Sicurezza
Natale e la sua attesa: un filo tra Leopardi e i Radiohead
Brividi e felicità nel guardare verso il futuro. Cosa hanno in comune il poeta di Recanati e una band rock, Buzzati e un quadro di Munch
«Questo di sette è il più gradito giorno, pien di speme e di gioia: diman tristezza e noia recheran l'ore». 1829, Recanati. Giacomo Leopardi scrive la sua canzone libera, in endecasillabi e settenari durante le ore di «studio matto e disperatissimo» nella ricchissima biblioteca del padre Monaldo. «E il vero amore aspetta, in attici infestati, il vero amore vive, di lecca lecca e patatine». 171 anni dopo Thom Yorke, leader dei Radiohead, trova spazio in un album per “True love waits” dopo aver suonato e cantato il motivo in numerosi locali, la prima volta nel 1995.
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Leopardi-Yorke, non ve ne abbiate a male per l’accostamento. Stavolta il pessimismo cosmico non c’entra nulla. C’è piuttosto un filo sottile che lega “Il sabato del Villaggio” del poeta di Recanati ai testi delle canzoni dei Radiohead, l’Urlo di Munch alla figura del sottotenente Giovanni Drogo che sorveglia la Fortezza Bastiani dall’arrivo dei Tartari, il nemico invisibile.
Il tempo è il denominatore comune, declinato in una delle sue variabili dimensioni: l’attesa. Il 24 dicembre, giorno di attesa per eccellenza. Aspettando il Natale come un bambino può aspettare un regalo sotto l’albero, una fidanzata una dichiarazione di amore, un nonno un bacio da un nipotino, inizia così il nostro viaggio attraverso il significato dell’attesa come vigilia. Concetto, qui, inteso in modo laico (non la veglia religiosa della Natività).
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La letteratura è ricca di esempi. Leopardi può rappresentarne l’emblema e Il Sabato del Villaggio il monumento al paradigma attesa uguale gioia. Il sabato - per il poeta - è giornata da godersi perché la domenica tanto attesa non porterà che tristezza e noia. Anche la vita dell’uomo ha il suo sabato, rappresentato dalla giovinezza; la domenica invece è come l’età adulta, piena di delusioni perché diversa da come si è desiderata. Il tema dell’attesa compare anche nella poetica di Montale (Gloria del disteso Mezzogiorno, 1925). Nella desolazione di un giorno di arsura l’attesa della pioggia accende una speranza di vita e di felicità futura.
Dunque, c’è un’attesa del futuro, che sta in Leopardi e Montale come in Waiting for the Miracle di Leonard Cohen (1992). Che scrive: «Ragazza, ho aspettato, ho aspettato notte e giorno. Non ho avvertito il tempo, ho aspettato metà della mia vita lontano da qui». Aspettando l’amore, dunque, come il cantautore di Montreal. E Giorgio Caproni che in “Alba” (1948) fa coincidere l’attesa dell’amata in un brivido: «Amore mio, nei vapori di un bar all’alba, amore mio che inverno lungo e che brivido attenderti».
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Più esistenziale, invece, il concetto di attesa che attraversa l’opera di Samuel Beckett nel celebre Aspettando Godot. Intanto il capolavoro dell’assurdo, il protagonista che non c’è. Ed allora l’attesa diventa una condizione: aspettare qualcosa (o qualcuno) che non arriverà mai. Come peraltro nel Deserto dei Tartari di Buzzati. Siamo di fronte all'attesa del grande amore, della grande avventura di guerra, l’attesa della morte. In realtà è l’attesa del proprio destino, di un senso del destino che il soldato Drogo cerca invano.
La grande letteratura straniera è colma di esempi in cui l’attesa è motivo e metafora: da Proust a Camus, da Kafka a Roland Barthes. Con incursioni nel mondo dell’arte. Che altro è, allora, l’Urlo di Munch se non una proiezione dell’angoscia come attesa? O cosa rappresentano le finestre per Hopper se non uno sguardo su cosa c’è fuori? L'atmosfera di attesa che ne pervade l’opera dona ai suoi quadri un'immobilità quasi metafisica.
Il 24 dicembre. Giorno di attesa per antonomasia. Ve lo siete goduto? Natale è già arrivato.
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