Il Tirreno

Toscana

Franco, l'avvocato massese che gettò la toga per cantare nell’opera lirica

Nicola Maranesi
Franco, l'avvocato massese che gettò la toga per cantare nell’opera lirica

Il padre l’aveva voluto avvocato, ma il giovane massese viveva per la musica

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Succede, nella vita, di scoprirsi un talento particolare. «Fino dalla mia più tenera età era viva in me la passione per la musica. Mio padre volle secondarla e mi fece studiare il pianoforte. Avevo sette anni. Feci tanti e così rapidi progressi, che a nove anni avendo preso parte ad un concerto, destai lo stupore e l’ammirazione di tutto il pubblico». Succede anche che la vita ponga ostacoli sulla strada per esprimere quel talento. «Mio padre desiderava che io coltivassi la musica, ma solo come ornamento, e che mi dedicassi invece agli studi classici: egli mi volle avvocato ed avvocato fui».

Può ancora succedere, però, che quel talento sia così esuberante da trovare altre strade per manifestarsi. «È facile immaginare la mia gioia quando scopersi (ero allora studente all’Università di Bologna) di possedere una voce di tenore! Era il sogno mio che vedevo finalmente realizzabile, il sogno di vivere fra la musica e per la musica». Ma può persino succedere di imbattersi in nuovi ostacoli. «Disgraziatamente capitai fra le mani di un’insegnante inabile. Notai nella mia voce un difetto che mi fece seriamente dubitare della riuscita: non avevo resistenza!». E può succedere, infine, di perdere fiducia in se stessi e nel proprio talento. «Abbandonata l’idea del teatro, mi laureai, mi sposai e tornato nella mia città natale a Massa Carrara, incominciai ad esercitare la professione di avvocato».

La parabola di vita di Francesco Maria Luigi Mannucci, detto Franco, potrebbe essere del tutto simile a quella dei molti che arrivano ad accarezzare il sogno, e lo blandiscono fino a quando la realtà non li riporta con i piedi per terra. Ma la storia di questo toscano nato a Massa nel 1867, pochi anni dopo la nascita del Regno d’Italia e pochi mesi prima della sconfitta dei garibaldini nella battaglia di Mentana - che sembrò compromettere il processo di unificazione nazionale - ha un epilogo diverso. Franco lo racconta in una memoria, che proponiamo per ampi stralci in queste pagine, scritta nel 1912 e custodita oggi all’Archivio diaristico nazionale di Pieve Santo Stefano. Un epilogo reso possibile da una circostanza del tutto casuale: come succede raramente nell’arco di una vita, Mannucci si è trovato al posto giusto nel momento giusto, puntuale all’appuntamento che il destino gli aveva riservato.

Quel posto è lo storico teatro Verdi - ai tempi chiamato Pagliano - di Firenze, dove nel 1896 Franco risiede ed esercita la sua professione di avvocato. Il momento è l’imminente messa in scena della Gioconda: durante la prova generale, il tenore che è stato scritturato non si dimostra all’altezza del ruolo. Qualcuno indica Mannucci come possibile sostituto e lui non si tira indietro: sostiene una prova che soddisfa in pieno il direttore d’orchestra, la sera sale sul palcoscenico e raccoglie un trionfo. Qualche giornale titola: "L’avvocato tenore istantaneo al teatro Pagliano". È l’inizio di una carriera sfolgorante, che lo porta a interpretare opere come "Werther" e "Manon" di Massenet, "Rigoletto" e "Traviata" di Verdi, "Cavalleria Rusticana", "Amico Fritz" ed "Iris" di Mascagni, "Bohème", "Manon Lescaut" e "Tosca" di Puccini, "Elisir d’amore" e "Don Pasquale" di Donizetti, "Pescatori di perle" e "Carmen" di Bizet, "Don Giovanni" di Mozart, solo per citare le più note del suo vasto repertorio. Calca le scene dei più prestigiosi teatri italiani, dal Piccinni di Bari al Politeama di Genova, al Comunale di Modena e di Ferrara, dalla Fenice e dal Malibran di Venezia al Quirino di Roma, fino al Dal Verme di Milano, al Biondo e al Massimo di Palermo. La sua fama si spinge oltre i confini nazionali, nell’arco della sua carriera si esibisce di fronte al pubblico delle più importanti città europee, da Lisbona a Madrid, a Varsavia, fino a Odessa in Russia.

Tra tanto girovagare, tra i molti successi e gli insuccessi che pure non esita a riconoscere, con onestà, nella sua memoria, Mannucci mantiene un legame forte con la sua terra, dove torna ogni estate per trascorrere periodi di riposo nella villetta di famiglia a Marina di Massa. Da anziano si trasferisce a Bologna, città nella quale risiede una figlia, fin quando la Seconda guerra mondiale non lo costringe a sfollare nel piccolo comune rurale di Monte San Pietro. È lì che muore, nel novembre del 1943, poche settimane dopo la proclamazione dell’armistizio.

