Il Tirreno

Toscana

Dal Colle di Barga a Roma la (rin)corsa di Marcucci

di Mario Neri
Dal Colle di Barga a Roma la (rin)corsa di Marcucci

Lucca, senatore proto-renziano, erede dell’azienda farmaceutica Kedrion, si vanta di essere stato il primo seguace e il primo parlamentare in quota a Matteo 

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«L’ha detto il Colle», dicono da Castelnuovo Garfagnana a Barga, da Lucca e Capannori quando c’è da ricevere la linea. Il Colle, sì, non il Quirinale, ma quello della tenuta a Castelvecchio Pascoli, da cui lui, fratelli e figli scorgono con visuale panoramica la Media Valle. «L’ironia rende l’idea della leggenda che aleggia su quel cognome – confessa un dem lucchese – Da noi non si muove foglia senza che al Ciocco lo sappiano». Marcucci, basta evocarlo, una voce o un «bubbolìo lontano», e la valle si riscuote. Fedele, fedelissimo a Renzi da sempre, giura oggi lui. «Sono al fianco di Matteo dai tempi in cui era presidente della Provincia. Sono stato l’unico “suo” parlamentare nella passata legislatura». Un proto-renziano, insomma. Quando ancora non c’era una generazione Leopolda e il verbo rottamatorio era solo un embrione politico, lui – dice – era già un apostolo del renzismo. In realtà, il senatore Andrea Marcucci, 52 anni, nato a Barga e un’infanzia e una giovinezza passate a Viareggio, è da sempre e soprattutto una cosa: un marcucciano. “Segretario” e dominus incontrastato di un partito vallata, signore di una corrente-famiglia. I Marcucci, appunto.

QUALCHE STOP A RENZI

È stato lui, per dire, l’uomo chiave per risolvere la faida lucchese scoppiata fra i tambelliniani e i baccelliani sulla scelta del candidato sindaco per Lucca. Lui, sostenitore del secondo, ha ceduto e siglato la tregua. Tregua, non pace. È lui poi il politico che più ha influito sulla rotta presa dal Pd murato, lui uno dei pochi che possa permettersi degli altolà con Renzi. «Matteo, o alle politiche andiamo con Baccelli alla camera o sarò costretto a ritirare il mio sostegno, in ogni senso», raccontano abbia detto all’ex premier con una certa efficacia quando è balenata la possibilità che Lucca potesse diventare rifugio di paracadutati.

IL RAMPOLLO “POLITICUS”

E a chi l’ha sentito è sovvenuto il rampollo di una famiglia ricchissima, leader mondiale della farmaceutica, tutti hanno pensato a Kedrion, ai suoi 200 milioni di fatturato annui, ai residenti-dipendenti, agli hotel di lusso al Ciocco inglobati dalla catena internazionale Marriott, all'ex editore di Tv, insomma al pontentissimo Marcucci che dà ricchezza e lavoro alla valle, e ai contributi atterrati sulla fondazione Open, cassaforte della Leopolda e delle campagne elettorali di Renzi. «Sì in effetti una piccola donazione – ammette – in passato l’ho fatta». Ma sul punto nicchia: «Ho sostenuto la candidatura di Stefano Baccelli e quella di Cosimo Ferri, ma non ho detto nulla del genere. Anzi, ho trovato Matteo molto sensibile alle mie proposte». Risultato: l’ex presidente della Provincia Baccelli corre a Lucca, il sottosegretario alla Giustizia Ferri a Massa Carrara e lui sul collegio del Senato di Lucca-Massa Carrara. Non una cosa da poco. Sarà pure blindato nel listino proporzionale, ma a Marcucci non piace perdere. E il duello il 4 marzo sarà con un osso duro, in un collegio che i sondaggi per ora colorano di azzurro.

