Il Tirreno

Toscana

Dc-Pci-Psi, l’intesa che 70 anni fa salvò la Costituzione. Così dalle colonne del Tirreno

Fabio Demi
Dc-Pci-Psi, l’intesa che 70 anni fa salvò la Costituzione. Così dalle colonne del Tirreno

Il 22 dicembre il “sì” in aula, il 27 la promulgazione del presidente e l’1 gennaio 1948 l’entrata in vigore

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Dal Tirreno del 23 dicembre 1947: «Alle 18.30 il Presidente on.le Terracini proclama i risultati della votazione: presenti e votanti 515; maggioranza 258; hanno votato «sì» 453; hanno votato «no» 62. Il Presidente proclama solennemente: “L’Assemblea approva la Costituzione della Repubblica Italiana”. Tutti i deputati in piedi acclamano a lungo entusiasticamente. Si grida “Viva la Repubblica!” mentre ancora si rinnova il canto dell’inno di Mameli. All’atto della proclamazione incomincia a suonare a distesa il campanone del palazzo di Montecitorio la cui facciata contemporaneamente si illumina».

UN EVENTO FONDAMENTALE

Tutto in neretto, a sottolineare l’importanza di queste frasi che, lo si intuisce bene, entreranno di diritto nella grande storia. Qualcuno, prima o poi, le andrà a cercare sulla carta ingiallita e le riporterà nuovamente sul giornale, per rinverdire la memoria di un avvenimento fondamentale della nostra Repubblica: 22 dicembre 1947, l’Assemblea Costituente approva la Carta fondativa della nuova Italia reduce dal fascismo e dalla guerra perduta. Cinque giorni dopo, il 27 dicembre, la Costituzione viene promulgata dal Capo dello Stato Enrico De Nicola ed entra in vigore il primo gennaio 1948. De Nicola, già il 22, aveva usato parole adeguate alla grandezza dell’evento, riportate dal Tirreno: «Il mio pensiero reverente e devoto si rivolge in questo momento di sincera commozione all’Assemblea Costituente che ha compiuto un lavoro di cui gli storici daranno certamente un giudizio sereno che onorerà il nostro paese per la profondità delle indagini compiute, per l’altezza dei dibattiti svoltisi, per lo zelo coscienzioso costantemente osservato nella ricerca delle soluzioni più democratiche... È l’Italia nostra amata e martoriata che dalle sventure sofferte e dai sacrifici affrontati saprà trarre ancora una volta nella concordia degli intenti e nelle opere dei suoi figli le energie necessarie per il suo sicuro avvenire offrendo al mondo un nuovo esempio di eroiche virtù civili e un nuovo incitamento al progresso sociale».

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IL DIFFICILE 1947

Frasi che possono apparire retoriche e che in parte lo erano, anche perché il percorso che portò all’approvazione del testo costituzionale fu alquanto impervio. Altro che concordia e virtù civili. Nel 1947 tennero banco gli sconvolgimenti politici: prima, a gennaio, la scissione socialista di Palazzo Barberini (nenniani da una parte e saragattiani dall’altra), poi la rottura dell’unità tra le grandi forze popolari che avevano guidato l’Italia nel complicato dopoguerra. De Gasperi che caccia Togliatti e i comunisti dal governo, tra enormi tensioni, polemiche e minacce, è uno snodo decisivo.

1948, LE RESA DEI CONTI

La resa dei conti viene rimandata alle elezioni politiche del 18 aprile 1948, quando lo scontro tra la Democrazia Cristiana e il Fronte popolare che riunisce comunisti e socialisti nenniani, è senza esclusione di colpi. Vince la Dc, vince De Gasperi, e l’Italia entra stabilmente nel novero delle democrazie occidentali. In queste acque tempestose la Costituzione sembra essere il classico vaso di coccio in mezzo ai vasi di ferro, sottoposta al rebus di alleanze mutevoli.

IL NUOVO QUADRO POLITICO

Scrive Francesco Barbagallo nel suo saggio “La formazione dell’Italia democratica” nella “Storia dell’Italia repubblicana” edita da Einaudi: «La discussione avviata dalla Costituente nel marzo 1947, quando al governo c’era ancora la coalizione tripartitica, si concludeva alla fine dell’anno, che vedeva ormai definito, dopo il Piano Marshall e il Cominform, un sistema mondiale conflittuale di tipo bipolare». Quindi la Costituzione vedeva la luce «quando era già profondamente mutato il quadro politico e sociale su cui era stata fondata. Lo Stato nuovo, che doveva nascere dall’attuazione dell’innovativo dettato costituzionale, era bloccato dal prevalere dello scontro politico e sociale tra le forze che si erano unite nel progetto di costituire una democrazia sociale avanzata dentro una adeguata cornice istituzionale, che doveva segnare una rottura col precedente ordinamento statale: in relazione sia alla trasformazione della realtà sociale e politica dello Stato contemporaneo, che alla comune esperienza di lotta nella resistenza antifascista».

