Sicurezza
Eugenia, la bimba di Pitigliano di fronte all’odio incomprensibile
Ebrea, viveva a Pitigliano. E come Anne Frank fu testimone della shoah
Non poter andare a scuola. Non poter entrare al cinema, o poterci entrare solo di sotterfugio, senza la compagnia dei propri genitori. Essere privata da un giorno all’altro della dignità del saluto, da parte di persone, di compaesani, con i quali sei cresciuta, che ti hanno visto nascere. Le leggi razziali fasciste rubano la normalità della vita alla giovane Eugenia Servi.
Ricordi di una bambina ebrea, racchiusi in una memoria custodita presso l’Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano e proposti per ampi stralci in queste pagine. Ricordi che, nella settimana in cui si commemora il Giorno della Memoria - sabato 27 gennaio - ci aiutano a comprendere la violenza e la gravità di quel complesso normativo emanato quasi 80 anni fa: i primi dispositivi sono del settembre 1938.
Quando entrano in vigore le leggi razziali, anticamera della deportazione e dello sterminio per migliaia di innocenti, prevedono un’ampia serie di norme limitative della vita pubblica e privata degli ebrei italiani, tra le quali l’esclusione da tutti i posti pubblici e da tutte le scuole, sia che si trattasse di professori sia che si trattasse di allievi, il divieto dei matrimoni dei cittadini italiani di razza ariana con persone appartenenti ad altra razza, gravi limitazioni nella proprietà di terreni e fabbricati, nell’attività pubblicistica e dai mezzi di informazione. Oltre a una serie di vessazioni che riguardano la vita quotidiana, tra le quali il divieto di avere persone di servizio ariane, di recarsi nei luoghi di villeggiatura, di farsi curare da medici ariani.
A partire dal 1938 gran parte di queste restrizioni si abbattono anche sulla famiglia Servi e su Eugenia, in una località della Toscana dove certe discriminazioni appaiono se possibile ancor più stridenti. Eugenia nasce infatti nel 1928 a Pitigliano, fra la Maremma e l’Amiata, in una famiglia che fa parte della nutrita comunità ebraica locale, armoniosamente inserita in quella piccola cittadina che sin dall’inizio dell’Ottocento è nota come "la piccola Gerusalemme". Ma con l’emanazione delle leggi razziali il clima cambia anche per gli ebrei di Pitigliano ed Eugenia, a 10 anni, è costretta a smettere di andare a scuola. Comincia così a riempirsi una delle pagine più oscure e meno note della storia contemporanea del nostro Paese, scritta con il dolore e le sofferenze di una comunità pacifica, radicata in un angolo incantevole della Maremma Toscana.
Le persecuzioni contro gli ebrei pitiglianesi seguono infatti il flusso della grande storia e culminano nel 1943: i non ariani vengono invitati, di fatto costretti, ad entrare nel campo di concentramento di Roccatederighi - altro piccolo e incantevole borgo medievale maremmano - che è stato ricavato nell’edificio sede del seminario estivo vescovile della Curia di Grosseto. In quell’edificio Eugenia e la sua famiglia trascorreranno un periodo di due mesi, in condizioni di vita accettabili e dignitose. Ma con il passare del tempo, per tutti i detenuti, si fa sempre più minacciosa l’ipotesi di un trasferimento al campo di concentramento e smistamento di Fossoli, a Carpi, noto crocevia della deportazione in Germania. Solo grazie alla posizione lavorativa del padre di Eugenia, corriere del consorzio agrario che rifornisce di sali e tabacchi le città di Firenze e Volterra, la famiglia Servi ottiene il permesso di lasciare Roccatederighi e mettersi in salvo.
Un destino diverso si abbatterà su numerose famiglie amiche. Non basteranno gli stratagemmi architettati dai "giusti" del luogo per salvare quante più vite possibile. A decine non faranno più ritorno nel piccolo borgo toscano scavato nel tufo.
Una lapide apposta dieci anni fa nei pressi dell’edificio che aveva ospitato il campo di concentramento di Roccatederighi, testimonia ancora oggi il tragico bilancio. "In questo luogo tra il 28 novembre 1943 e il 9 giugno 1944 furono rinchiusi numerosi ebrei, vittime della persecuzione razziale voluta dal fascismo. 38 di loro - uomini, donne e bambini, 29 stranieri e 9 italiani - furono deportati nei campi di sterminio del Terzo Reich, da dove quasi nessuno tornò".
