Il Tirreno

Toscana

Quando la chiesa e gli Usa spinsero la Dc alla vittoria

Alessandro Volpi
Un giovanissimo  Andreotti sottosegretario alla presidenza del consiglio inaugura piazzale Clodio a Roma
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Un giovanissimo Andreotti sottosegretario alla presidenza del consiglio inaugura piazzale Clodio a Roma

Elezioni del 18 aprile 1948, vignettisti arruolati contro il pericolo comunista: "Dio ti vede, Stalin no"

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ROMA. Nei primissimi mesi del 1948, Gino Boccasile, uno dei più noti disegnatori italiani, che aveva fatto fortuna negli anni del fascismo realizzando le copertine della rivista “Grandi firme” e aveva legato il proprio nome al regime sia con l’adesione alle leggi razziali sia con un’attiva partecipazione alla propaganda della Repubblica sociale italiana, fu reclutato dai Comitati civici di Luigi Gedda, nati per volontà di Pio XII, per preparare alcuni manifesti, molto crudi, in cui venissero rappresentati i tragici pericoli connessi ad una vittoria delle forze di sinistra nelle imminenti elezioni politiche.
 

I vignettisti arruolati. Negli stessi giorni, Giovannino Guareschi, il padre di Don Camillo e Peppone, pubblicava sulle pagine di “Candido” alcune illustrazioni altrettanto cruente volte ad esprimere i rischi di una possibile “finis Italiae” qualora il neonato Fronte democratico popolare avesse vinto le elezioni; una di queste si rivolgeva alle mamme dei soldati morti in Russia per esortarle a votare contro lo schieramento social-comunista in nome del ricordo dei loro cari defunti. Lo stesso Guareschi fu l’artefice del noto manifesto che ritraeva un elettore italiano alle prese con le operazioni di voto in cui compariva lo slogan “Nel segreto della cabina elettorale Dio ti vede, Stalin no!”. Persino ad Edoardo De Filippo era stato commissionato dalla Democrazia Cristiana un cortometraggio dal titolo “Sogno o realtà” che doveva sollecitare la partecipazione al voto.

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La campagna più dura. Si tratta soltanto di alcuni episodi della più dura campagna elettorale della storia italiana destinata a concludersi il 18 aprile con lo straordinario successo della Democrazia Cristiana di Alcide De Gasperi che conseguì la maggioranza relativa dei voti, con una percentuale del 48,5%, e la maggioranza assoluta dei seggi in Parlamento. Quella tornata elettorale, la prima dopo il varo della Costituzione, fu sicuramente unica per molte ragioni e, di certo, condizionò in maniera profonda i decenni seguenti. Il primo dato rilevante fu costituito da una eccezionale partecipazione alle urne che registrò l’affluenza di quasi 27 milioni di votanti su un totale di poco più di 29 milioni di aventi diritto, pari ad una percentuale record del 92,2%.
 

Il ruolo della Chiesa. Il secondo elemento che contraddistinse quel voto, e che certo influì su una simile partecipazione, fu rappresentato dalla massiccia azione politica svolta dalla Chiesa di Pio XII, che esercitò un’opera di pressione elettorale realmente decisiva. Già nel radiomessaggio natalizio del 1947, il pontefice aveva qualificato come “disertore e traditore, chiunque (avesse voluto) prestare la sua collaborazione materiale, i suoi servigi, le sue capacità, il suo aiuto, il suo voto, a partiti e poteri che negano Dio”. Nei mesi seguenti poi erano state promosse “missioni religiose popolari”, soprattutto nelle regioni considerate a rischio per il voto cattolico, con l’ampia partecipazione di figure di spicco dell’Azione Cattolica, mentre il padre gesuita Lombardi, definito “il microfono di Dio”, teneva comizi e prediche in tutto il paese. Nel febbraio del 1948 furono istituiti i già ricordati Comitati civici di Luigi Gedda che condussero un’opera capillare di diffusione dell’anticomunismo, attingendo a piene mani al repertorio molto diretto della difesa della tradizione religiosa nei confronti degli attacchi blasfemi delle forze politiche riunitesi sotto “l’ingannevole” icona di Garibaldi. Il lunedì di Pasqua, lo stesso pontefice dal loggiato di San Pietro utilizzava i versetti dell’evangelista Luca - “Chi non è con me è contro di me - per ricordare agli italiani da che parte avrebbero dovuto schierarsi e, a Milano, il cardinale Schuster conduceva un’aspra battaglia contro le ideologie marxiste che scatenò le ire di Togliatti tanto da indurre il leader comunista a chiedere l’incriminazione dell’alto prelato per violazione del Concordato.
 

