Il Tirreno

Toscana

Le analisi-lumaca del rogo della Rox

di Luigi Spinosi
Le analisi-lumaca del rogo della Rox

Ore di attesa in Lucchesia per avere certezze sulla tossicità della nube: il sindaco costretto a rivolgersi a un centro privato

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PORCARI. La preoccupazione resta, ma rispetto alla grande paura vissuta negli ultimi giorni, l’allarme si è fortemente ridimensionato rispetto alle prime ore. Però l’incendio che si è scatenato giovedì sera a Porcari, a due passi da Lucca, e dichiarato spento solo nel pomeriggio di ieri, ha fatto vivere ore di angoscia a chi si è trovato a vivere o a passare sotto la nube nera che dominava praticamente sull’intera Piana Lucchese, e ha sollevato il tema delle condizioni di sicurezza di chi si trova a vivere accanto (e nemmeno troppo) a zone o impianti produttivi.

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L’incendio. Tutto è cominciato poco prima delle 21 di giovedì quando, all’improvviso, si è scatenato il rogo in un capannone dell’azienda di calzature Rox, nell’area industriale di Porcari. Un incendio le cui cause restano ancora tutte da chiarire (il fuoco è stato spento definitivamente da poche ore per consentire già un sopralluogo approfondito) ma che in pochi minuti ha avvolto gran parte dell’edificio, alimentato dalle migliaia di confezioni di calzature conservate in magazzino.

La nube. Il fuoco si è scatenato di notte, e da subito, in tutta la Piana Lucchese, si è avvertito un odore acre nell’aria, quello caratteristico della plastica che brucia. Ma è stato all’alba di venerdì, al sorgere del sole, che si è potuta comprendere la dimensione del fenomeno (e che la paura si è fatta più forte): con la luce, infatti, è diventata visibile – anche da chilometri – la colonna di fumo che si sollevava dal luogo del rogo. Una nube nera che, per le particolari condizioni meteo della giornata, tra alta pressione e vento praticamente assente, si sollevava di poco per trasformarsi in una minacciosa cappa che dominava dall’alto sulla pianura a est di Lucca.

Le risposte mancanti. Se la scena era angosciante, a far crescere l’ansia anche il fattore “mistero”. Sì, perché che cosa portasse con sé quella nube è rimasta un’incognita a lungo. Diossina quasi sicuramente, per la combustione della plastica. Ma accanto a questa sostanza, che già è decisamente pericolosa, poteva esserci amianto. Sì, perché stando alle immagini il tetto del capannone, letteralmente polverizzato dal fuoco, sembrava in eternit. Ma, come in un’assurda commedia, avere risposte certe è stato a lungo impossibile. Il sindaco di Porcari Leonardo Fornaciari, sul luogo dell’incendio sin da giovedì sera, ha subito chiamato Asl e Arpat per avere delle analisi, sulla base delle quali muoversi. Ma ancora venerdì mattina, a oltre 12 ore dall’inizio del rogo, i tecnici non si erano fatti vedere (facendo infuriare non poco il primo cittadino). E comunque, anche quando finalmente Arpat ha fatto i prelievi, non sono arrivate le risposte (servivano giorni per le analisi). A quel punto è stato il Comune a rivolgersi di sua iniziativa a un laboratorio di analisi privato per avere in tempi umani delle risposte. Risposte arrivate venerdì pomeriggio e che hanno confermato le preoccupazioni: sì, quel tetto era in eternit, e presumibilmente in quella nube nera vi erano anche pericolose fibre di amianto.

Consigli e ordinanze. In assenza di analisi ci si è comunque affidati al buonsenso. Già giovedì sera sono partite dal Comune le telefonate ai cittadini per dare una serie di consigli (finestre chiuse, evitare di consumare la verdura dall’orto e così via). Consigli ribaditi la mattina dopo, a Porcari e nei Comuni vicini, visto che la nube non riconosce i confini, con i sindaci in continuo contatto tra loro. Consigli che poi sono diventati un’ordinanza con tanto di chiusura dell’asilo nido e dei centri di aggregazione.

La normalità e i dubbi. Alla fine un po’ di tranquillità è ritornata con i dati di Arpat sul raggio di ricaduta della nube, molto più ridotto di quanto temuto all’inizio. Ma che ha lasciato sul tappeto tante questioni. Quella del futuro dell’azienda distrutta e dei suoi lavoratori (17, e difficilmente potranno tornare tutti al lavoro). E quella di un pericolo potenziale rappresentato dalla presenza di amianto in molti altri capannoni (e per il quale, se integro, non esiste un obbligo di rimozione), oltre che di protocolli di comportamento, in casi del genere, che dovrebbero essere rodati di più. Forse quest’incidente almeno un’eredità positiva la potrà lasciare, sotto forma di lezione da imparare per il futuro.
 

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