Dal diario di FRANCESCO MARIA LUIGI MANNUCCI

Quel tenore fu cacciato, era la mia grande occasione

La vita trascorsa fra codici e pandette era troppo arida per me e trascinato dalla mia passione mi occupavo di musica assai più che di legge; nel mio studio legale la carta da musica era più abbondante di quella bollata. In pari tempo, ripensando agli studi di canto compiuti, vidi chiaramente di aver studiato male e che se avessi seguito una via più giusta avrei forse potuto rimettere la mia voce sulla buona strada. Cominciai allora ad esercitarla, procurando di emetterla non più con lo sforzo di prima, ma in modo più naturale; e questi tentativi io facevo sulla spiaggia del mare e nelle località di essa più deserte, perché nessuno mi udisse. Dopo qualche tempo mi accorsi che il mio tentativo riusciva; la voce diveniva più facile e spontanea e per conseguenza più resistente.

Alla prima occasione, e non tardò a presentarsi, cantai a Massa in un concerto e poiché nessuno dei miei concittadini aveva mai saputo che io avessi una voce qualsiasi, fu una gradita sorpresa per tutti; anzi molti furono quelli che mi consigliarono seriamente di trar profitto da questo dono di natura e di abbandonare il Tribunale per il Teatro. Ma io esitavo; era troppo vivo in me il ricordo della poca resistenza della mia voce e temevo di non riuscire in modo da giustificare l’abbandono di una professione onorevolissima. Seguitavo però a studiare per mio conto e facevo continui progressi che avevo poi modo di controllare, cantando in tutti i concerti che si davano a Massa ed anche in città vicine.

Finalmente si presentò l’occasione di tentare una prova decisiva. Nel carnevale 1895 si aprì il teatro Guglielmi di Massa colla Traviata. L’opera era data abbastanza bene, ma lo scarso concorso del pubblico aveva seriamente compromesso le sorti finanziarie della stagione. Alcuni amici miei pensarono che se io avessi cantato l’opera anche per una sola sera, avrei certamente richiamato in teatro tanto pubblico da risollevare le finanze della compagnia. L’idea mi piaceva molto, ma non sapevo come vincere la contrarietà di mio padre che certo non avrebbe visto di buon occhio la cosa e al quale, del resto, non volevo recar dispiacere. Ma a questo provvidero i miei amici in un modo assai curioso. In una sera di spettacolo, al quale assisteva pure mio padre, promossero una dimostrazione in teatro di applausi al mio indirizzo, chiedendo ad alte grida che io acconsentissi di cantare per una sera la Traviata; né si chetarono finché io, alzatomi dal mio scranno in orchestra (della quale facevo parte come prima e unica viola) non ebbi formalmente promesso che avrei cantato.
E difatti cantai. Il successo fu grandissimo e gli applausi entusiastici: ma il più bel successo lo riportai di fronte a me stesso, perché potei convincermi con questa prova decisiva, che avrei potuto benissimo resistere a cantare tutta un’opera. Cantai una seconda sera e confermai il successo, non solo, ma lasciai in tutti la persuasione che io ero nato per il teatro; tanto che incominciai ad accarezzare nuovamente il pensiero di dedicarmi definitivamente all’Arte Lirica.

Non mancava che un’occasione e questa si presentò dopo quasi due anni. Mi trovavo per ragioni di professione (facevo ancora l’avvocato) a Firenze, dove contavo molti amici e dove ero conosciuto per un ottimo dilettante tenore. Al teatro Pagliano, oggi Verdi, era prossima l’andata in scena della Gioconda, ma alla prova generale fu protestato il tenore e l’impresa si trovò assai imbarazzata. Vi fu chi mi additò come un possibile salvatore, fui chiamato, cantai tutta l’opera al pianoforte ottenendo la piena approvazione del direttore d’orchestra, la sera stessa feci la prova in scena coll’orchestra, e la sera seguente 20 dicembre 1896, facevo il mio solenne ingresso nell’Arte Lirica con un successo magnifico, reso ancora più importante dal fatto che cantavo al fianco di una eccellente Gioconda quale la Nadina Bulicioff, di un’ottima Laura quale la Saffo Bellincioni, e che lo stesso pubblico che in quella sera mi portava alle stelle facendomi fare tre bis, faceva invece giustizia sommaria del baritono e del basso che forse non meritavano un così barbaro trattamento. Tutti i giornali ebbero bellissimi articoli in mia lode.

