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La sfida asimmetrica nei partiti - L'editoriale

Luigi Vicinanza
La sfida asimmetrica nei partiti - L'editoriale

Mancano ancora due settimane al voto per il rinnovo del Parlamento eppure questa campagna elettorale ci sembra in corso da un'eternità

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Mancano ancora due settimane al voto per il rinnovo del Parlamento eppure questa campagna elettorale ci sembra in corso da un'eternità. Forse la sensazione corrisponde al vero, perché l'Italia è un Paese più facile da incantare che da governare. Pronto a lasciare il passo al disincanto, sentimento ora diffuso tra gli elettori. Venerdì è stato l'ultimo giorno di diffusione autorizzata dei sondaggi. Secondo una stramba norma la pubblicazione su giornali, tv, web è vietata nei prossimi giorni, ma i partiti continueranno a commissionarli e a servirsene perché la realizzazione dei sondaggi è lecita. Insomma, alla maniera italiana, si fa ma non si dice.

Dunque, veniamo ai sondaggi (che valgono quel che valgono, ovvero sono la fotografia più o meno veritiera nel momento in cui sono realizzati e quindi soggetti a continue evoluzioni della realtà). Un italiano su tre non sa se andrà a votare e se dovesse decidere di recarsi al seggio è incerto sulla scelta finale. Comprensibile. Le forze in campo infatti - tutte - stanno giocando una partita asimmetrica: il rivale, più che nel campo avversario, è percepito nella propria squadra. Lo schema di gioco di conseguenza mira a massimizzare il risultato per i fedeli alle rispettive leadership (lo si è visto nella formazione delle liste), e a ridurre il rischio di farsi infilzare dagli avversari interni. La tattica del vecchio inguardabile "catenaccio" trasferita dal pallone alle urne.

Partiamo dalla coalizione di centrodestra, indicata in vantaggio dagli ultimi sondaggi. La competizione sfacciata è tra Salvini e Berlusconi, divisi su tutto, con Giorgia Meloni relegata in un ruolo ancillare rispetto alle pulsioni sovraniste e nazionaliste delle camicie verdi. L'ex Cav vive con ansia il sorpasso della Lega con un Matteo a quel punto legittimato a farsi spalancare le porte di Palazzo Chigi.

Dal lontano 1994 Berlusconi si è sempre concepito come il federatore delle tendenze contrapposte e contrastanti del centrodestra italiano; non può accettare ruoli subalterni e ora, varcata la veneranda soglia degli 80 anni, si sente "padre della Repubblica" tessitore di alleanze, le larghe intese, per continuare a contare sugli argomenti che più rispondono agli interessi della sua famiglia. Centrodestra dunque unito per rastrellare quasi tutti i seggi uninominali al Nord e, forse, al Sud. Ma dal 5 marzo si regoleranno i conti interni.

Esaminiamo il Pd, partito che ha espresso i tre presidenti del Consiglio della legislatura: Enrico Letta, Matteo Renzi, Paolo Gentiloni. Il primo è in riserva della Repubblica impegnato nell'insegnamento universitario a Parigi. Renzi si gioca tutto assillato dai sondaggi che lo piazzano sotto la soglia percentuale di cinque anni fa, prima della sua ascesa. Certo, c'è stata la scissione a sinistra, ma se Matteo un tempo piè veloce dovesse finire al di sotto del dato della "non vittoria" del Bersani del 2013, sarà del tutto azzoppato e vedrà rimessa in discussione la poltrona di segretario. Perché per Palazzo Chigi le porte gli sono precluse. Gentiloni piace a chi conta in Europa e in Italia e senza una maggioranza in Parlamento il suo governo potrebbe andare avanti per l'ordinaria amministrazione (e per una nuova legge elettorale) come governo del Presidente. Paolo il calmo ha consolidato rapporti, anche personali, con il ministro dell'Interno Marco Minniti, protagonista del nuovo corso sull'immigrazione, e con Paolo Calenda, il ministro con idee innovative sull'industria 4.0 (che stenta però a dare risposte adeguate alle aree di crisi toscane come Piombino, Livorno, Massa Carrara). Gentiloni-Minniti-Calenda è il tridente d'attacco di un Pd a prescindere da Renzi. Il ministro dell'Interno non era giovedì a Sant'Anna di Stazzema con il segretario e gli altri colleghi di governo e di partito. Venerdì era ad Arezzo con Gianni Letta a un'iniziativa dedicata alla storia delle guardie svizzere del Vaticano, di cui abbiamo dato conto ieri sul nostro giornale: assaggio di unità nazionale.

Nel centrosinistra Renzi si avvale dell'alleanza con Emma Bonino e Romano Prodi; da portatori d'acqua le due liste sono date in crescita, rifugio per chi non se la sente di premiare il Pd: se superano la soglia del 3 per cento faranno sentire la loro voce in Parlamento e ridurranno i seggi riservati ai fedelissimi del giglio magico.

Ancora a sinistra, la lista Liberi e Uguali: le tre formazioni che ne sono il sostegno (Mdp, SI, Possibile) resteranno unite anche dopo il voto? Domanda legittima. La componente bersaniana-dalemiana ha sì mollato il Pd ma non resterà alla finestra se in quel partito si riaprissero i giochi in un eventuale dopo-Renzi.

Eccoci infine ai Cinquestelle. Sono il primo partito, sempre in base ai sondaggi, ma svantaggiati nella ripartizione dei seggi poiché corrono da soli. Il pasticcio della candidature e dei rimborsi è cronaca di queste ore. Ma nel Movimento è in corso una singolare competizione interna. Luigi Di Maio è la faccia governista; Alessandro Di Battista quella piazzista, sta conducendo infatti una campagna elettorale parallela nelle piazze italiane pur avendo rinunciato a ricandidarsi. Un impegno oggi a sostegno del M5S per maturare un credito futuro. Se Di Maio non dovesse riuscire a formare un governo, nonostante il vento in poppa, perché senza maggioranza in Parlamento, al prossimo giro - due, tre anni? - sarà il Dibba a provare a infilarsi a Palazzo Chigi. In questa partita asimmetrica lui, il non candidato, si trova nella posizione win-win. Vince comunque vada a finire. Ganzo, no?

E i programmi? Possono aspettare, come gli elettori. Se avete avuto la pazienza di seguirmi fin qui, come ogni settimana, buona domenica.

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