Il Tirreno

Toscana

Beve sette "bicchierini": in coma etilico a 14 anni

di Pierluigi Sposato
Beve sette "bicchierini": in coma etilico a 14 anni

La ragazzina andò in coma etilico dopo aver bevuto in due locali sul lungomare di Porto Ercole. Baristi a processo

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PORTO ERCOLE. Poco dopo le 23 del 24 agosto del 2015 i genitori di Silvia (il nome è di fantasia) avevano ricevuto una telefonata da parte di una donna che si qualificava come medico e che li avvertiva che la loro figlia, poco più che quattordicenne, era in coma etilico, stesa su una panchina del lungomare di Porto Ercole, all’Argentario.Fu necessario il ricovero, fu diagnosticata un’intossicazione acuta da alcol, alla fine Silvia venne dichiarata fuori pericolo. Ma i loro genitori sporsero querela. 

E così davanti al giudice Giovanni Puliatti si è aperto il processo ai titolari dei due bar che, secondo l’imputazione, avrebbero somministrato gli alcolici alla minore: Ugo Palatresi del Cash Game, Andrea Mazzella del Roma.

Il primo per cinque bicchierini di sambuca, il secondo per due bicchierini di assenzio. Un processo entrato nel vivo anche con le parole del padre di Silvia, un noto professionista romano, che ha chiesto e ottenuto di poter prendere la parola.

Per dire che sarebbe sua intenzione, se fosse possibile, ritirare la querela sporta davanti ai carabinieri di Orbetello. «So che l’alcol fa tante vittime tra i minori - ha detto - Ciò che io e mia moglie abbiamo voluto fare era cercare di sensibilizzare l’ambiente, tutelare la salute di mia figlia e dei giovani in generale. Ed è un obiettivo che abbiamo raggiunto: sono stato di nuovo in quei locali, ora la situazione è cambiata, c’è più regolamentazione».
Non ci sarà dunque costituzione di parte civile (la famiglia si era affidata all’avvocato Daniela De Zordo di Roma) ma il processo andrà comunque avanti.

A luglio saranno sentiti i testimoni della difesa. Non sarà necessario invece ascoltare la ragazza, tutt’ora minorenne (era in Tribunale), perché le parti (difese Infetti e Ricci, pm Dompetrini) si sono accordate per l’acquisizione delle dichiarazioni rese all’epoca, da lei e da due sue amiche; depositata al giudice anche la comunicazione di reato dei carabinieri di Orbetello che avevano condotto le indagini. Ascoltando appunto le amiche di Silvia, alcune delle quali di famiglie appartenenti al jet set che anima il Promontorio. Era stato grazie alle loro parole che i genitori prima, informalmente, e i militari poi, in caserma, avevano ricostruito gli spostamenti di Silvia. Prima la ragazzina avrebbe acquistato la sambuca al Cash e poi l’assenzio al Roma. E poi si sarebbe sentita male. Entrambi i baristi erano stati identificati l’estate successiva da Silvia (era tornata in vacanza all’Argentario e li aveva rivisti) cui i carabinieri di Roma avevano fatto vedere un album con una ventina di fotografie; del primo la ragazzina conosceva già il nome.

Sambuca e assenzio, sette bicchierini buttati giù d’un fiato

«Silvia aveva bevuto tutto d’un fiato il secondo shottino di sambuca. Poi era uscita ed era andata in un altro bar. Aveva chiesto l’assenzio, il barista glielo aveva negato perché diceva che era troppo forte». Alla fine, però, la ragazzina era riuscita a farselo dare. «Io volevo che Silvia la smettesse ma lei aveva tirato giù anche l’assenzio. Poi un altro barista aveva impedito che ne bevesse un secondo bicchierino». Ma a quel punto Silvia stava già male. Queste sono alcune delle parole che un’amica di Silvia, anch’essa di una famiglia molto conosciuta, aveva dichiarato ai carabinieri nell’agosto 2015. Poi le indagini hanno portato alla denuncia e all’inizio del processo contro i due baristi

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