Il Tirreno

Toscana

«Quello schiaffo era per me»

di FABIO DEMI
«Quello schiaffo era per me»

I ricordi del figlio ribelle del professore che colpì lo studente Rocco Pompeo

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«Quello schiaffo era diretto simbolicamente a me. Ne sono convinto». Claudio Bolelli me lo ripete al telefono dopo averlo scritto in una bella lettera-testimonianza sul Sessantotto a Pisa, di cui è stato uno dei maggiori protagonisti. Claudio è il figlio del professor Tristano Bolelli, che il 13 febbraio 1968, alla facoltà di lettere dell'università di Pisa, colpì con un robusto ceffone lo studente Rocco Pompeo, reo di presiedere l'assemblea che il movimento studentesco stava tenendo nell'aula in cui il docente avrebbe dovuto fare lezione. Un episodio clamoroso che finì su tutti i giornali e che abbiamo raccontato sul Tirreno dell'11 febbraio scorso. Ora, secondo la chiave di lettura che ci suggerisce Claudio Bolelli, il professore avrebbe visto in Rocco Pompeo quel figlio "degenere" che quattro anni prima aveva buttato fuori di casa per le sue idee politiche. La rabbia e l'amarezza di un padre che si sentiva tradito dal figlio estremista avrebbero quindi guidato la mano che si abbatté sul volto di Pompeo. Perché in effetti, a pensarci bene, il Sessantotto fu anche questo: padri abituati a un certo modo di vedere le cose, moderati, conservatori, al limite anche di sinistra, disorientati da questi giovani che di punto in bianco occupavano gli atenei, organizzavano manifestazioni e cortei, guerrigliavano con la polizia e i carabinieri, collezionavano denunce e processi, osannavano Mao, Che Guevara e Ho Chi Minh. Giovani rivoluzionari che, all'università, se la prendevano con illustri cattedratici chiamandoli "baroni" e ne contestavano l'autorità.

LO SCONTRO

GENERAZIONALE

Un drammatico scontro generazionale di cui Tristano e Claudio Bolelli possono essere indicati come un caso emblematico. I due ruppero i rapporti all'inizio del 1964, ai tempi della prima occupazione della Sapienza, a cui Claudio, classe 1942, partecipò attivamente. Il giovane, nel 1966, fu poi eletto consigliere comunale a Pisa nelle liste del Psiup (Partito socialista italiano di unità proletaria), dunque visse il Sessantotto nella doppia veste di studente di giurisprudenza e di politico con una carica istituzionale. Successivamente fu assessore in diverse giunte di sinistra a Pisa, aderì al Pdup e a Democrazia proletaria, e fece attività politica, oltre alla sua professione di avvocato, fino a qualche anno fa. Ora, puntualizza, «scrivo le mie memorie». Memorie nelle quali, evidentemente, il Sessantotto e dintorni avranno una parte preponderante.

«MIO PADRE

NON FECE DENUNCIA»

Ma torniamo un attimo al famoso ceffone, per il quale sul banco degli imputati venne a trovarsi lo studente schiaffeggiato, con gravi accuse tipo interruzione di pubblico servizio e oltraggio a pubblico ufficiale. «Dalle carte che ho trovato dopo la morte di mio padre (avvenuta nel 2001, ndr) - dice Claudio Bolelli, che al momento del fatto non si trovava in quell’aula - risulta che lui non denunciò Rocco Pompeo. Dunque il procedimento fu promosso dal ben noto procuratore fiorentino Mario Calamari, che procedette d'ufficio. Invece Pompeo, a cui all'epoca non mancai di esprimere la mia solidarietà, querelò mio padre per lo schiaffo ricevuto. I relativi processi si estinsero per una delle innumerevoli amnistie di quegli anni, di cui beneficiai anch'io. Infatti il Calamari mi perseguì una trentina di volte per ogni e qualsiasi manifestazione che si svolgeva a Pisa».

QUEL “NO”

A GENTILE

Tristano e Claudio si ignorarono per molti anni. Comunicazioni interrotte per palese incompatibilità di opinioni politiche. Poi però ci fu un riavvicinamento. Babbo e figliolo si ritrovarono, e tra loro venne a crearsi un rinnovato, ottimo rapporto. «Mio padre non era fascista - ricorda con affetto Claudio - aveva la tessera honoris causa del Partito repubblicano. Fu uno degli allievi prediletti di Giovanni Gentile, che lo volle a Roma per l'Enciclopedia Italiana. Ma quando Gentile nel 1943 lanciò l'appello a favore della Repubblica sociale, mio padre, che all'epoca si trovava a Viareggio, andò a Firenze per incontrarlo e per annunciargli di persona che non avrebbe aderito alla Rsi. Gentile gli rispose: andate via e non vi fate prendere».

