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Toscana

Un elettore su due è contro il sistema - L'analisi

di Luigi Vicinanza*
Un elettore su due è contro il sistema - L'analisi

Dopo il voto bisogna contare i voti, capire dove va l'elettorato. Tra cinque stelle di governo, il giglio magico sfiorito, il boom leghista e la scomparsa della sinistra riformista

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I cinquestelle sono entrati nel firmamento della politica adulta. Un elettore su tre ha votato per Luigi Di Maio e la sua fanta-squadra di governo. Se le proiezioni diffuse ieri notte dovessero essere confermate, possiamo dire che la creatura assemblata anni fa nel mondo virtuale del web da Beppe Grillo e da Casaleggio senior ha assunto la sua forma reale di movimento/partito costretto dal consenso crescente ad assumersi responsabilità sempre maggiori verso gli italiani.

Non è scontato, nonostante l’innegabile successo elettorale, che tocchi a Di Maio il primo incarico di formare il futuro esecutivo della nuova legislatura. I governi infatti nascono in Parlamento, in base alle maggioranze fondate su numeri certi, ha fatto sapere a tutti i contendenti nei giorni scorsi il Presidente della Repubblica. Ma certo Mattarella, se questi sono gli esiti del voto, dovrà ascoltare l’urlo lanciato dal corpo elettorale.

Giggino da Pomigliano d’Arco, ben vestito, ben rasato, dalla sintassi zoppicante non meno dei profili di alcuni candidati raccattati in giro per l’Italia, impersona il profilo rassicurante, governista del movimento nato per ribaltare il sistema e sventrare il Parlamento come una scatoletta di tonno (ricordate il 2013?). Il gruppetto di ministri presentato agli elettori con giusto anticipo - al di là delle singole competenze professionali - ha rappresentato una mossa azzeccata: il passaggio dal dilettantismo professionale ai professionisti dilettanti della politica. Un insolito governo di tecnici reclutati tra chi si è sempre sentito escluso dal palcoscenico del teatrino della politica, pronti ora a recitare la parte se non da protagonisti, almeno da spalle di rango al fianco di Di Maio.

Sì, si tratta di un urlo fragoroso diffusosi con l’apertura delle urne. Che assorda e ammutolisce il Partito democratico di Renzi, crollato sotto la soglia di sicurezza, ridotto a terza forza nella polarizzazione dello scontro tra il Movimento 5 Stelle e il centrodestra all’interno del quale la Lega di Matteo Salvini, non più separatista ma ferocemente nazionalista, agguanta e sorpassa una Forza Italia copia esangue del Silvio Berlusconi dei tempi d’oro. Se si sommano i consensi dei cinquestelle con quelli raccolti da Salvini, dunque, si ricava che quasi un elettore su due ha espresso un voto antisistema. Quasi una possibile inedita maggioranza degli estremismi convergenti. Una sconfitta bruciante per Matteo Renzi e il suo progetto di riformare e ammodernare la società italiana.

Aveva azzardato, il segretario dem, una rivincita politica dopo il disastroso esito del referendum costituzionale del dicembre 2016. Si era illuso, insieme al suo giglio magico, di poter trasferire quel 40 per cento di Sì raccolto quindici mesi fa in altrettanti voti per il Parlamento, rifiutando con ostinazione di analizzare le cause di quell’insuccesso. Una rimozione alla base della devastante sconfitta odierna.Quando esattamente quattro anni fa, nel 2014, l’ex sindaco di Firenze conquistò con una manovra di palazzo la guida del governo, estromettendo in malo modo Enrico Letta, aveva davanti a sé due obiettivi: rimettere in moto il motore dell’economia e arginare l’avanzata dei populismi. Alla fine di un’esperienza in chiaroscuro, segnata dalla sciagurata gestione delle crisi bancarie, ferita aperta nel corpo sociale del Paese, il benessere diffuso stenta ancora a farsi spazio dopo dieci anni di crisi devastante e i populismi si ergono, a furor di popolo, come forza di governo. Con la legittimità del voto democratico.

Ci sarà tempo - per chi ne avrà voglia - per approfondire e analizzare come si sia dissipata in così breve tempo una tradizione della sinistra riformista. Neppure la formazione capeggiata da Pietro Grasso, Pierluigi Bersani e Massimo D’Alema ha tratto profitto dalla crisi del Pd. Anzi. C’è da interrogarsi: ne valeva la pena? E’ tutto un mondo di sinistra travolto da errori, rancori, debiti con la propria storia e con valori condivisi.

 

*direttore del quotidiano Il Tirreno

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