Il dolore
Rebrab e l'acciaio promesso: cassa integrazione per 2000
di Cristiano Lozito
Mai partito il rilancio per la ex Lucchini garantito dall'imprenditore algerino: non sono stati realizzati i forni elettrici e 2 laminatoi su 3 sono fermi da un anno. L'uomo d'affari aveva esibito un piano di investimenti da un miliardo poi ridotto a 400 milioni per salvare 3500 posti
3 MINUTI DI LETTURA
PIOMBINO. I due più importanti centri siderurgici italiani, Taranto e Piombino, vivono una crisi gravissima seppur con caratteristiche opposte: l’Ilva di Taranto ha un compratore (Arcelor Mittal, vincitore di una gara) disposto a mettere sul piatto oltre 4 miliardi per l’acquisto e il risanamento ambientale della fabbrica che tra dipendenti diretti e indotto dà lavoro a 20mila persone, ma il governatore della Puglia Michele Emiliano ritiene troppo lunghi i tempi dell’ambientalizzazione e il suo ricorso al Tar rischia di far saltare l’operazione e il futuro stesso dello stabilimento.
Le acciaierie di Piombino (3500 lavoratori tra diretti e indotto) invece un padrone ce l’hanno, l’algerino Issad Rebrab, ma il Governo, anche nei suoi ultimi giorni di vita, sta facendo di tutto per liberarsene. La ragione è semplice: Rebrab nei due anni e mezzo trascorsi dall’acquisto dello stabilimento Aferpi nulla ha fatto di quanto promesso e cioè la demolizione e la bonifica della vecchia acciaieria dove troneggia l’altoforno spento nell’aprile 2014, lo spostamento della fabbrica fuori città, la costruzione di due forni elettrici per tornare a produrre acciaio, la realizzazione di un impianto agroalimentare e di una base logistica sul porto.
Il minimo comune denominatore tra le situazioni di Piombino e Taranto è il Governo che, nonostante il riconoscimento del ruolo strategico dell’acciaio per il Paese, mai è riuscito a creare una vera politica di settore, o sinergie tra i due stabilimenti. Il ministro dello Sviluppo Economico, Carlo Calenda, peraltro, negli ultimi sei mesi ha fatto di tutto per scardinare la posizione di Rebrab, dopo avergli concesso tutte le chance possibili per mettere in pratica il suo piano industriale, prima annunciato da un miliardo, poi sceso a 400 milioni, mai comunque in grado di convincere le banche, nonostante la mediazione tentata dal governatore della Toscana Enrico Rossi e l’intervento del banchiere Alessandro Profumo.
Il problema è che Rebrab è sì un uomo tra i più ricchi d’Africa (patrimonio personale che supera i 3 miliardi di euro, accumulato in particolare commerciando prodotti agroalimentari con la sua Cevital) ma per le leggi del suo Paese non può esportare capitali. Se deroghe gli sono state concesse in passato per i suoi affari in Francia e Spagna, il durissimo scontro politico con il suo Governo gli ha reso impossibile far fronte agli impegni.
In realtà nella prima parte della sua vicenda piombinese in qualche modo soldi ne ha messi, quanto meno per acquistare le materie prime necessarie a mandare avanti i laminatoi, in particolare quello che – unico in Italia – produce le rotaie. Alti e bassi produttivi nel 2016, in attesa del promesso (e abortito) progetto dei forni elettrici, poi nel 2017 l’industriale algerino ha chiuso i rubinetti. I 2000 a dipendenti diretti sono tutti in cassa integrazione, due laminatoi su tre sono fermi da un anno, solo il “treno rotaie” funziona saltuariamente. Ecco perché Calenda ha deciso a novembre di chiudere con Rebrab, definendosi «stufo di essere preso in giro» e dando mandato al commissario Piero Nardi di dare avvio alle procedure legali per la risoluzione del contratto con Aferpi-Cevital. Una battaglia giudiziaria che si preannuncia lunga e difficile, segnata nei giorni scorsi da un’ulteriore stoccata del Governo, con la richiesta di 80 milioni di danni per le inadempienze contrattuali del gruppo algerino. Una strategia tesa a convincere Rebrab a cedere il passo o meglio a intavolare una trattativa per la cessione dello stabilimento su basi diverse da quelle che pretenderebbe per lasciare: 200 milioni, secondo quanto sostenuto da Calenda. Perché in un momento effervescente per la siderurgia a livello planetario, le acciaierie piombinesi hanno un pretendente importante, l’indiano Sajjan Jindal, battuto da Mittal nella gara per Taranto, ma interessato a conquistare una base produttiva in Europa. Jindal però non è disposto a strapagare una fabbrica moribonda, mentre Rebrab si mostra pronto a sostenere la battaglia legale pur di non svendere le acciaierie. E a rischiare di pagare il prezzo più alto sono la città e i lavoratori, perché senza una soluzione rapida le gloriose acciaierie di Piombino rischiano di chiudere per sempre.