Dal diario di EUGENIA SERVI
Quello che non perdono è avermi cacciata da scuola
Gli ebrei vivevano da cinque secoli a Pitigliano ed i pitiglianesi sapevano tutto di noi; anche i contadini più poveri, analfabeti, degli ebrei conoscevano usi e costumi. Quando in Comunità si organizzavano le recite dei bambini per le feste di Purim o Hanukkah, l’invito era esteso a tutto il paese ed infatti la sala era sempre al completo. Per la festa di Shavuot le donne della campagna portavano mazzi di rose per addobbare il Tempio e cesti di rose da sfogliare per terra: per due giorni si camminava sopra un tappeto di rose.
I contadini programmavano la semina secondo il calendario ebraico; il giorno di Kippur, tutti sapevano che si faceva digiuno e loro lo chiamavano "il giorno delle perdonanze". Se entro otto giorni veniva la pioggia, ci dicevano: "il Signore vi ha perdonato" perché la pioggia era necessaria per la campagna. Dal macellaio era molto richiesta la carne col timbro del Rabbino, che evidentemente dava più garanzia del Veterinario. Avevamo un forno dove si preparava il pane azzimo per Pasqua; dovevamo farne doppia quantità del nostro fabbisogno, per offrirla ai compaesani che ci tenevano molto.
All’interno della Comunità non c’erano ebrei molto religiosi, ma ci sembrava cosa ovvia andare al Tempio il sabato, fare digiuno a Kippur, non mangiare pane per Pasqua, vivere il sabato diversamente dagli altri giorni: in casa venivano sospesi lavori di cucito, i compiti si rimandavano alla domenica, nelle passeggiate non si raccoglievano fiori.
Tra gli ebrei c’erano, naturalmente, famiglie benestanti, piccoli artigiani, commercianti e operai, e anche famiglie un po’ disagiate. Tuttavia quando c’era una festa privata - un matrimonio, una maggiorità religiosa, o altro - non importa in quale famiglia venisse celebrata la festa, automaticamente eravamo tutti invitati. Nelle grandi solennità Pitigliano radunava anche le famiglie di ebrei residenti nei dintorni, fra le province di Grosseto e Viterbo. Una Comunità di circa cento persone, che oggi si potrebbe considerare già in estinzione, a Pitigliano formava una Comunità in piena attività perché tutti i componenti erano uniti dalle stesse tradizioni, stessa religiosità, stessi usi e costumi.
Nel Settembre del 1938 con le prime discriminazioni viene subito colpita la Scuola; gli ebrei non rientreranno, né come insegnanti né come studenti. A Pitigliano le Autorità locali - arbitrariamente - decidono che non dovevamo più frequentare un bar, un cinematografo, e gli Ariani non dovevano più salutarci. Così, dalla sera alla mattina, insegnanti e bambini, compresi quelli della mia stessa classe mi tolsero il saluto. Se, raramente, volevo andare al cinema data l’età mi lasciavano entrare, però da sola (non avrebbero fatto entrare la mamma o altri) ed io mi ritrovavo in una sala completa di gente che mi conosceva ma nessuno mi rivolgeva la parola: mi sentivo "un fantasma" perché tutti mi ignoravano come se non ci fossi. Per tutta la durata della guerra, non ricordo di aver avuto paura dei bombardamenti, né di aver sofferto la fame o il freddo per aver trascorso qualche inverno con i sandali e calzettoni di pecora: mancavano le scarpe, ma da ragazzi ci si adatta a tutto. Quello che non ho mai perdonato è stata l’espulsione dalla Scuola e questo primo periodo di emarginazione.
Districandosi così fra mille divieti arriviamo al giugno del 1940 quando l’Italia entra in guerra alleata della Germania. La guerra non viene accolta bene nemmeno dalla popolazione "ariana" malgrado la propaganda fascista. Tra gli ebrei di Pitigliano ci furono reazioni diverse e non tutti risposero alla chiamata di presentazione al Campo di Concentramento. Alcune famiglie si nascosero in varie località di campagna. Il babbo e lo zio Adelmo vanno a consigliarsi col Maresciallo dei Carabinieri il quale li rassicura che lo scopo di questi Campi di raccolta è di tenere gli ebrei separati dagli altri, ma che alla fine saremmo tornati tutti a casa. Forse lo diceva in buona fede, ma in seguito abbiamo capito quanto fosse stato ingenuo avanzare un’ipotesi come questa, e da parte nostra l’averci creduto.
Comunque, in quel momento la decisione fu di presentarsi al Campo di Roccatederighi. Il giorno 2 dicembre 1943 da Pitigliano siamo partiti, quattro famiglie, con un pullman seguito da un camion carico di materassi, coperte, lenzuoli, e altri effetti personali, alla volta di Roccatederighi.
