrarese di origini, da poco trasferito nei palazzoni di Luni Mare, alla periferia di Sarzana, era seduto dietro, strizzato, nella Lancia azzurra che, alla curva di viale Zaccagna è finita contro un muro. Stefano era seduto nel mezzo. I corpi degli altri passeggeri gli hanno fatto da scudo. Lo hanno protetto proprio come i medici del Pronto soccorso del Noa qualche ora dopo. Per questo è uscito illeso dallo schianto che alle 3 e 45 di ieri mattina ha spezzato la vita di Irene Bellulovich, Marco Crea e dei due operai inglesi Oliver Kemp e Thomas Haycock.
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Lui, diplomato all’alberghiero con il pallino della musica tekno, è schizzato fuori dall’auto fuori controllo, ma non si è fatto nulla. Un livido sullo stomaco, il segno della cintura di sicurezza. Una contusione al gomito che al pronto soccorso gli hanno fasciato. Punto. Fine. Gli unici segni, in mezzo a un gruppo di cadaveri. Illeso senza sapere perché. Stefano si è tolto la maglietta subito dopo l’incidente. Così se lo sono trovati davanti i primi soccorritori. Ha chiesto un po’ d’acqua, dicono i testimoni dell’alba tragica di Marina di Carrara. Ha chiesto una sigaretta. Tremava e urlava: «Sono morti tutti e quattro, sono morti tutti».
Le prime ambulanze che sono arrivate in viale Zaccagna si sono trovate di fronte l’inferno. E un ragazzo a torso nudo, che parlava al telefono cellulare, che urlava la sua rabbia e la sua disperazione.
Strano. Eppure in quel disastro, il telefonino di Stefano funzionava ancora bene. Lo schianto non lo ha distrutto. Con quel cellulare Stefano ha chiamato un’amica speciale. Un’amica che da quella telefonata nel cuore della notte non si è ancora ripresa. La stessa amica che poche ore prima era insieme a lui, a Irene e a Marco a festeggiare un compleanno a Sarzana. La serata era finita. Poi quello squillo, nel cuore della notte, quasi all’alba.
«Mi ha chiamato Stefano. Era agitatissimo. Mi ha detto: vieni qui, sono morti, sono tutti morti». Così Stefano ha urlato all’amica, proprio mentre lo stavano portando in ospedale, lui che in ospedale non voleva andarci. Voleva rimanere con gli altri.
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I soccorritori hanno fatto mille sforzi per toglierlo dalla strada. Per tenerlo lontano dai corpi degli amici, su cui erano già stesi i teli azzurri.
Stefano è arrivato in ospedale sotto choc. Lui, il ragazzo chiacchierone come lo ricordano al bar Sonia di Avenza e al Power, il pub di Luni mare, aveva poche parole. Sempre le stesse. «Sono tutti morti».
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Non ha detto altro agli amici, neppure a quelli più cari, che sono andati a trovarlo. Nessuno gli ha parlato dell’incidente. E Stefano non ne ha parlato con nessuno. Si è tenuto lo strazio dentro. Quell’alba tragica è rimasta sospesa, con la consapevolezza delle morti.
Una sorta di meccanismo di protezione, dicono i medici. Stefano è rimasto in una cameretta del Pronto soccorso per ore. È stato dimesso sul fare della sera: gli amici, i familiari lo hanno protetto. Ancora una volta. Come era successo in auto tante ore prima. Come era successo al pronto soccorso quella stessa mattina.
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