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«RISPETTIAMOLA»

Non per nulla, il sottotitolo dell’articolo di fondo del Tirreno del 23 dicembre 1947, firmato dal notista politico di punta del giornale, Enrico Mattei, appare come una esortazione forte: «Rispettiamola». Mattei nel pezzo spiega bene la complessità della situazione. Prima descrive ciò che suscita speranze: «Volere o volare, per la prima volta una assemblea eletta dal popolo ha elaborato la legge fondamentale per la vita della collettività nazionale, tenendo conto e cercando di armonizzare le esperienze politiche e sociali dei paesi più progrediti, traendo il massimo profitto dagli insegnamenti del nostro recente passato... La nuova Costituzione è, nel complesso, un’opera di cui sarebbe ingiusto sottovalutarne i pregi. Ci sono lacune e incoerenze, ci sono squilibri e sproporzioni evidenti, non mancano disposizioni superflue e qualche volta infantili, qua e la si sente il compromesso tra esigenze diverse e difficilmente conciliabili... Tuttavia è innegabile che il nuovo ordinamento dello Stato italiano nasce da un impegno serio di dare al popolo un efficace strumento di progresso sociale e politico, che ne tuteli la libertà ed elevi la dignità del cittadino...».

IL LATO OSCURO

Poi si passa al lato oscuro. Al rovescio della medaglia. Mattei la vede così: «Purtroppo, però, come molti oratori hanno sottolineato, non basta fare una buona legge costituzionale; bisogna che ad essa aderiscano il costume e la mentalità dei cittadini, e questo è il più difficile...Si tratta di sapere se la costituzione dello Stato democratico italiano è destinata a restare consacrata nelle dimenticate pagine di un fascicolo straordinario della Gazzetta Ufficiale, o dovrà divenire qualcosa di vivo e di valido, che debba veramente disciplinare la nostra esistenza futura».

LA RISPOSTA 70 ANNI DOPO

A questo legittimo dubbio che il nostro giornalista si poneva, possiamo rispondere, 70 anni dopo: caro Enrico, la seconda che hai detto. Cioè la Costituzione non è rimasta un anonimo documento pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale ma volere o volare (per usare le tue parole) ha guidato la vita democratica degli italiani, pur con i loro difetti e i loro momenti difficili. Però le tue considerazioni, mio esimio collega, erano comprensibili. Come quando scrivevi, con la consueta arguzia: «Che varrebbe aver proclamato il diritto dei cittadini al lavoro se gli esponenti delle categorie abbienti, che tale proclamazione hanno sottoscritto, si rifiutassero di compiere ogni sacrificio per rendere tale diritto quanto più concreto possibile? Che varrebbe aver affermato la piena libertà del cittadino se poi quegli stessi che tale libertà hanno affermato non condannassero nella pratica quotidiana quei loro seguaci che con la violenza impediscono agli avversari il diritto alla parola? ... Che ne sarebbe della libertà di stampa se si dovesse continuare, come oggi purtroppo accade a sopprimere i giornali, metterne a soqquadro le tipografie, impedirne la circolazione o – peggio – a imporre ai giornali di stampare questa o quella cosa?».

L’ARGINE

Sono passaggi immortali. Li ha scritti Enrico Mattei sul Tirreno nel 1947, ma potrebbero essere stati scritti in numerosi periodi della nostra tormentata storia nazionale. Resta la consapevolezza che la Costituzione ha fatto da potente argine a tutti i pericoli che Mattei paventava, e dunque la giornata del 22 dicembre di 70 anni fa non è ricordata, cito ancora l’articolo di Mattei, «come quella di una farsa ridicola», bensì «come la data iniziale di una nuova esistenza del popolo italiano». Senza inutile retorica, senza eccessiva enfasi, senza nascondere che ci sono parti in cui la Carta è invecchiata o addirittura è ancora scarsamente applicata, possiamo dire che era, resta e resterà un solido punto di riferimento per tutti noi.

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