Il dolore
Finiti 3 mesi di arresti torna la violenza
Stalking e maltrattamenti, dopo il carcere cautelare non c’è tutela
LIVORNO. Tre mesi di sicurezza per le donne maltrattate o perseguitate. Poi il nulla. Scaduti i provvedimenti cautelari - l’arresto in carcere o ai domiciliari - le donne come Francesca Citi sono senza protezione. E possono essere assassinate dall’ex marito, come è accaduto martedì a Livorno. In Italia non sono utilizzati i braccialetti elettronici anti-stalker e - denuncia da quasi un anno Il Tirreno - per un difetto nella legge non possono neppure essere attivati su chi è sottoposto a divieto di avvicinamento alla vittima. Ora la commissione di inchiesta del Senato sul femminicidio aggiunge un’altra denuncia. Terribile: mariti, conviventi, padri violenti allontanati d’urgenza dalla casa familiare perché ritenuti una minaccia imminente per le donne, possono tornare e non essere puniti. Non esiste sanzione se non rispettano l’ordine di stare lontani da casa: non possono essere arrestati.
FEMMINICIDI: TOSCANA AL TOP
Funziona così in Italia. Si deve prevenire la violenza, ma non ci sono gli strumenti. Neppure in una regione come la Toscana che pure è all’avanguardia per assistenza e tentativi di repressione. Qui è stato ideato il Codice rosa, il percorso protetto per l’assistenza delle vittime di violenza; la Toscana fra il 2013 e il 2016 (riporta la commissione di inchiesta) ha adottato il più alto numero di provvedimenti cautelari contro i (presunti) violenti: 3818, uno su 5 di quelli assunti in Italia. Di questi 969 sono arresti in carcere, 802 arresti domiciliari e 702 allontanamenti dalla casa familiare. Eppure la Toscana risulta ugualmente la quarta regione in Italia per femminicidi commessi fra il 2012 e il 2016.
DOPO L’ARRESTO IL NULLA
Questo conferma che dopo il provvedimento cautelare c’è il vuoto. La senatrice Laura Puglisi, presidente della commissione di inchiesta sul femminicidio, proprio dopo l’uccisione di Francesca Citi lo ribadisce: «La commissione d’inchiesta all’unanimità lascia in eredità al futuro Parlamento un dovere: colmare il vuoto legislativo attuale. Dopo la fine delle misure cautelari degli arresti in carcere o domiciliari non c’è protezione. Ma a è fondamentale anche che mentre sono sottoposti a misure restrittive, i maltrattanti, gli stalker seguano (anche costretti) terapie di recupero. Altrimenti, come è successo a Livorno, la rabbia che matura durante il periodo nel quale scontano la pena, si sfoga contro la vittima, appena riacquistata la libertà».
VALUTARE RISCHIO DI RECIDIVA
PRIMA DI LIBERARE
Al riguardo, la senatrice Puglisi aggiunge un’altra indicazione: «Prima di disporre la fine della misura (cautelare e non) dovrebbe essere valutato con grande attenzione il rischio di recidiva, in modo da adottare misure conseguenti. Altrimenti continueremo a trovarci di fronte a femminicidi come quello di Livorno, che è l’esempio del ripetersi degli errori con cui si affronta la violenza contro le donne». La commissione ribadisce: «Una questione di persistente attualità è la valutazione del rischio per la vita o l’incolumità della persona; valutazione che incide sull’adozione di provvedimenti cautelari, anche per individuare la misura più efficace. La cronaca con frequenza evidenzia casi in cui, dalla mancata adozione di misure, sono derivate conseguenze drammatiche per la vittima».
MONITORAGGIO ASSENTE
In effetti, dall’analisi di 20 sentenze di femminicidi la commissione di inchiesta giunge a una conclusione: «La quasi totalità dei casi presi in esame erano da considerare ad alto rischio. In 13 casi, c’è stato l’intervento di forze dell’ordine o servizi, ma senza seguito o monitoraggio delle donne. C’è necessità di cambiare procedure e culture: nelle 20 sentenze analizzate non si riscontra pianificazione per interventi mirati e raccordati» .
Questo non deve sorprendere visto che - conferma la senatrice Puglisi - in Italia ancora non esiste un sistema di rilevazione dati completo sulla violenza di genere. Ad esempio non si distingue il fermo dall’arresto, ma neppure si sa quanti uomini siano recidivi per reati di violenza di genere. Un tentativo da un anno è in corso con il “protocollo Eva” attivato dalla polizia e condiviso con i carabinieri: consente di registrare tutti gli interventi in caso di liti domestiche anche quando non vengano formalizzate le denunce. Almeno si crea un archivio di soggetti “a rischio” violenza e aggressioni. Oltre al momento, però, non si va.
NIENTE SANZIONI PER CHI VIOLA
L’ALLONTANAMENTO DA CASA
Anche l’allontanamento d’urgenza del violento dalla casa familiare si sta rivelando un’arma spuntata. «Il più importante limite - denuncia la commissione di inchiesta - è costituito dalla mancanza di sanzioni in caso di violazione dell’ordine di allontanamento. Può accadere che il soggetto allontanato, faccia rientro nell’abitazione familiare o si avvicini e comunichi con la persona offesa, prima dell’udienza di convalida della misura e l’eventuale applicazione di misure cautelari. Ma non si può applicare alcuna sanzione, perché non prevista». Tanto più che questo provvedimento non è classificato come «misura cautelare».
RADDOPPIARE LA DURATA
DELLE MISURE CAUTELARI
Una soluzione immediata? La commissione di inchiesta suggerisce di «ritoccare la durata dei termini cautelari». Raddoppiare da 3 e a 6 mesi la custodia in carcere o ai domiciliari per i maltrattamenti in famiglia e per lo stalking.
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