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Toscana

Del Grande un anno dopo il carcere: «Frottole e ipocrisie, è la guerra di Trump» - Video

Alessandro Bientinesi
Gabriele Del Grande
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Gabriele Del Grande

Il blogger lucchese rivive l'incubo vissuto al confine tra Turchia e Siria e racconta il conflitto dal punto di vista dei carnefici 

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Ti resta soltanto una sola possibilità. Una soltanto: il cibo. Rifiutarlo è il gesto con il quale puoi ribellarti. «Voglio la libertà, non il vostro cibo». Il messaggio è chiaro. Il potere non è più in mano a chi ha le chiavi della tua cella, nella quale ti trovi in isolamento in qualche parte della Turchia. Da giorni, senza sapere perché. «Un gesto politico, un gesto di affermazione». Sai che in quello sciopero della fame ti giochi tutte le tue opportunità. Non sai che l’Italia intera si sta mobilitando per te. Che c’è un giornale, quello della tua regione, Il Tirreno che lancia una campagna: #Gabrielelibero. Non sai cosa la tua compagna, i tuoi figli, la tua famiglia divisa tra Toscana e Grecia, sanno di te. Se ti hanno picchiato. O peggio ancora torturato.

Come in quelle carceri di Turchia e Siria che hai descritto spesso nel tuo lavoro di blogger, documentarista e scrittore. Forse non calcoli neppure il rischio, in un paese nel quale 200 giornalisti, e ancora di più tra oppositori politici e uomini della società civile che si oppongono al regime di Erdogan, sono in carcere come te. Da mesi. Anni. Ma ti ribelli. E lo sciopero funziona. Riesci a telefonare alla tua compagna. Poi incontri il tuo avvocato. E alla fine, dopo 14 giorni di tensione e pressioni internazionali, vieni liberato.

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Per Gabriele Del Grande, 36enne lucchese di Montecarlo ma ormai, per sua definizione, “cittadino Mediterraneo”, l’incubo iniziato il 9 aprile 2017 al confine tra Turchia e Siria, finisce così dopo giorni di apprensione. E il suo lavoro, nato da una raccolta fondi dal basso in grado di raccogliere quasi 48mila euro, verrà pubblicato il 17 aprile, martedì, per Mondadori. “Dawla”, che in arabo significa Stato ed è uno dei modi in cui gli affiliati dell’Isis chiamano la propria organizzazione, è il titolo del libro che racconta il viaggio partito nel Kurdistan iracheno e terminato con il suo arresto in Turchia.

A distanza di un anno Del Grande è tornato in Italia e ci racconta per la prima volta, in esclusiva, quei giorni. E il lavoro che ne è scaturito. Strumento quanto mai attuale per capire, con gli occhi dei carnefici, terroristi disertori, la drammatica situazione della Siria.

Del Grande, nella prefazione del libro dice che le due settimane dietro le sbarre l’ hanno aiutata nella sua ricerca. Perché?

«Volendo cercare qualcosa di positivo nei miei giorni in carcere, posso dire di aver capito davvero il peso dell’isolamento, della privazione della libertà vivendolo sulla mia pelle. Ho potuto raccontare meglio il mondo del carcere nella prima parte del libro. Dalla complicità e umanità che si crea tra detenuti così come molte dinamiche che nascono dietro le sbarre».

L’hanno cambiata quei giorni in carcere?

«No. Forse ho più sensibilità verso l’esperienza di sofferenza che è il carcere. La cosa peggiore e più umiliante è la privazione della libertà, che apprezzi veramente solo quando ti viene tolta. Il fatto di non avere contatti all’esterno chiaramente è fonte di preoccupazione. Io ero dentro e sapevo di stare bene. Fuori ci sono i tuoi cari che possono pensare di tutto. Da dieci giorni tu non dai notizie. Questa era la mia prima preoccupazione. Poi c’era il pensiero di come uscire fuori di lì» .

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E lì è nata l’idea di iniziare lo sciopero della fame?

«Io non avevo alcun potere. Ero finito dentro una cella e non potevo fare nulla. L’unica cosa era rifiutare il cibo e l’acqua. Era un gesto di affermazione, politico nonché umano. Io non prendo il tuo cibo. Io voglio la libertà, non voglio il tuo cibo. Voglio uscire da qua. Fammi uscire e mangio. Mi tieni qua dentro, non mangio. E vediamo che succede. Per me era come ribaltare la situazione di potere».

Un anno dopo, ha capito il motivo del suo arresto?

«Ancora oggi non ho alcuna carta in mano, niente. Ma quando un giornalista turco o straniero va in una zona di confine dove la Turchia fa passare jihadisti che vanno in Siria, fa passare le armi, spara sui rifugiati che scappano e li ammazza sul confine, non ci devono essere occhi o testimoni. È molto semplice. Quindi si inventano la scusa: non hai la carta, non hai un permessino e ti mandano via. Perché quelle storie non escano. Dopodiché io sono contento perché sono tornato a casa anche con la storia e la registrazione che stavo effettuando quel giorno. Anzi, con altro materiale. Ma nel Paese nulla è cambiato: due mesi dopo la mia liberazione Taner Kılıç, presidente di Amnesty International Turchia, è stato arrestato. L’accusa, falsa, è di far parte del movimento guidato da Fethullah Gülen, che secondo le autorità turche ha ideato il fallito colpo di stato del luglio 2016».

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“Dawla” è un libro duro, scomodo, violento. Ma contro la guerra.

«Esattamente. Il libro ti aiuta a ripercorrere anche la storia del conflitto siriano. Ma lo fa da un punto di vista scomodo: quello dei carnefici. E condanna la guerra, intesa come mero strumento di dominio, affermazione del potere. La guerra non è uno strumento di repressione del reato. Quando Donald Trump dice di dover punire Bashar al-Assad perché ha usato il gas con i bambini capisci dal libro che sono frottole. L’unico obiettivo è il controllo di un Paese, di una risorsa. E nel mezzo a questo scontro la gente muore. La prova di questa ipocrisia è di pochi giorni fa: la Turchia alleata degli Stati Uniti ha bombardato i curdi a Brin, uccidendo 200 civili compresi molti bambini. E Trump non si è minimamente lamentato. Per questo mi auguro che il mio libro possa aiutare a comprendere lo Stato Islamico, raccontato dai disertori e apra gli occhi sulla situazione attuale. Perché si dica finalmente mai più guerre».

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