Sicurezza
Le elezioni del 1948 tra minacce e sogni di espropri proletari
Le storiche consultazioni vinte dalla Dc nelle testimonianze del direttore del Tirreno di allora Athos Gastone Banti e del giornalista Aldo Santini. Sul giornale l'atmosfera del voto di 70 anni fa, uno scontro tra due visioni dei mondo
Nel 1948 vinse la Dc, e sappiamo com’è andata. Può piacere o no, ma l’Italia ha avuto settant’anni di democrazia solida, seppur nell’instabilità politica. E se invece avesse vinto il Fronte popolare, cioè l’alleanza socialcomunista, cosa sarebbe successo? Qualcuno sicuramente risponderà: sarebbe stato meglio. Altri continueranno a fare gli scongiuri. Due testimoni dell’epoca, nostri colleghi predecessori al Tirreno, ci danno un’idea di quelle che, secondo la loro esperienza, potevano essere le prospettive se l’Italia fosse diventata rossa.
CLIMA PESANTE IN REDAZIONE
Affidiamo alla brillante penna del giornalista labronico Aldo Santini una descrizione del clima di quell’aprile 1948. Ne esce un quadro vivacissimo e chiarissimo. «...A Livorno la tensione è più alta che altrove. I giornalisti del “Tirreno”, che dividono il primo piano redazionale e la tipografia del palazzo di viale Alfieri con i colleghi (tutti amici nostri) della “Gazzetta” socialcomunista, non dimenticheranno sicuramente la notte in cui giungono i risultati. Per festeggiare un’affermazione che le sinistre ritengono certa, sono affluiti nei corridoi molti “compagni”, tutti grandi e grossi e per niente affabili. Sembrano armadi a quattro sporti, pronti a far piazza pulita del “Tirreno” e dei suoi redattori...».
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Santini scrive il resoconto di quei giorni convulsi nel 1987, all’interno di una pubblicazione celebrativa dei 110 anni del Telegrafo/Tirreno. «40 anni dopo - continua (e 70 anni dopo il discorso non cambia) - molti sorrideranno leggendo queste note. Che sorridano pure. Non sorridevano gli “armadi” del partito di Togliatti, al nostro va-e-vieni tra tipografia e redazione, mentre affluivano le prime cifre. E siamo felici di non aver potuto verificare le loro intenzioni...».
LA BORGHESIA «PAVIDA» E GLI INTELLETTUALI
Santini manda poi a bersaglio un’altra frecciata acuminata: «...Non è facile, nel 1948, pubblicare a Livorno un giornale anticomunista, e insieme antifascista, qual è “Il Tirreno”. La borghesia di un certo peso, che avrebbe il dovere di darti una mano, se ne sta pavida sulle sue, e magari volta le spalle al foglio locale “perché oggi c’è un solo quotidiano che si può leggere, in Italia, il Corriere...”. Gli intellettuali, pochi e velleitari, se non pieni d’aria, inneggiano alle sinistre come ieri inneggiavano al fascismo. Ci vuole l’abilità di A.G.B. per barcamenarsi nella Livorno degli anni Quaranta...».
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IL CORAGGIO DI ATHOS GASTONE BANTI
A.G.B. sta per Athos Gastone Banti, l’uomo che con una buona dose di coraggio sconfinante nell’incoscienza aveva fondato “Il Tirreno” nel gennaio del 1945, sulle ceneri dell’ormai impresentabile “Telegrafo” della famiglia Ciano. Il vulcanico Banti è il deus ex machina del giornale: ne è l’editore e il direttore. Lo guida con sicurezza nelle acque tempestose del dopoguerra, dall’alto di una cultura elevata e di una scrittura tagliente, corrosiva, che ti coinvolge nella lettura, ti suscita emozioni.
LA RUBRICA DEL 17 APRILE
Il direttore dialoga con il pubblico attraverso una rubrica di prima pagina dal titolo “5 minuti di fermata 5”. Il 17 aprile, giorno prima delle elezioni, è ancora più sferzante del solito. Intinge la penna nel curaro e, da uomo di orientamento politico moderato, la usa per attaccare il Fronte popolare. Lo fa con grande professionalità, descrivendo fatti e situazioni che, per comprendere il 18 aprile 1948, valgono almeno quanto i libri di storia. Ripercorriamo il crescendo rossiniano dell’articolo, un affresco eccezionale dell’atmosfera del tempo.