La diplomazia Usa. Il terzo dato caratterizzante delle elezioni dell’aprile 1948 fu il ruolo che ebbe nel determinarne l’esito finale il ruvidissimo dibattito sulla posizione internazionale del nostro paese. Sia il governo De Gasperi sia la diplomazia degli Stati Uniti, in piena dottrina Truman, ripeterono in maniera ossessiva che dalle urne sarebbe uscito il destino dell’Italia nei decenni seguenti; l’ambasciatore a Roma, James Dunn, attraversò la penisola inaugurando scuole, strade e ospedali finanziati dai piani di aiuti americani che sarebbero stati immediatamente cancellati qualora le sinistre avessero vinto le elezioni.
Tra la fine del 1947 e i primi mesi del 1948 furono preparate, per iniziativa del governo italiano, ben 124 edizioni di “cinegiornali”, trasmessi in continuazione nelle sale cinematografiche, per celebrare i fasti delle relazioni tra Italia e Stati Uniti e soprattutto per evidenziare la dipendenza della nostra economia da quei sussidi, indispensabili per sfamare la popolazione e per battere l’inflazione. Nella stessa direzione si muovevano il programma, molto seguito, “Voice of America” e gli oltre 500 mila dollari versati alla Democrazia Cristiana dall’amministrazione Truman a sostegno della campagna elettorale, in grado di tappezzare i muri delle città con migliaia di manifesti in cui si associava la vittoria dei “socialbolscevichi” ad una crudissima povertà.
 

La vittoria scudocrociata. L’adesione al cattolicesimo e la scelta di appartenenza allo schieramento atlantico furono così i due elementi decisivi per la vittoria schiacciante della Democrazia Cristiana il 18 aprile, relegando, di fatto, ogni altra considerazione in secondo piano, a cominciare dai programmi e persino dai modelli sociali e economici perseguiti dai due schieramenti; un rischio, del resto, ben evidenziato da Pietro Nenni in un accalorato discorso tenuto in piazza Duomo a Milano, il 14 marzo. Il leader socialista, dopo aver espresso la propria meraviglia “per l’atteggiamento dei nostri avversari i quali hanno mescolato alla lotta elettorale testé aperta motivi e passioni che si poteva sperare fossero superate dai tempi”, dichiarava la volontà del suo partito di non accettare la trasformazione della competizione elettorale in “guerra di religione” e in scontro di civiltà: “Non faremo le elezioni del 18 aprile per Cristo o contro Cristo e lasceremo la religione al di fuori delle nostre contese (…) Non faremo le elezioni per l’America o contro l’America: faremo le elezioni per dare alla Repubblica Italiana una direzione repubblicana e per risolvere i problemi sociali del Paese. Così pure non faremo le elezioni per la Russia o contro la Russia, prendendo come base e fondamento della nostra lotta gli avvenimenti dell’Eur opa Centrale ed Orientale”.
 

La scelta di De Gasperi. Ma l’appello di Nenni rimase inascoltato e la scena italiana fu segnata, per almeno altri quindici anni, da quel clima di scontro che riconosceva ben poco spazio all’autonomia della politica rispetto ai temi della fede e della collocazione internazionale. In maniera assai paradossale, le elezioni più dure sul piano dello scontro politico nella storia italiana non hanno riconosciuto una reale legittimità autonoma alla politica in quanto tale e hanno messo in luce la sua forte dipendenza dai valori dell’appartenenza religiosa e dai legami economico-strategici con la più grande potenza dell’Occidente. Non è un caso che De Gasperi, consapevole di una situazione siffatta, decise di non procedere nella direzione della autosufficienza della Democrazia Cristiana, che i numeri elettorali gli avevano consegnato, ma di costruire una formula di governo “centrista”, con le forze “laiche” e figlie della tradizione risorgimentale e ottocentesca, per dare una base culturalmente e politicamente più ampia all’Italia post fascista

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