LA SFIDA CON MALLEGNI

Lo sfidante del Colle è il forzista Massimo Mallegni, ex sindaco di Pietrasanta, come lui politico e imprenditore, come lui non certo un “pericoloso” radicale. «Ho iniziato giovanissimo con il Partito liberale, nel ’92 fui eletto a 26 anni. Poi, dopo il primo governo Berlusconi, sono tornato in azienda». Per poco. L’uomo azienda in famiglia è il fratello Paolo. L’Andrea – come lo chiamano gli anziani del borgo natio – è un homo politicus. Così, qualche anno e lo imbarca Rutelli, abbraccia la Margherita e nel 2001 si ritrova nel ruolo di sottosegretario alla cultura. E da Montecitorio al Ponte del Diavolo è per tutti “il senatore alla cultura”. Moderato e un po’ dandy lui (proverbiali i gilet neo-risorgimentali tipo panciotto), estroverso l’avversario. «È vero, fra me e Massimo possono esserci somiglianze, ma abbiamo caratteri diversi e modi diversi di fare la politica. Io amo il dialogo», dice Marcucci. E in effetti se il barghigiano ha uno stile più cauto e misurato, il versiliese è esuberante e provocatorio, soprattutto è un berlusconiano. E riecheggiare il Cav a Marcucci fa venire l’orticaria, anche se pure lui ha un barboncino di cui va matto. Un suo Dudù. Ma nero rock, non bianco panna. Così l’Andrea, che è anche grande appassionato di rally (è suo il copyright su quello mitico del Ciocco), ha già acceso i motori. Sa di dover recuperare terreno, e che arriverà anche qualche schizzo. Ma da tempo non sbaglia un colpo. Fra tweet e dichiarazioni, neanche una sbavatura: ogni due post da soldato renziano, un fendente contro i 5 Stelle. Subito dopo l’incubo nero di Traini a Macerata, ha aderito all’anagrafe della città antifascista istituita a Stazzema. «Ho un’agenda serrata. Ogni giorno due appuntamenti, uno prima e uno dopo cena. Ma mi muovo fin dal mattino, voglio visitare tutti i 40 Comuni». Corre, insomma. La moglie Marianna a Natale gli ha regalato una vecchia 126 rifatta. Non rosso rivoluzione – giammai – ma un bordeaux liberal. Lo slogan sui volantini è «serietà». L’immagine di un politico vecchio stampo. Incontra i balneari della Versilia, le imprese del marmo sulle Apuane e a Carrara, gli industriali a Massa, gli albergatori a Forte dei Marmi, mangia testaroli a Pontremoli.

CUORE PER METÀ A VIAREGGIO

Viareggio è la sua seconda casa. «Ho vissuto al Terminetto, dai tempi dalle elementari fino all’università». Da figlio di un quartiere popolare a icona dell’upper class lucchese. «Per vent’anni mia mamma ha fatto lì la maestra». Mezzo cuore di casa-Marcucci è un coriandolo. Da qualche tempo la sorella Marialina è presidente della Fondazione Carnevale. Non un caso che nel suo viaggio in treno Renzi si sia fermato anche alla Cittadella dei carri. In famiglia nessuno tentenna. Marcucci ha tre figli, Giulia, Luigi e Francesco, dai 31 ai 20 anni. «E tutti e tre hanno le idee chiare – dice – non c’è stato bisogno di sforzi». Non Gd, ma Gr: Giovani renziani. Quasi tutti arruolati nelle aziende di famiglia. Come del resto un pezzo di Valle. In fondo prima di lui, la voce dal Colle era quella di babbo Guelfo, il capostipite. Anche lui avvolto dallo stesso alone di mistero e riverenza. Perché altra passione di Marcucci, dopo il rally, è la storia risorgimentale. Di cui ha lasciato traccia in un libro su Antonio Mordini, storico e politico di Barga, ministro nell’800, garibaldino e massone. «Lo so, lo so – sorride Marcucci – per via di quel libro tutti pensano che anch’io lo sia. È solo un avo di mia moglie. E non sono mai stato iscritto alla Massoneria. Né in passato né adesso». Insomma, al massimo il Colle è un gran maestro di rally.

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