La manifestazione
Cave insicure, 36 denunce
I risultati dopo un anno di controlli dell’Asl sul marmo. La Regione: "Ma le morti per incidenti sono crollate"
SERAVEZZA. Lavoravano al buio e pure con «condizioni meteo non idonee». Cioè: pioggia. Lavoravano con macchinari non «segregati». Lavoravano anche in piazzali troppo piccoli per quei blocchi di marmo che dovevano staccare dai monti. E che importa se la conta dei morti rischiava di crescere. È la storia di un anno di controlli dell’Asl nelle cave delle Alpi Apuane e nei laboratori del marmo nelle due province di Massa-Carrara e Lucca, che ha portato nel corso del 2017 a 61 denunce per violazione della normativa sulla sicurezza sul lavoro e altrettante prescrizioni per aspetti da migliorare.
I controlli rientravano nel piano speciale sulle cave lanciato dalla Regione Toscana nel 2016 dopo una carrellata di morti bianche sulle Apuane. Più soldi per i controlli e quindi più controlli: questo il senso del piano che nel 2017 è arrivato alla firma di un protocollo con le procure e i carabinieri della forestale e che ha già iniziato a dare i suoi frutti. Nel 2017 e nei primi mesi del 2018 non ci sono stati incidenti mortali sulle Apuane.
Sembra poco un anno e tre mesi, ma non lo è. Non per chi vive sotto quelle miniere che lacrimano sangue. Non per chi si stava abituando alle giornate di lutto cittadine, ai minuti di silenzio, ai nastri neri appesi alle saracinesche abbassate dei negozi. Dal 2006 al 2016, con il marmo, ci sono morte dieci persone nel distretto apuo-versiliese: una nel 2006, una nel 2007, una nel 2010, una nel 2012, due nel 2015 e ben quattro nell’anno nero, il 2016. Un anno e un po’ di mesi senza morti è un respiro di sollievo.
Ma i numeri del 2017 dicono anche altro. Dicono che, in fondo, è andata bene. Dicono che i luoghi di lavoro non sono ancora del tutto sicuri.
Sono 885 i controlli fatti dall’azienda sanitaria nelle 173 cave delle Apuane, da cui è emerso che alcuni cavatori sono costretti a lavorare ancora «in condizioni di illuminazione e meteo non idonee», con macchinari spesso non del tutto sicuri e pure con «procedure non idonee». Nel corso del 2017 sono scattate 36 denunce solo sulle cave, a cui si aggiungono 38 “non conformità”, ovvero segnalazioni per qualcosa non perfettamente in linea con la normativa. Tipo «rischio di investimento materiale – si legge nel resoconto della Regione –, vie di circolazione, mancanza di procedure, spazi di lavoro non idonei, mezzi non verificati, porzioni di materiale non in sicurezza».
Poi c’è il mondo delle segherie. I sopralluoghi di Asl sono stati 453. Sono state rilevate 43 “non conformità”, da cui sono partite 25 denunce in particolare per «apparecchi di sollevamento senza verifiche periodiche e spazi non idonei».
«Nessuno ha mai pensato di chiudere un’attività, come quella estrattiva, che qui va avanti da secoli – commenta durante, la presentazione del resoconto, il governatore Enrico Rossi – Avevamo però un sogno, difficile ma non impossibile: quello in cui la ricchezza produce lavoro, sicuro, e la produzione rispetta ambiente e paesaggio. Produttività e sostenibilità possono andare d’accordo: naturalmente servono regole e le regole poi devono essere seguite».
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