Sicurezza
I colletti bianchi dei clan banca occulta per le ditte
I magistrati: la nuova frontiera dei boss estorsioni e riciclaggio di contanti Ma cresce anche il traffico di droga, dove comanda la criminalità albanese
FIRENZE . Qui non ci sono “locali” della ‘ndrangheta, clan camorristici o cosche mafiose, eppure la mafia c’è e fa affari, da qualche tempo anche con la complicità dei nostri colletti bianchi. La Toscana insomma non è ancora la Lombardia infiltrata dalla criminalità calabrese o l’Emilia dove si fa strada la camorra e gli avvocati dei clan non si peritano di entrare nell’Osservatorio sull’informazione giudiziaria, ma il rischio è di imboccare quella pericolosa china, come ha avvertito anche il sindaco di Follonica Andrea Benini parlando di «dinamiche mafiose» dopo l’omicidio di Salvatore De Simone, venerdì scorso.
IL SALTO DI QUALITÀ
Un campanello d’allarme è suonato a metà febbraio con l’operazione “Vello d’oro”: 14 arresti tra Toscana e Calabria per usura e riciclaggio a beneficio delle cosche di ‘ndrangheta (Nirta di San Luca e Barbaro di Platì). «È forse la prima conferma di quello che ci siamo detti in tanti convegni – ragiona Ettore Squillace Greco, ora procuratore capo a Livorno ma per anni magistrato di punta della Direzione distrettuale antimafia – E cioè che si sarebbe arrivati al riciclaggio “puro” di contanti, superando il tradizionale riciclaggio che si realizza con l’acquisizione di attività economiche».
Sì, perché nel caso del “Vello d’oro” gli arrestati sono sia calabresi che toscani e il sistema ipotizzato dagli inquirenti prevede la concessione di prestiti a usura nei confronti di titolari di imprese in gran parte sane (concerie di Fucecchio e Santa Croce sull'Arno), che si impegnano a pagare interessi molto alti ma ricevono in cambio una cascata di fatture per operazioni inesistenti da usare per non pagare le tasse. Ci guadagnano tutti, e nessuno (salvo l’imprenditore da cui è partita quell’inchiesta) ha interesse a denunciare il patto scellerato. Se questo sistema prenderà piede, temono i magistrati, sarà molto più difficile contrastare il riciclaggio, che è il core business delle mafie tradizionali in Toscana.
VIETATO SNOBBARE I BOSS
Mafie silenti, questo si sa, che non hanno interesse ad attirare l’attenzione con fatti di sangue; dunque se c’è un conto da regolare, lo regolano nei territori di rispettiva competenza, ma non esitano a fare la voce grossa quando qualche elemento esterno mette in dubbio la loro autorità. È questa la lettura che i magistrati della Dda danno dell’omicidio di Giuseppe Raucci, il pratese trapiantato a Camaiore il cui cadavere fu trovato il 10 dicembre 2015 nel bagagliaio della sua Citroen C1 appena fuori dalla superstrada Firenze-Pisa-Livorno all’altezza di Ginestra Fiorentina. Per quell’omicidio sono stati condannati a vent’anni due calabresi di Prato e due livornesi.
Il giudice Profeta ha escluso l’aggravante di mafia, ma i magistrati della Dda, in particolare il procuratore Giuseppe Creazzo e il sostituto Angela Pietroiusti, sono convinti che Raucci, broker di droga giustiziato in un residence di Tirrenia, non sia morto solo per i 35.000 euro che ha fatto perdere ai suoi committenti accettando tre chili di zucchero al posto della cocaina da qualche furbacchione colombiano a Roma. No, è morto perché si fece beffa delle minacce dei calabresi Emilio Tropea e Giovanni Zaccuri, ritenuto l’esecutore materiale, quello che disse di aver sparato per sbaglio perché ha un difetto fisico al braccio, come in uno splatter di Tarantino o una black comedy dei fratelli Coen.
IL CAPO DEI CAPI QUI? “FUFFA”
Per ritrovare un altro omicidio di mafia in Toscana, in questo caso certificato da una sentenza della Cassazione, probabilmente bisogna risalire al 4 maggio 1999, quando Ciro Cozzolino fu freddato a colpi di Makarov davanti al Comune di Montemurlo. Anche lui si era fatto beffe delle minacce di un clan, la camorra dei Birra-Iacomino di Ercolano. Quella Makarov fu gettata sul cadavere dall’assassino e per molti anni le pistole hanno smesso di sparare lasciando spazio ai rogiti dei notai o alle consulenze dei commercialisti su dove sia più conveniente investire (e ripulire) i guadagni fatti con la droga o le estorsioni. Quasi nessuno all’ottavo piano del Palagiustizia di Novoli, nelle stanze della Direzione distrettuale antimafia, dà troppo credito ai presunti avvistamenti di Matteo Messina Denaro in provincia di Pisa («fuffa» si lascia sfuggire un investigatore). Tutti però sono convinti che la Toscana sia «terra di conquista per le organizzazioni mafiose», come ha scritto il procuratore Creazzo nella sua ultima relazione sull’attività della Dda. Terra di infiltrazioni delle mafie nei circuiti dell’economia legale attraverso l’accaparramento di lavori pubblici e privati, la partecipazione al mercato immobiliare, il business dei rifiuti, l’acquisizione o la gestione di pubblici esercizi (ristorazione e intrattenimento).
L’ALLEANZA CON GLI ALBANESI
Mafie che non disdegnano alleanze con la criminalità straniera nel traffico di droga. In particolare gli albanesi che, scrive Creazzo, «sono in grado di controllare ogni passaggio dell’attività illecita e di porsi quale interlocutore credibile anche con le altre realtà criminali operanti nel settore, prima su tutte quella calabrese». E a proposito di calabresi, la ‘ndrangheta sembra ormai funzionare come un “marchio” della paura, una parola capace di aprire tutte le porte, a prescindere dagli effettivi legami coi “locali”, di cui non c’è ancora prova dell’esistenza in Toscana. «Sì, è un marchio che funziona - dice il procuratore Squillace - Del resto le hanno fatto grande pubblicità». E cita il caso di una recente estorsione ai danni di un operatore del mercato ortofrutticolo di Firenze, costretto a piegarsi agli esattori calabresi di un grossista di frutta del Bresciano: «È stato vittima della sua stessa paura, non hanno avuto nemmeno bisogno di vantarsi». Quando serve, invece, si vantano, come i sei calabresi indagati dalla Procura di Prato che, lo si è saputo due settimane fa, hanno estorto 80.000 euro a un ex bancario che aveva chiesto un aiuto per recuperare un credito a Milano. Gli si sono piazzati in casa raccontando i loro trascorsi di violenza e si sono fatti pagare profumatamente per un’intermediazione andata a vuoto.
MAFIE TOSCANE SENZA BOSS
Mafie vere o millantate, ma senza un capo in grado di risolvere gli eventuali conflitti sorti in Toscana, su questo sono d’accordo Squillace e i suoi ex colleghi della Dda. Così come sono d’accordo sul fatto che per troppo tempo le infiltrazioni mafiose sono state sottovalutate. Se n’è accorto il procuratore di Livorno quando è andato a cercare le sentenze degli ultimi 15 anni in tema di 416 bis (associazione a delinquere di stampo mafioso) o ex articolo 7, l’aggravante di aver favorito organizzazioni mafiose, e ha scoperto che nessuno aveva i dati.
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