Athos, tanto per cominciare, precisa che gli è stato riferito che in un comizio «un tale Scappini, grosso gerarca rurale del comunismo», aveva detto che dopo il 18 aprile “Il Tirreno” «non avrebbe più potuto svolgere la sua opera nefanda perché il Fronte non gli avrebbe permesso di uscire». Dunque Banti informa i lettori di essersi rivolto al collega incaricato del resoconto del comizio per saperne qualcosa di più del gramo futuro che, ipoteticamente, sarebbe toccato al giornale. «Mi ha risposto candidamente - scrive il direttore - che a quel comizio non c’era andato neppure lui. Ma lei ha pubblicato il resoconto!, gli ho osservato, e ha anche detto che l’oratore era stato applauditissimo. “Perché - mi ha chiesto quel giovane scettico - lei ha forse saputo che ci sia stato un solo oratore di sinistra che non sia stato applaudito dai suoi, per grosse che fossero le cose che diceva?”».
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LA QUESTIONE DEI DIECI MILIONI
È la prima di una lunga serie di stoccate al Fronte popolare. La seconda inquadra nel mirino il deputato socialista Leonetto Amadei, reo, secondo Banti, di aver detto in un comizio a Torre del Lago che “Il Tirreno” era pagato 10 milioni al mese dalla Democrazia Cristiana. I due si sono visti, Athos gli ha contestato l’affermazione e l’onorevole non avrebbe saputo rispondere. «Poi - bombarda il direttore con il suo carico di ironia - è scomparso dalla circolazione e né di lui, né, purtroppo, dei 10 milioni mensili, abbiamo saputo più nulla. Ma io spero che gli elettori si ricorderanno ugualmente del suo nome, per le preferenze...».
LA SPASMODICA ASPETTATIVA
Poi il buon Athos descrive, da par suo, la spasmodica aspettativa che circondava la fatidica data elettorale. «...Se domandavo all’Amministrazione una seggiola nuova, visto che quella che ho mi rompe i pantaloni, mi rispondevano: “Senz’altro! Dopo il 18 Aprile”. Nessuno ha comprato più nulla, nessuno ha pagato più un debito. Tutti aspettano il 18 Aprile... Appuntellati alle vetrine inutilmente ricolme di ogni ben di Dio, i negozianti sbadigliano, mostrando al pubblico che passa tutti i loro denti (d’oro). C’è da due mesi nell’aria come una specie di attesa messianica, un orgasmo pre-apocalittico, che ha paralizzato ogni iniziativa... Molti credono davvero che domani i bottegai dovranno cominciare a regalare la roba e seguiteranno così tutta la vita. C’è chi conta di avere gratis l’automobile di Tizio, e chi la fabbrica di Cajo...».
IN NOME DEl PROLETARIATO
Si sognano dunque, nel caso che vincano le sinistre, espropriazioni in nome del proletariato, di Marx, Lenin e Stalin. E qui il pezzo di Banti raggiunge la genialità: «Quella donnina che mi vende, una volta la settimana, il pacchetto di sigarette che basta alla mia viziosa esistenza di borghese parassita e ozioso, sa già che le toccherà un quartiere di 8 stanze in via Ricasoli, e se lo divora cogli occhi, tutte le volte che passa di lì. - O il villino Mascagni non andrebbe meglio? - le ho chiesto io un giorno, mentre pagavo. - Quello lo vuole la Ricciola - mi ha risposto compunta - Mica posso fare delle cattive azioni. La correttezza avanti tutto!”».
Enumerati i ferventi desideri della tabaccaia e della Ricciola, il direttore è un fiume in piena e si lancia in un’ardita previsione sui risultati del 18 aprile, che comunque risulterà azzeccata, a conferma della sua caratura non solo giornalistica ma anche di analisi politica: «...La nostra povera umanità ha sempre bisogno di fissarsi delle date, per tirare avanti: è l’oscuro inconfessato bisogno di credere che tutto andrà meglio domani... Non succederà nulla neanche domani e neppure dopo domani, brava gente! Bisognerà seguitare a lavorare duramente come lavoriamo ora. Il Fronte perderà la partita, com’è logico che avvenga: ma non succederà niente di più, e l’Italia seguiterà a tirare avanti, zoppicando verso l’avvenire. Speriamo che sia migliore del presente!».
L’INVOCAZIONE DI PACE E GIUSTIZIA
La chiusura del pezzo è un’invocazione: «...Il bisogno di pace, d’ordine, di giustizia, di lavoro, di disciplina, è aumentato, è divenuto più assillante e più grave. Siamo proprio sull’orlo dell’abisso. Votate per chi vi pare: ma votate per chi possa assicurare almeno questi beni fondamentali, senza di che sarà il caos. E Dio vi illumini e salvi l’Italia».
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