Sicurezza
Malato di gioco d'azzardo dopo aver assunto farmaci: «Una cura che stimola il piacere»
Parla il neurologo Ubaldo Bonuccelli dopo il caso dell'uomo curato per il Parkinson che poi ha perso 300mila euro giocando
PISA. «Questi farmaci agiscono sulla dopamina, il neurotrasmettitore del piacere. E in un malato di Parkinson possono stimolare tutto ciò che ha a che fare col piacere: dal bere l’acqua quando si ha sete, al mangiare quando si ha fame, fino al sesso compulsivo. L’ipersessualità non è da sottovalutare: è una malattia. E a maggior ragione lo è la ludopatia: purtroppo anche il gioco d’azzardo è fra gli effetti collaterali. Le ricerche scientifiche lo hanno dimostrato una decina di anni fa».
Il professor Ubaldo Bonuccelli, toscano di Camaiore, è il direttore del reparto di neurologia dell’Azienda ospedaliero-universitaria pisana. Ed è fra i massimi esperti d’Europa di malattie come Alzheimer e Parkinson.
Professore, come è possibile che farmaci come il “Mirapexin” invoglino pesantemente al gioco d’azzardo?
«I malati di Parkinson hanno bisogno di dopamina. E questi farmaci, che possiamo definire salvavita, gliela forniscono. Però ci sono degli effetti collaterali da non sottovalutare».
Come il gioco d’azzardo compulsivo.
«Non solo: ci sono l’ipersessualità, la dipendenza da caffè e sigarette, fino alle droghe pesanti. Penso a cocaina ed eroina. E in alcuni casi può spuntare il cosiddetto “collezionismo compulsivo”. Accade quando il paziente è spinto ad acquistare, per collezionarli, beni dall’altissimo valore economico. Sono tutti effetti collaterali indotti dai farmaci».
Quante persone, potenzialmente, sono esposte a questi effetti collaterali?.
«In Italia ci sono fra le 100mila e le 150mila persone che fanno uso di agonisti dopaminergici: sono i farmaci contro il Parkinson più aggressivi e dal dosaggio più alto. Studi fatti negli Stati Uniti stimano un 10% di pazienti a rischio, mentre in Italia la percentuale viaggia fra il 2 e il 5%, anche perché da qualche anno i dosaggi sono stati estremamente ridotti in termini di quantità».
Si parla comunque di alcune migliaia di persone...
«Esatto».
Per loro non ci sono alternative?
«Si inizia con una cura, poi se sorge l’effetto collaterale bisogna cambiare farmaco, ma sempre di dopamina hanno bisogno. Il medico ha comunque l’obbligo di avvertire il paziente sul rischio che corre, mentre anche nel foglio illustrativo, dal 2007, è comparsa quest’avvertenza».
Ormai quindi è cosa nota?
«Sì, i primi casi risalgono al 2004. Poi, dopo apposite ricerche scientifiche, la correlazione è stata dimostrata. Io il caso di Marina Carrara non lo conosco, ma è chiaro che il medico ha il dovere di avvertire il suo assistito. Se non lo fa, quest’ultimo, è senz’altro legittimato a fare ricorso alla magistratura».
Prima del 2004 nessuno era in grado di prevederlo?
«No, era praticamente impossibile. Non si poteva certo immaginare».
Nella maggior dei casi come si manifesta la ludopatia?
«Dipende: ad esempio attraverso un uso eccessivo dei “Gratta e vinci”, delle slot machine o dei giochi d’azzardo via Internet. Ma negli ultimi anni, dopo che la correlazione è stata dimostrata, i casi almeno in Italia si sono ridotti notevolmente. Il paziente ne è consapevole prima e durante la cura e se ve ne fosse il bisogno siamo pronti a intervenire in qualsiasi momento per cambiare farmaco o curare le altre malattie, come la depressione, che dovessero manifestarsi».
Chi è malato di Parkinson, comunque, non può fare a meno di quei medicinali?
«No: sono fondamentali. Ma sulla maggior parte dei pazienti non c’è alcun effetto negativo».
Come mai questo principio attivo, il pramipexolo, porta alcuni pazienti al gioco d’azzardo compulsivo, mentre su molti altri – come conferma anche lei – non sortisce alcun effetto?
«Dipende dalle predisposizioni che ci sono in ognuno di noi. Se un paziente fa già uso di “Gratta e vinci” o gioca sui mercati azionari, è possibile che i medicinali contro il Parkinson lo portino a scommettere o giocare sempre di più. Idem per chi è “malato di sesso”, che può diventare un vero e proprio Don Giovanni patologico. Parliamo sempre di farmaci che trasformano il piacere in dispiacere. Ma dipende, come detto, dalla predisposizione individuale».
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