Il Tirreno

Toscana

Morti in porto a Livorno, quei 212 serbatoi e l'incubo di esplosioni a catena - Video

Mauro Zucchelli
L'area in cui è avvenuta l'esplosione dall'alto (foto Massimo Sestini)
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L'area in cui è avvenuta l'esplosione dall'alto (foto Massimo Sestini)

Livorno, in poco più di 2 chilometri quadrati la massima densità di aziende a rischio di “incidente rilevante” del centro Italia: da qui l'incubo di esplosione a catena  

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LIVORNO. I passeggeri del Boeing 738 della Ryanair in arrivo all’aeroporto di Pisa da Fez erano a 2000 piedi di quota sulla verticale del Canale industriale del porto di Livorno nel momento esatto in cui il serbatoio 62 del deposito costiero del gruppo Neri si è accartocciato su un fianco e si è portato con sé il destino dei due operai.

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Certo, in quei 40 secondi in cui hanno inquadrato la scena dal finestrino dell’aereo prima dell’atterraggio non ce l’hanno fatta a contare tutta l’incredibile geografia di una infinità di serbatoi di ogni diametro che, fra la via Aurelia e il West, contengono qualsiasi tipo di sostanza petrolchimica si possa immaginare: non ce l’hanno fatta perché - in una striscia di un chilometro per due e mezzo, dall’ex Carbochimica alla raffineria Eni - se ne contano altri 211.

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UNA ZONA INDUSTRIALE UNICA IN ITALIA

È per questo che la zona industriale-portuale a nord di Livorno è un caso quasi unico in Italia. Non lo dice qualche setta eco-fondamentalista bensì il dossier più ufficiale che ci sia: stiamo parlando dell’ “Inventario nazionale degli stabilimenti a rischio di incidente rilevante” aggiornato dal ministero dell’Ambiente ogni sei mesi, l’ultima volta a fine febbraio. Il censimento “fotografa” in un pugno di chilometri quadrati fra Stagno e il porto di Livorno 6 realtà industriali catalogate al livello superiore secondo la mappa del rischio fornita dall’Ispra, l’Istituto superiore per la ricerca ambientale. Non esiste nessun altro spicchio di territorio in tutto il Centro Italia in cui la concentrazione di questo genere di stabilimenti arrivi a tali livelli. Se estendiamo lo sguardo a tutta la penisola, l’addensamento di fabbriche a rischio di incidente rilevante in questo ritaglio appena fuori Livorno è inferiore solo a quel che troviamo a Genova (9 industrie), nel Piemonte novarese della zona di Trecate (9) e fuori Ravenna (addirittura 23 casi), oltre che al polo industriale di Marghera-Venezia, a quello attorno a Napoli e a quello bergamasco di Filago (tutti e tre con 7 fabbriche a rischio).

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LE FABBRICHE A RISCHIO DI INCIDENTE RILEVANTE

L’elenco ministeriale mette in lista nel livello superiore la società Neri Depositi Costieri spa dove è avvenuta la tragedia di ieri come “stoccaggio e distribuzione all'ingrosso e al dettaglio, ad esclusione del Gpl” (al pari dei Depositi Costieri del Tirreno). Ma non è la sola: c’è poi la raffineria Eni (vedi alla voce “raffinerie petrolchimiche/di petrolio”), c’è la Costieri d’Alesio spa (“stoccaggio di combustibili anche per il riscaldamento, la vendita al dettaglio ecc.”); c’è il Costiero Gas Livorno spa (“stoccaggio di Gpl”), c’è la Olt Offshore Lng Toscana spa (ma in mezzo al mare, una dozzina di miglia al largo). Nello stesso scampolo di zona industriale-portuale c’è anche la Masol, ma è catalogata al livello inferiore. Nel territorio di Livorno figurano anche la Cheddite Italy srl in zona Salviano e la Pravisani in zona Quercianella, entrambe attive nella “produzione, distruzione e stoccaggio di esplosivi”, ma la prima nella fascia superiore e l’altra in quella inferiore.

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IL TIMORE DI UN EFFETTO DOMINO

Quanto basta per dire che nella sola provincia di Livorno si contano tante industrie ad elevato rischio di incidente rilevante (quasi) quanto in tutto il resto della Toscana: e dentro il territorio provinciale livornese, più delle metà è in quell’ultra-periferia nord punteggiata di serbatoi e depositi. Stavolta l’incidente industriale si è portato via le vite di due operai e tuttavia l’emergenza è rimasta all’interno del perimetro di una di queste aziende, come confermato anche dal sindaco di Livorno Filippo Nogarin nella diretta Facebook del Tirreno. L’indicazione di Livorno nord come “area a elevato rischio di incidente industriale rilevante” nasce dalla preoccupazione data dalla vicinanza di tutte queste fabbriche: con il timore di un “effetto domino” dall’una all’altra industria ed effetti inimmaginabili.

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LE CAVERNE DI GAS

C’è anche qualcos’altro che dal finestrino dell’aereo nessuno può aver visto: le caverne a 100 metri di profondità in cui il Costiero Gas stocca da mezzo secolo decine e decine di migliaia di metri cubi di gas, di dimensioni cioè non molto minori del rigassificatore, e non laggiù in mare bensì nelle viscere del porto.

IL VALORE DI QUEI POSTI DI LAVORO

È sufficiente scorrere la lista delle industrie a rischio per accorgersi che la deindustrializzazione ha colpito duro a Livorno. Non tanto, invece, nelle industrie inserite nella mappa del rischio: valevano e valgono quasi 1.500 buste paga, compreso l’indotto. E questo si fa sentire in un territorio in cui dalle fabbriche arriva ormai non più del 17% del Pil territoriale: la crisi l’hanno pagata soprattutto le tute blu metalmeccaniche dell’industria dell’auto: sparite grandi fabbriche come Trw e Delphi, inghiottiti almeno 900 posti di lavoro solo in questo settore.

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