Le acciaierie di Piombino (3500 lavoratori tra diretti e indotto) invece un padrone ce l’hanno, l’algerino Issad Rebrab, ma il Governo, anche nei suoi ultimi giorni di vita, sta facendo di tutto per liberarsene. La ragione è semplice: Rebrab nei due anni e mezzo trascorsi dall’acquisto dello stabilimento Aferpi nulla ha fatto di quanto promesso e cioè la demolizione e la bonifica della vecchia acciaieria dove troneggia l’altoforno spento nell’aprile 2014, lo spostamento della fabbrica fuori città, la costruzione di due forni elettrici per tornare a produrre acciaio, la realizzazione di un impianto agroalimentare e di una base logistica sul porto.
Il minimo comune denominatore tra le situazioni di Piombino e Taranto è il Governo che, nonostante il riconoscimento del ruolo strategico dell’acciaio per il Paese, mai è riuscito a creare una vera politica di settore, o sinergie tra i due stabilimenti. Il ministro dello Sviluppo Economico, Carlo Calenda, peraltro, negli ultimi sei mesi ha fatto di tutto per scardinare la posizione di Rebrab, dopo avergli concesso tutte le chance possibili per mettere in pratica il suo piano industriale, prima annunciato da un miliardo, poi sceso a 400 milioni, mai comunque in grado di convincere le banche, nonostante la mediazione tentata dal governatore della Toscana Enrico Rossi e l’intervento del banchiere Alessandro Profumo.
Il problema è che Rebrab è sì un uomo tra i più ricchi d’Africa (patrimonio personale che supera i 3 miliardi di euro, accumulato in particolare commerciando prodotti agroalimentari con la sua Cevital) ma per le leggi del suo Paese non può esportare capitali. Se deroghe gli sono state concesse in passato per i suoi affari in Francia e Spagna, il durissimo scontro politico con il suo Governo gli ha reso impossibile far fronte agli impegni.
In realtà nella prima parte della sua vicenda piombinese in qualche modo soldi ne ha messi, quanto meno per acquistare le materie prime necessarie a mandare avanti i laminatoi, in particolare quello che – unico in Italia – produce le rotaie. Alti e bassi produttivi nel 2016, in attesa del promesso (e abortito) progetto dei forni elettrici, poi nel 2017 l’industriale algerino ha chiuso i rubinetti. I 2000 a dipendenti diretti sono tutti in cassa integrazione, due laminatoi su tre sono fermi da un anno, solo il “treno rotaie” funziona saltuariamente. Ecco perché Calenda ha deciso a novembre di chiudere con Rebrab, definendosi «stufo di essere preso in giro» e dando mandato al commissario Piero Nardi di dare avvio alle procedure legali per la risoluzione del contratto con Aferpi-Cevital. Una battaglia giudiziaria che si preannuncia lunga e difficile, segnata nei giorni scorsi da un’ulteriore stoccata del Governo, con la richiesta di 80 milioni di danni per le inadempienze contrattuali del gruppo algerino. Una strategia tesa a convincere Rebrab a cedere il passo o meglio a intavolare una trattativa per la cessione dello stabilimento su basi diverse da quelle che pretenderebbe per lasciare: 200 milioni, secondo quanto sostenuto da Calenda. Perché in un momento effervescente per la siderurgia a livello planetario, le acciaierie piombinesi hanno un pretendente importante, l’indiano Sajjan Jindal, battuto da Mittal nella gara per Taranto, ma interessato a conquistare una base produttiva in Europa. Jindal però non è disposto a strapagare una fabbrica moribonda, mentre Rebrab si mostra pronto a sostenere la battaglia legale pur di non svendere le acciaierie. E a rischiare di pagare il prezzo più alto sono la città e i lavoratori, perché senza una soluzione rapida le gloriose acciaierie di Piombino rischiano di chiudere per sempre.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
