Gioco
Le insidie degli opposti populismi:auguriamoci un anno migliore
Abbiamo bisogno di speranza: sia ciascuno di noi preso singolarmente che tutti insieme in quanto comunità. Le incertezze politiche ed economiche sono evidenti
Auguri di un buon 2018, innanzitutto. Partiamo da qui, cari lettori, dall'auspicio finale con il quale in anni passati avremmo concluso il tradizionale bilancio dei dodici mesi alle nostre spalle. Abbiamo bisogno di speranza: sia ciascuno di noi preso singolarmente che tutti insieme in quanto comunità. Le incertezze politiche ed economiche sono evidenti. Con il discorso in tv del presidente Mattarella, il terzo dalla sua ascesa al Quirinale, si conclude a scadenza naturale una legislatura data per morta appena nata. È durata cinque travagliati anni.
A Palazzo Chigi si sono succeduti tre presidenti del Consiglio del Pd: i toscani Enrico Letta e Matteo Renzi, il romano Paolo Gentiloni. Secondo la vulgata zoppicante della Seconda Repubblica, i loro tre governi non hanno mai ottenuto una legittimazione dal voto popolare. Vero e falso insieme. Vero perché nel 2013 il candidato premier del Pd era Pier Luigi Bersani, protagonista della "non vittoria" e di tutto lo strazio conseguente. Falso perché secondo la nostra Costituzione i governi si fondano sulle maggioranze parlamentari possibili. Dentro il Parlamento che è sovrano per volontà degli elettori. Transfughi e voltagabbana compresi; ovvero i 546 cambi di casacca da un gruppo parlamentare all'altro, indecenti ma impunibili. È la stessa Carta costituzionale che tutela il singolo deputato o senatore una volta eletto, affrancandolo dal vincolo di mandato ovvero dalle imposizioni calate dall'alto. La stessa Carta difesa così com'è, legittimamente, dalla maggioranza degli elettori nel referendum di un anno fa.
L’unica punizione semmai la possono infliggere gli elettori rifiutando il rinnovo del consenso a quegli acrobatici Tarzan capaci di passare come se nulla fosse da destra a sinistra e ritorno, da un partito all’altro, considerandosi sempre dei salvatori della Patria, giammai opportunisti di stagione.
La vastità del fenomeno è tale da non aver risparmiato nessuna forza politica. Tanto che i cinquestelle, con atto extra-costituzionale, hanno deciso di far firmare ai futuri eletti un contratto con annessa multa da 100mila euro in caso di fuga dal gruppo. Dove non possono gli ideali, funzionano i soldi.
I sondaggi indicano primo partito il M5S, ma in testa alle preferenze degli italiani il centrodestra nella coalizione bicefala Berlusconi-Salvini. Terzo (come già verificato in Sicilia) il Pd e al quarto posto, distanziato, il raggruppamento di sinistra riunito intorno a Grasso. I sondaggi valgono quel che valgono; non solo in Italia ma in tutto l’Occidente si sono spesso rivelati fallaci, dal duello Trump-Clinton, alla Brexit, a Israele dove nel 2015 Netanyahu era dato per sconfitto e invece è sempre al suo posto di comando. Dunque i voti non si annunciano ma si contano uno a uno la sera dello scrutinio. Fatta questa avvertenza tuttavia c’è da interrogarsi perché, dopo cinque anni di governi retti dal Pd, questo partito appaia antipatico alla maggioranza degli elettori. Antipatico può essere un leader. Ma non un’organizzazione di massa, con radici antiche, alla guida di città e regioni. Eppure l’antipatia, sentimento così pre-politico, è ciò che i sondaggisti da mesi registrano a proposito del Pd. Anche qui in Toscana, culla del renzismo, alla cooptazione monolitica nelle sfere del potere locale è subentrata la contendibilità elettorale, sia per mano dei cinquestelle (Livorno, Carrara) che del centrodestra (Grosseto, Arezzo, Pistoia, Cascina).
Che cosa è accaduto dunque in questi anni? Perché il leader vincente del 40,8 per cento del 2014 è un nostalgico ricordo del Renzi azzoppato di oggi? La crisi delle banche sicuramente, nell’autunno di due anni fa, provocò la fine della luna di miele tra governo e italiani, di cui la pasticciata gestione del caso Boschi in queste settimane è la coda avvelenata. Ma non è sufficiente a spiegare la vastità del fenomeno. Perché riforme, pure importanti, ci sono state in questa legislatura, dai diritti civili alle questioni del lavoro e dello sviluppo economico, ma non hanno lasciato il segno. Peggio, hanno impresso uno stigma negativo sul segretario del Pd e il suo “giglio magico”.
Renzi ha governato con una tendenza riformista e un piglio populista; una prassi politica che già in altre occasioni ho definito appunto “populismo riformista”. Nell’agire di governo non hanno contato contenuto e qualità della riforma, ma l’azione in quanto tale. È stato più importante annunciare in tv, sui giornali, attraverso i social l’aver messo a segno un qualcosa atteso da anni, da decenni, piuttosto che entrare nel merito degli effetti provocati da quelle riforme. Così è stato per il Jobs act e la conseguente abolizione dell’articolo 18; così con la Buona Scuola e la stabilizzazione di 100mila insegnanti ma a costo di trasferimenti di massa. Così è stato con la legge elettorale detta Italicum poi bocciata dalla Corte costituzionale. Così sarebbe accaduto con la riforma costituzionale, scritta male, fonte di contenziosi tra i poteri dello Stato, spiegata peggio agli italiani. Una collezione di errori politici. Renzi ha governato sì, ma non ha parlato né al cuore né al portafoglio degli italiani. Una continua prova muscolare a mala pena sedata dalla forza tranquilla di Gentiloni e del suo esecutivo, nato fotocopia ma rivelatosi più rassicurante dell’originale.
Perché il populismo di Salvini e Berlusconi e il populismo dei cinquestelle crescono nei consensi, almeno sulla carta? Mentre il populismo di chi governa ottiene l’effetto contrario? Al Pd e al suo gruppo dirigente mancano analisi e comprensione delle sofferenze umane e dell’instabilità sociale provocate da dieci anni di Grande Crisi. Della solitudine dell’operaio (definizione del politologo Marco Revelli) e dell’impoverimento del ceto medio. Dei 18 milioni di poveri, un italiano su cinque, contabilizzati dall’Istat. Del declassamento, raccontato dal Censis, che angoscia anche il professionista che fino a ieri si considerava fortunato. Nel risentimento di massa si agita un’Italia mal rappresentata dalla politica. Possibile che le soluzioni prospettate siano sono ricette populiste? Di lotta o di (sotto)governo?
Auguriamoci insomma un anno migliore.
*direttore Il Tirreno
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