Sicurezza
Elezioni, ecco il "Pdr" in purezza: anche in Toscana silurati i “non renzianissimi”
In una notte il segretario del Pd fa le ultime scelte. Blindati gli amici fiorentini. Esclusi Manciulli e Gelli. Pochi orlandiani, Silvia Velo in un collegio a rischio. Nasce il Tpr, il Toscana-partito di Renzi
LIVORNO. «Ha fatto fuori anche noi, cioè i suoi», sintetizza ora, con umor nero, un parlamentare renziano. Anzi, para-renziano. Sì perché si è compiuta l’ultima mutazione del PdR. Il partito di Renzi da adesso in poi è renzismo in purezza, addio agli scudieri spuri, alle visioni apocrife, via gli affiliati della seconda o terza ora, nessuna pietà con i sangue misto della rottamazione. Vedi Andrea Manciulli. L’ex segretario regionale, ex dalemiano, ex bersaniano, un sacco ex e da un po’ laureato fedelissimo di Marco Minniti, aveva mollato la ditta, era stato normalizzato dalla nuova egemonia rottamatoria. Niente, il piombinese è fuori dalle liste. E lo è quasi tutta la minoranza. Nella mappa dei collegi agli orlandiani non restano che le briciole o quelli ad alta intensità sismica. Per Silvia Velo sembra una missione impossibile l’uninominale del Senato fra Livorno e Grosseto, i sondaggi lì pencolano tutti verso il centrodestra se non addirittura a favore dei 5 Stelle, per cui corre il capitano anti-Schettino Gregorio De Falco. Perfino il renzismo ragionante non è più ammesso, così a Pisa ne ha fatto le spese Federico Gelli. Il Pd vive il suo momento ultrà, e la Toscana è la sua curva, la tana, la terra in cui il partito più brucia e dalle ceneri prova a rinascere.
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Matteo Renzi è in piena fase Bradbury, lui dice di «aver imbracciato il lanciafiamme per ribaltare di nuovo lo schema», incenerito le incrostazioni che frenavano il Pd per una fase 2 della rottamazione. «Aria fresca, rinnovamento». Come il personaggio di Fahrenheit 451 ha azionato il fucile, fatto fuoco e sterilizzato le stanze dem, adeguandole all’orizzonte delle larghe intese, che i sondaggi proiettano non oltre il 23%. Dunque la ciurma dovrà navigare unita, senza rischi di ammutinamento. Ha polverizzato il dissenso interno e ridotto la sua politica al nocciolo atomico. Non è un caso che in lista ci siano gli «ideologi» della sua avventura politica.
C’è Giuliano da Empoli, suo ex assessore alla cultura ai tempi in cui era sindaco di Firenze. Pensatore e scrittore, è stato il filosofo del leopoldismo: Renzi lo notò per un fortunato saggio pubblicato ventuno anni fa, oggi introvabile. Un grande futuro dietro di noi (Il Mulino). Era un ragazzo, e si scagliava contro le rendite di potere, i sindacati, considerati organizzazioni per la tutela dei garantiti, le contestazioni studentesche «ormai inutili e prive di senso». Se vi chiedeste chi è da Empoli sappiate che è l’ossatura culturale del pensiero renziano. E c’è anche Stefano Ceccanti, già senatore, pisano di nascita, ma soprattutto costituzionalista e ideologo della riforma boschiana naufragata il 4 dicembre 2016. Poi, ovvio, c’è il Giglio Magico, petali primari e secondari: Luca Lotti correrà a Empoli, uno dei 10-11 collegi fortino rimasti. Rosa Maria Di Giorgi, la senatrice uscente ed ex assessora alla scuola di Renzi, a Firenze; il tesoriere Francesco Bonifazi avrà un listino bloccato. Il senatore lucchese Andrea Marcucci, minacciato dal forzista Massimo Mallegni sull’uninominale, gode della protezione sul proporzionale. Del segretario regionale dem Dario Parrini manco a parlarne, corre al Senato sul Firenze 2. Renzi, invece, nel Firenze 1. Assente eccellente (Nazareno chiama Etruria) Maria Elena Boschi, im-boscata a Bolzano.
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Poi ci sono rappresentanti di quella Q-generation (i quarantenni bravi, svegli e ganzi) con cui Renzi ha detto di voler ricostruire il partito e per questo trasformato la notte delle liste al quartier generale del Pd nel grande scazza-reno con Orlando. Professionisti, intellettuali, giornalisti. In realtà, pure loro soprattutto un cosa: fedelissimi. Così qui avrà lo scudo di un listino proporzionale Filippo Sensi, suo spin doctor e portavoce ai tempi del governo e finora portavoce di Paolo Gentiloni. Non solo, la Toscana renziana è un sacco big. Ministri, sottosegretari, uomini bandiera. È in lista anche Roberto Giachetti, assurto ad eroe ed antidoto ai 5Stelle con quel gesto di purissima rinuncia francescana al seggio sicuro, e per questo planato e premiato nel rosso Mugello. Non corre, resterà a guardare la ministra della Difesa Roberta Pinotti, a cui Marcucci ha dovuto cedere il posto da capolista nel proporzionale della Toscana nord. Collegio-fortezza dovrebbe essere anche quello senatoriale fra Pisa e Pontedera, dove è stata paracadutata l’ex pasionaria del sindacalismo Valeria Fedeli. E per cui si sono un po’ alterati i dem locali, vedi la consigliera regionale Alessandra Nardini, orlandiana: «Nessuna rappresentanza ai territori, quasi azzerata la minoranza. Ormai spero sia chiaro anche a chi ne dubitava: è il partito del capo». Tira aria di sequel di scissione. Pure per quel pasticcio su Gina Giani, sostituita con la sindaca di Calcinaia Lucia Ciampi. Plana sul proporzionale Marianna Madia, costringendo il franceschinian-lottiano Antonello Giacomelli a slittare al secondo posto nel listino. Nella mischia, ovvio, spazio anche agli alleati, tipo l’ex berluscones e oggi liberista radicale Benedetto Della Vedova. Anche lui arruolato nel TpR, il Toscana-partito di Renzi.
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