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Un’auto a fuoco, poi la morte sotto un treno

Un’auto a fuoco, poi la morte sotto un treno

Pisa: 19 anni, investito sui binari. Un’ipotesi: stava fuggendo indossando un casco dopo un vandalismo

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PISA. «Ciao, faccio un giro e torno presto». Era mercoledì sera quando Nicolay Vivacqua, 19 anni, pisano, ha salutato i genitori prima di uscire. Sono state le sue ultime parole in famiglia. Poco prima delle 4,30 nel saltare oltre un binario ha urtato contro un treno in corsa.

Decesso istantaneo. È morto sul colpo per un trama cranico devastante. Ma il macchinista non si è accorto subito della tragedia. E il corpo del giovane, lungo le rotaie della linea all’altezza di Riglione-Oratoio, è stato trovato solo alle 6,20. L’amico che era con lui, un coetaneo albanese, ha dato l’allarme una volta arrivato a casa e anche il macchinista del treno in transito in direzione Firenze si è reso conto di quella sagoma.

L’atto vandalico. Nella tragedia di una vita che si spegne a 19 anni c’è anche una ferita. Una sequenza che diventa un macigno per i genitori di Nicolay, titolari di un’azienda agricola a Ospedaletto. Qualche minuto prima dell’incidente un’auto, una Ford Focus, parcheggiata in via Alberello, una strada a fondo chiuso a una cinquantina di metri dal punto di impatto tra il giovane e il convoglio, è andata a fuoco. I due giovani, anche il sopravvissuto vive a Ospedaletto, era in zona al momento del rogo. Per gli investigatori della questura i due episodi sono collegati. Resta da capire il movente. Ammesso che esista.

Auto a fuoco. La Ford Focus bruciata è intestata a un pensionato di 75 anni, Piero Costia. Una persona conosciuta in paese. Nessuna chiacchiera negativa. Perché sia diventato il bersaglio di un atto vandalico è il fronte su cui sono impegnati i poliziotti della squadra mobile. Non viene esclusa la bravata gratuita.

Fuoco e incidente. Alla fine della giornata iniziata con la scoperta del cadavere del 19enne, la ricostruzione mette insieme con ragionevole certezza l’incendio della Focus e la fuga dei due giovani. Nel tornare verso la Punto di Nicolay i due decidono di attraversare i binari. È buio. Vivacqua indossa il casco. Non vede e non sente l’arrivo del treno diretto a Firenze. Fa per saltare dandosi uno slancio dalla massicciata e sbatte contro una delle carrozze.

Nell’urto il casco schizza via come un proiettile. Le lesioni alla testa sono mortali. Il corpo viene trovato a una ventina di metri dal punto di impatto. L’amico torna a casa, ma non chiama subito la polizia. Quando poco dopo le 6 un altro convoglio attraversa la linea, il macchinista alla guida del treno scorge alla sua sinistra una sagoma. Si ferma e dà l’allarme.

Le indagini. Un paio d’ore prima i vigili del fuoco e ancora i poliziotti delle volanti erano stati impegnati a poche decine di metri per l’auto in fiamme. Dal falò all’incidente gli orari collimano. Prima il rogo della Ford e poi la corsa, con il casco in testa per evitare telecamere e garantirsi un anonimato sicuro, oltre il terrapieno del fondo strada e arrivare ai binari. Da lì il salto dall’esito fatale.

L’amico in questura. L’auto, una Fiat Punto intestata al padre di Nicolay, è stata controllata e poi restituita al papà della vittima. «Evidentemente non hanno trovato nulla di rilievo» spiega Giorgio Vivacqua. L’amico è stato sentito per diverse ore in questura e non ha mostrato grande collaborazione. Rischia una denuncia per danneggiamento. Un effetto collaterale in un dramma con un rogo senza senso a fare da detonatore.

Pietro Barghigiani

©RIPRODUZIONE RISERVATA.

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