Alla fine di marzo 1944 dal Comando tedesco mandano a chiedere alla S.I.A.T. un autobus e un autista e danno l’ordine di recarsi a Roccatederighi prelevare una parte degli internati - un autobus ne poteva contenere circa un terzo di quanti erano rimasti dopo la nostra uscita - e proseguire, scortato da un militare tedesco, fino a Carpi in provincia di Modena. Al Campo di Concentramento, per non creare parzialità, si sceglie per ordine alfabetico e tra quelli costretti a partire ci sono tre famiglie di italiani e altri stranieri. L’autista quando ritorna ci racconta che il Campo di Carpi è l’anticamera della deportazione in Polonia e - dopo quanto ha visto - si rifiuta di fare altri viaggi. Alla SIAT i sigg. D. (sono i responsabili dei trasporti del luogo, ndc) per difendersi dai tedeschi che tornano a chiedere altri viaggi, si erano preparati un alibi: rispondono che hanno le macchine in riparazione e per essere più credibili, smontano alcuni motori e tengono il servizio pubblico fermo per qualche giorno.
Con l’avvicinarsi del fronte, questa volta siamo più coscienti del pericolo che corriamo; la prossima chiamata per noi, non sarebbe stata per un internamento ma per una deportazione. Per avere, in caso di emergenza, maggiore possibilità di nascondersi, nel mese di maggio andiamo a vivere in campagna. A Piletta, una località a 5 chilometri dal paese c’è un grande podere dove vivono quattro famiglie; una di queste ha una camera d’avanzo e ci ospita volentieri.
Un violento bombardamento coglie tutti di sorpresa e abbatte il centro di Pitigliano. Il babbo si trovava in viaggio e doveva rientrare, ma per un provvidenziale guasto al camion arriva con qualche ora di ritardo. Quando, arrivando a Pitigliano, vede quale è la situazione, capisce che ce n’è per poco: scarica il camion al Consorzio e senza avvisare le autorità torna da noi al podere, nasconde il camion sotto un capannone e avverte i contadini: il passaggio delle truppe in ritirata certamente è imprevedibile, però è chiaro che sarà a breve scadenza e che un podere così esposto sulla strada è a rischio, e non solo per noi ebrei.
In meno di 24 ore si provvede a tutto: lo scoglio di tufo sul quale è stato edificato Pitigliano, è tutto traforato di grotte naturali, che servono come stalle e per rimettere il fieno d’inverno. Una grande grotta si trova a pochi passi, sotto il livello stradale e quindi fuori dalla vista di chi transita; viene ripulita, riempita di paglia nuova, e sopra mettiamo i materassi. Si rimedia così il posto per dormire per 35 persone. Quando sono venuti degli amici ad informarci che le truppe tedesche avevano abbandonato tutta la zona ed erano entrati i partigiani siamo usciti dalla nostra tana e rientrati a Pitigliano, finalmente liberi (Pitigliano viene liberata dalle truppe Alleate l’11 giugno 1944, ndc). Al nostro rientro avremmo dovuto trovare un paese in festa ed invece era in lutto: il bombardamento aveva causato più di I00 morti. Alcuni erano di origine pitiglianese ma residenti in città ed erano tornati provvisoriamente perché si supponeva di essere più al sicuro in una località di campagna.
All’avvicinarsi del fronte, i tedeschi non hanno fatto richiesta di un autobus privato per trasferire gli internati, ma si sono presentati al Campo con un camion militare e senza preavviso. Non c’è possibilità di scampo per tutti, ma dato che dovranno fare due viaggi, per il primo non si procede in ordine alfabetico ma questa volta si tiene conto di una diversa situazione: la guerra ormai durerà poco, c’è forse la possibilità di scappare e nascondersi, e allora si considera chi ha più probabilità di salvarsi, e ovviamente sono gli italiani. Se venisse trovato in un podere uno straniero verrebbe riconosciuto con facilità, mentre un italiano non si distingue in quanto ebreo; le campagne sono piene di gente sfollata dalle città, e quindi non avrebbero attirato l’attenzione.
Appena partito il camion tedesco con a bordo tutti gli stranieri, il Vescovo (monsignor Paolo Galeazzi, ndc) va a parlare con il Direttore del Campo e insiste per convincerlo che ormai la guerra è persa; se lascerà uscire gli internati, darà una possibilità di salvezza anche ai militari addetti alla guardia perché anche loro erano soggetti al trasferimento al nord. Suggerisce, inoltre, che il Direttore si nasconda anche lui di persona. Il Direttore accetta. Il Campo viene sgomberato, le varie famiglie si disperdono fra i contadini del luogo, ormai abituati ad accogliere tutti.
Di tutti i deportati di Roccatederighi non si salverà nessuno.
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