1964, SI COMINCIA

A FARE SUL SERIO

Claudio Bolelli, dicevamo, fu uno dei giovani di punta del Sessantotto pisano. Ma per lui, e per Pisa, il Sessantotto cominciò molto prima. Le agitazioni infiammarono l'università già alla fine del 1963 e la prima occupazione della Sapienza avvenne nel gennaio del 1964. «La decisione - racconta Bolelli - fu presa in un'assemblea dell'Ugi (Unione goliardica italiana, l'associazione degli studenti di sinistra) per appoggiare l'occupazione dell'istituto di chimica. La mozione approvata dall'Ugi l'avevo scritta io e presentata insieme ad Adriano Sofri. L’occupazione durò più di venti giorni, che passai dormendo in quello che era stato chiamato "il gineceo", cioè un salottino adiacente i bagni delle donne. Dormivo dentro un sacco a pelo, come gli altri occupanti, in quanto il rettore Faedo aveva fatto chiudere il riscaldamento e la notte si gelava. Al movimento degli studenti si aggiunsero, una dopo l'altra, le organizzazioni degli assistenti e dei professori incaricati che si riconobbero nella richiesta di rivendicare il ruolo che il loro peso numerico aveva nel governo dell'università, allora esclusiva del rettore e del Senato Accademico».

UNA GRANDE

PARTECIPAZIONE

«La partecipazione degli studenti fu amplissima e tutti i partiti nazionali si adoperarono per far cessare l’occupazione, preoccupati che i difficili equilibri politici che si stavano costruendo nel paese (il primo centrosinistra) potessero subìre una ripercussione negativa».

Dunque piombarono a Pisa Nuccio Fava, segretario nazionale dei giovani democristiani, Claudio Petruccioli per i giovani comunisti e Gianni De Michelis per i socialisti che «riuniti in una latteria a fianco della Sapienza concordarono il testo di una mozione da presentare all’assemblea per far decretare la fine dell'occupazione».

«Anch' io - riprende Bolelli - fui chiamato perché la firmassi, ma rifiutai e mi battei perché venisse respinta. I votanti, alle due di notte, furono tantissimi. Le suore, che allora avevano numerosi collegi che ospitavano le studentesse, diedero loro la libera uscita notturna purché votassero per la fine dell'occupazione e così, per pochi voti, finì quella grossa esperienza». Giovanni Nardi, nel suo libro “L’immaginazione e il potere: cronache del ’68 a Pisa”, riporta le seguenti cifre: 381 moderati sconfissero 278 studenti che volevano tenere ancora la Sapienza. Dunque i rivoluzionari nell’occasione persero, ma il seme ormai era gettato.

IL RUOLO

DI D’ALEMA

L’ultima parte della lettera-testimonianza di Claudio Bolelli riguarda Massimo D’Alema, allora normalista e giovane dirigente del Pci. Non sempre fra i leader del ’68 c’era feeling, anzi, spesso le polemiche erano feroci.

Di sicuro non doveva esserci simpatia fra D’Alema e Bolelli se quest’ultimo tiene a precisare (riferendosi anche a una frase in cui tanti anni fa D’Alema sosteneva, per sfuggire all’accusa di essere un burocrate di partito, di aver tirato una bomba molotov nel ’68): «Posso con serenità e senza tema di smentite affermare che D’Alema, se non nei primi giorni della sua venuta a Pisa (e cioè quando si guardava intorno) non ha mai partecipato a scontri con la polizia. A quanto mi risulta l’unica denuncia che D’Alema si prese nel ’68 fu quella (da cui fu assolto) per i fatti della stazione di Pisa del 15 marzo, fatti per i quali fu imputato per manifestazione non autorizzata, oltraggio a pubblico ufficiale e blocco ferroviario. Nell’occasione, come si evince dagli atti giudiziari, non ci fu alcun lancio di bottiglie molotov, né da parte di D’Alema né degli altri coimputati tra i quali c’ero anch’io». Della serie: come togliersi dalle scarpe un sassolino di cinquant’anni fa.

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