Nel settembre 1909 a Viareggio, la bella e frequentatissima stazione balneare sul Tirreno, sorse l’idea di dare uno spettacolo d’opera che si elevasse e molto sopra quelli fino allora dati in quella città. Fu scelta la Tosca di Puccini e fu allestita in modo convenientissimo, molto più che Puccini stesso, che era nella sua villa a Torre del Lago poco lungi da Viareggio, intervenne alle prove e curò personalmente la concertazione della sua opera. Fui scritturato per la parte di Cavaradossi e con me un’ottima compagnia. Naturalmente le spese erano salite ad una cifra alta e si prevedeva una perdita. Invece il concorso del pubblico fu così grande e costante che la stagione si chiuse attivamente. Il successo artistico fu straordinario per tutti, io poi, dalla prima sera all’ultima, e l’opera si ripetè per 15 sere, dovetti sempre bissare le due romanze.
Ricordo due incidenti. Una sera, durante la recita, si scatenò un furiosissimo temporale ed il teatro fu allagato. Il rumore della grandine e dell’acqua che batteva sulla cupola a vetri era così grande da coprire orchestra e cantanti; dovemmo sospendere fino che calmasse la furia dell’uragano. Tutti i passaggi furono allagati dall’acqua che in gran copia penetrò in teatro e per oltre un’ora nessuno potè muoversi dal posto: nemmeno il direttore d’orchestra. L’altro incidente fu che una sera alla scena della fucilazione, un fucile, se non più d’uno, conteneva dei piccoli sassolini che funzionarono da proiettili ferendomi, per fortuna leggermente, in tre punti della guancia. Più gravemente invece rimase ferito un corista il quale con un occhio appoggiato a un buco della scena; stava godendosi lo spettacolo. I sassolini che avevano strisciato sulla mia guancia, lo colpirono in pieno sulla faccia e per poco non gli levarono un occhio. Non si potè appurare se ciò avvenisse per disgrazia o per maligno gusto di qualche comparsa. Si sa che le comparse sono sempre reclutate fra la feccia peggiore del luogo.

Allettato dall’ottimo risultato dato dalla Tosca l’anno precedente, l’impresario di Viareggio volle anche in quell’anno 1910 assumere l’impresa al Politeama. Stabilì due opere invece di una e di aver doppia compagnia per poter far recita tutte le sere; la stagione poi veniva anticipata in modo da comprendere una parte dell’agosto, nel quale l’affluenza dei bagnanti è maggiore, anzi al colmo. Per prima cosa venne a Marina di Massa per assicurarsi il mio concorso in una delle due opere a mia scelta. Scelsi la Carmen. Se non che egli ingenuamente credeva di avere acquistato dalla precedente stagione, pratica sufficiente per poter far da se e fece un monte di sciocchezze. Scritturò un maestro troppo giovane, al quale mancava la pratica e l’autorità necessaria per potersi imporre al momento opportuno. Per gli artisti (meno il tenore della Carmen scritturato direttamente) si affidò ad un’agenzia di Roma, la quale mandò elementi mediocri alcuni, buoni gli altri ma non adatti al ruolo pel quale erano destinati; unica veramente buona la protagonista della Carmen.

La stagione si doveva inaugurare colla Carmen, ma il Politeama era impegnato con una compagnia di prosa fino alla vigilia del giorno fissato per la prima recita e si dovettero fare le prove nel minuscolo teatro Pacini del quale occorreva tutta la platea per ospitare l’orchestra! Avesse almeno, l’impresario, avuto la previdenza di ritardare di un paio di giorni l’andata in scena; avrebbe avuto modo di fare almeno due prove sul palcoscenico sul quale si doveva cantare. Invece niente di tutto questo; si fece una specie di prova generale di giorno senza le scene perché non erano ancora montate, senza attrezzi perché erano ancora incassati, senza comparse perché di giorno non si potevano avere e ne seguì la prima sera una serie infinita di guai. Per esempio, alla famosa marcia dell’ultim’atto si videro i toreros entrare nel Circo dalla finestra anziché dalla porta; nessuno venne ad arrestare Don José dopo l’uccisione di Carmen; insomma una vera parodìa dal lato scenico. L’opera naturalmente lasciò freddo il pubblico il quale si scosse solo per applaudire le singole romanze, specie quella del Fiore.
Ma non basta! L’impresario si lasciò persuadere da alcuni suoi amici che la pretendevano da intelligenti, che causa di tutto era la prima donna (ed era invece buonissima come cantante e come attrice) e la sera seguente mise gente in teatro col vile incarico di fischiarla per poterla protestare e cambiare. Ma all’atto pratico non riuscì a trovare una Carmen possibile: le buone, sentendo che avevano fischiato un’artista rinomata, non vollero accettare e finì collo scritturare una donna che era la negazione della parte per la voce e per la figura ridicola anzi grottesca. Cercò allora di indurre a ricantare la prima, ma essa giustamente indignata non ne volle sapere. Il pubblico, naturalmente, si sdegnò e disertò il teatro. Per di più lo scoppio del colera fece scappar via tutti i bagnanti, ed in breve Viareggio fu vuota.

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