Il Tirreno

Toscana

Rischio botte, scatta il ricovero d’emergenza

di Ilaria Bonuccelli

Le donne maltrattate trattenute in ospedale Ecco la misura di prevenzione imposta alle Asl

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LIVORNO. «L’aggressore ha mai tentato di strangolarla?». Non siamo in procura. Siamo al pronto soccorso. In una stanza protetta. Riservata alle vittime di violenza, D’ora in avanti, in ospedale, ci sarà l’obbligo di “rilevare il rischio di reiterazione dei maltrattamenti”. In altre parole: il rischio di ricomparsa della violenza. Lo dicono le nuove linee guida di contrasto alla violenza sulle donne in vigore per le Asl. Le stesse che impongono alle aziende sanitarie di assegnare un “codice giallo” - urgenza relativa - alle donne che si presentano all’accettazione del pronto soccorso, anche se solo sono sospettate di essere vittime di violenza. Così da non aspettare la visita per più di venti minuti.

MODELLO TOSCANO

Queste linee guida di assistenza (appena pubblicate in Gazzetta ufficiale) sono state elaborate un gruppo di esperti del Dipartimento pari opportunità. E sono ispirate al modello sperimentato in Toscana: il Codice Rosa, nato a Grosseto, nel 2009, quattro anni prima della Convenzione di Istanbul, la normativa internazionale sul contrasto e la prevenzione alla violenza di genere.

Questo “percorso protetto” all’interno del pronto soccorso, in Toscana porta le Asl a rilevare violenze su oltre 10.200 donne dal 2013 al primo semestre del 2017. E anche se il dato del 2017 è parziale, la media è comunque alta: in quattro anni e mezzo 6 accessi al Codice rosa.

PROTOCOLLO EVA

Ma c’è un dato che ancora di più spinge le linee guida verso la prevenzione, oltre che la cura. Viene dal protocollo “Eva” - Esame violenze agite - che il capo della polizia, Franco Gabrielli, sostiene. È il primo protocollo che consente di misurare la “violenza sommersa” contro le donne: infatti, permette alle forze dell’ordine di registrare qualunque intervento effettuato a tutela di una donna, anche se poi la vittima decide di non sporgere denuncia. Così si crea creare un archivio (condiviso fra polizia, carabinieri ) che può rivelarsi fondamentali in caso di accusa di “maltrattamenti in famiglia” - reato che può essere formulato solo in caso di reiterazione accertata della violenza.

I numeri parlano da soli: nei primi nove mesi di attivazione del protocollo sono stati registrate 3601 aggressioni da parte di uomini (di età media intorno a 42 anni) a danni di 2944 vittime (di età media di 41 anni: circa 400 al mese.

QUESTIONARIO SUI RISCHI

DI VIOLENZA

Un campanello d’allarme che il gruppo di esperti chiamato a formulare le linee guida per le Asl non poteva ignorare. E infatti non ha ignorato. Dota le aziende sanitarie di un nuovo sistema di “rilevazione del rischio” di reiterazione della violenza: un questionario sui precedenti episodi di violenza che mira a far capire se la donna sia in grave pericolo e se sia meglio “proteggerla” in ospedale per un giorno o due, in attesa di avviare un percorso di tutela personalizzato con un centro anti-violenza. «Questo percorso in Toscana è già stato sperimentato nell’ultimo anno con fondi specifici stanziati dall’assessora alla Salute, Stefania Saccardi e che ora viene esteso a tutta Italia», evidenzia Vittoria Doretti, responsabile della rete regionale del Codice Rosa, consulente del Dipartimento delle Pari opportunità per lelinee guida anti-violenza.

MALTRATTAMENTI E RECIDIVA

Le Asl - precisa Vittoria Doretti - non devono effettuare una «valutazione del rischio, che compete alle forze dell’ordine. Devono “rilevare” il rischio potenziale attraverso le risposte della donna in un colloquio specifico. Abbiamo adottato uno strumento di valutazione breve, sperimentato negli Stati Uniti, pensato proprio per i servizi di emergenza (come i pronto soccorso), capace di identificare le vittime con elevato rischio di subire aggressioni gravi o anche letali da parte di partner attuali o ex». Prima di adottarlo, lo strumento di valutazione è stato sperimentato anche in Italia, con la supervisione dell’Istituto Superiore di Sanità. Di questa sperimentazione ha fatto parte anche l’Asl di Grosseto. E i risultati confermano che il test funziona «per misurare il rischio di ricomparsa o escalation della violenza. Consente al personale sanitario di identificare tempestivamente le vittime ad altissimo rischio: una risposta positiva a 3 domande denota un elevato rischio di maltrattamento grave».

TEST DI MALTRATTAMENTO

Sono cinque le domande che da porre alle donne (in ambiente protetto) per rilevare il rischio di reiterazione dei maltrattamenti: 1) è aumentata la frequenza/gravità degli atti violenti negli ultimi sei mesi?; 2) l’aggressore ha mai utilizzato un’arma, l’ha mai minacciata con un’arma o ha tentato di strangolarla?; 3) Pensa che l’aggressore possa ucciderla?; L’ha mai picchiata durante la gravidanza?; L’aggressore è violentemente e costantemente geloso di lei?.

RICOVERO ANTI-BOTTE

Gli operatori di pronto soccorso, dunque, prima delle dimissioni devono rilevare il grado di rischio di «recidiva e letalità». Se è il rischio è basso, l’operatore informa la donna della possibilità di rivolgersi ai centri anti-violenza, alla rete anti-violenza sul territorio e «su sua richiesta la attiva»; poi rimanda la donna a casa.

Se il rischio di ripetersi della violenza è medio/alto, il pronto soccorso prospetta alla donna «la possibilità di rimanere in osservazione breve intensiva o comunque in ambiente ospedaliero fino a 36-72 ore, per garantire la sua protezione e messa in sicurezza». Nel frattempo si attivano i centri anti-violenza per percorsi personalizzati di tutela e reinserimento.

©RIPRODUZIONE RISERVATA



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